Il piccione e il classimo emojitivo

Sara Urdiroz

Il piccione e il classismo emojitivo

di Sara Urdiroz

Quando avevo 14 anni mia madre mi propose di fare quattro mesi in un liceo linguistico. A Torino. Una volta arrivata qui, la prima cosa che mi colpì fu l’abbondante quantità di anglicismi che voi, nativi delle terre della cara madre nostra lingua latina, usavate nella vostra quotidianità e che, alla fine, mi sono ritrovata a ripetere anche io. Dai jeans al cinema, l’uso di tutte queste parole non latine mi suonava strano, visto che in Spagna abbiamo l’abitudine (nel bene e nel male) di tradurre tutto.


Fu in quei quattro mesi che mi sono aperta un profilo Facebook per chattare con le mie compagne di classe, condividerci meme e commentarci le foto a vicenda con termini come LOL, XD, e così via. Termini che oggi evito spudoratamente di usare, per mettere in salvo la mia dignità digitale (già abbastanza limitata) e per far sì che non venga messa in discussione.

 

Ricordo sempre con un sorriso quella volta che ho fatto gli auguri di compleanno a una amica con un commento pieno di parolacce e blasfemie sulla sua bacheca Facebook: noi ci parlavamo così, scherzando (ah, la fredda brezza della ribellione adolescenziale). Qualche ora dopo, tornando a vedere il post, mi sono resa conto che una zia della mia amica aveva risposto con foto di Padre Pio, chiedendo perdono a Dio per le mie parole. Fu in quel momento che capii che non tutti viviamo le parole sui social allo stesso modo e che bisogna capire un attimo a chi è perché stiamo parlando.

È per questo, in parte, che tanti ragazzi della mia generazione si sono avvicinati a Instagram, appena ha fatto capolino: uno spazio senza adulti che ci permetteva di pubblicare qualsiasi cosa, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento. Anche se, devo ammettere, per me capire gli hashtag era e resta ancora un’incognita: termini come #tbt #tbh etc sono così frequenti che mi ritrovo spesso a cercare su Google il loro significato, finendo poi a consultare l’Urban Dictionary.


C’è anche un’altra questione linguistica innegabile: ormai si impara più inglese sui social media, che nelle aule di scuola. Considerato il monopolio (quasi inevitabile, direi) degli influencer anglosassoni nei nostri cari social, molti di noi si sono dovuti adattare al gergo internazionale. Già solo il termine influencer, che ormai viene considerato un lavoro, fa un po’ effetto a chi ha dovuto scegliere di essere medico o avvocato per non deludere i propri genitori. Posso solo immaginare in quanti modi diversi mi manderebbe a quel paese mio padre se gli dicessi che voglio mollare l’università e iniziare a postare foto su Instagram, come mestiere di vita. Altre parole come crush o mood – che se pronunciate davanti a mio nonno di 86 anni generano in lui una espressione di confusione estrema – sono ormai parte del mio vocabolario, sia digitale che analogico. Ho followato nonsochi o ho stalkerato il profilo di quellolà sono frasi che io e le mie amiche condividiamo spesso.

 

Poi ci sono gli emoji, il nemico di ogni filologo o, semplicemente, amante dell’italiano. Io li trovo interessanti in certi contesti. Come nelle reazioni ai post su Facebook o Instagram. Ma devo ammettere che più una persona  usa emoji, più io diffido della sua capacità comunicativa. Ho chiamato questo fenomeno classismo emojitivo, e spero nessuno mi rubi l’idea. Devo ammettere che l’ampia varietà di emoji che Zuckerberg aggiunge ogni anno alle nostre tastiere di WhatsApp sono una tentazione: io uso il piccione perché è talmente ambiguo che fa ridere.

 

Ma forse è anche questo il bello dei social e il loro confronto con la realtà: ormai ti puoi trovare di tutto in quella rete fatta di codici dei quali non sono capace manco a immaginare il funzionamento. Forse in questo momento c’è una donna polacca di 45 anni che sta postando video su YouTube, parlando in mandarino su quanto mangi il suo gatto obeso Ernesto. E avrà pure qualche centinaia di follower. Tutto è possibile e nessuno dà per scontato niente. Siamo nell’internet, ragazzi.


Quella dei social è un’evoluzione linguistica continua e inesorabile. Infatti, ora sono io che faccio un’espressione confusa quando mio fratello di 14 anni parla di eventi digitali intraducibili al mio linguaggio. Ma mi consolo pensando ai trip che si farebbe Darwin, oggi, con l’emoji del piccione.