Fixing a hole

Sara Urdiroz

Quella mattina George Wellington si era alzato di buon umore. Il mondo gli  sorrideva. Baciò sua moglie mentre lavorava tra i fornelli, accarezzò in modo simpatico la testa dei suoi due figli, diede un biscottino al cane, che più che un cane, sembrava un cuscino peloso, e uscì di casa valigia in mano, fischiettando qualche canzone inesistente. Nel tragitto verso la fermata del pullman, gli passarono accanto un paio di signore che si scambiavano gesti di sorpresa e stranezza, mormorando “ma quello lì è pazzo…”. Lui, incuriosito, continuò a camminare guardandosi intorno, per capire cosa aveva turbato la noiosa chiacchierata di quelle anziane. Nel giardinetto di fronte alla fermata del autobus c’era un uomo vestito da operaio che scavava. Sembrava che volesse piantare un fiore dato il buchino che stava facendo con la paletta. Ma al signor George non le sembrò un atteggiamento strano : si trattava semplicemente di un lavoratore, probabilmente addetto alle piante, che stava compiendo con i suoi doveri. Nei dintorni non c’era nessun avvenimento incomprensibile, e il nostro uomo, incuriosito, chiese al lavoratore:

“Mi scusi, buon uomo, non è che ha visto qualcuno di sospetto in questa zona?”

“Oh no, io non ho visto nulla.”

“Capisco. Scusi il disturbo.”

E cosìGeorge lasciò l’uomo e continuò la sua giornata in ufficio. Quando ritornò, il lavoratore non c’era più, “sarà andato a casa” pensò, e si avvicinò a vedere cosa aveva fatto. Il buco che la mattina era grande appena una palla di ping pong era diventato più grande e profondo. Troppo per essere destinato a contenere qualche fiore. Ma era stanco e non si fece più domande, tornando a casa tra sbadigli.

Il giorno dopo si alzò come sempre, sorridente e carico di energia. Baciò la moglie, accarezzò i figli e diede il biscottino al cane. Uscì di casa e incrociò le stesse signore che di nuovo, sorprese da qualcosa o qualcuno, si scambiavano gesti di incredulità. Si ricordo dell’uomo e il suo buco, e appena arrivò nel giardinetto davanti alla fermata dell’autobus,vide che più che un buco ormai aveva raggiunto le dimensioni di una fossa. Un po’ inquieto, cominciò a domandarsi se quel tipo fosse veramente un lavoratore o un pazzo scavabuchi. Si fece coraggio e decise di avvicinarsi :

“Mi scusi, non vorrei interromperla, ma vorrei capire cosa sta facendo.”

L’uomo si fermò di colpo, si girò e lo guardò fisso negli occhi, con l’aria impietrita. George non aveva notato la freddezza del suo sguardo fino a quel momento.

“Sto lavorando” rispose secco, e continuò all’opera.

Wellington, non soddisfatto dalla risposta, decise di insistere:

“Posso vedere che lei sta lavorando. Ma a cosa sta lavorando?”.

L’uomo si rigirò nello stesso modo di prima, e senza cambiare il tono, rispose :

“Sto aggiustando questo buco.”

George rabbrividì. “Sto qua è pazzo” pensò, allontanandosi dopo aver salutato il tipo (non poteva fare a meno di essere cordiale, anche con i casi umani).

Passò tutta la giornata a pensare alla risposta del tipo. “Aggiustare il buco”, apparte qualche metafora spudorata, non le veniva in mente nessuna spiegazione logica per l’atteggiamento di quel signore vestito da operaio. Non sapeva nemmeno come si chiamava.

La sera, scese alla fermata, come faceva ogni giorno, e di nuovo notò l’assenza del tipo. Ma il buco, ormai fossa, ogni volta era più grande. “Sto qua ci vuole ammazzare tutti e buttarci in quella fossa. Diventerò uno dei nomi inchiostrati in nero del giornale di domani sotto il titolo ‘Massacre nel giardinetto davanti alla fermata dell’autobus’ “.

Guardò dentro al buco e vide che non vi era niente di strano. Era un semplicissimo buco. Un pezzo di terra senza terra.

Quella sera piove tantissimo e George continuava a pensare al buco. Né i bei voti dei bambini, né il fantastico kitsch di verdure a cena, ne la partita delle 21, ne i gemiti della moglie a letto, lo tirarono fuori dal pensiero dello sconosciuto che stava “aggiustando quel buco”.

La mattina dopo si alzò, diede un biscotto a i figli, accarezzò la testa della moglie, baciò il cane e uscì coperto dalla giacca impermeabile. Quella mattina non incontrò le signore, forse per la pioggia, pensò. Arrivato alla fermata, cerco il tipo, e non lo vide. Si avvicinò e capì. La fossa era talmente profonda che da fuori non gli si vedeva. Ma lui era lì, sudato, a petto nudo, pieno di fango, paletta su paletta giù. Rimase a fissarlo per un po’. Forse il buco era solo una filosofia di vita, un hobby dell’uomo. Vi era qualcosa di ipnotico nel svuotare la terra. Si guardò intorno. In fondo gli altri continuavano con la propria vita e non si fermavano nemmeno a controllare chi fosse il tipo che scavava a caso. Davano per scontato che fosse uno che lavorava per il comune. Pure lui aveva commesso quell’errore. Ma aveva imparato.

Guardò l’orologio, era volata un’ora da quando si era fermato sotto la pioggia a fissare l’uomo. Non aveva smesso di spalettare. Decise di prendere il bus e andò a lavorare.

Tornando s’aspettava già il buco vuoto. Infatti non si sorprese quando vide quello che era un buchino per i fiori ormai si era trasformato in una fossa grande quanto una piscina. Tornò a casa stanco, preoccupato, con la testa piena di strane idee. A cena guardò la sua famiglia, tranquilla, ognuno con la testa ai fatti loro, che non avevano neanche idea di chi fosse il tipo che aggiustava i buchi.

Dormí poco quella sera, ma prese una decisione : doveva aiutare il tipo a scavare. Non aveva niente da perdere. Si alzò alla stessa ora di sempre. Non badò né alla moglie, né ai figli, né al cane. Vestito in tuta e maglietta, con i scarponi da montagna e la paletta che usava sua moglie per piantare i tulipani nella loro terrazzina in primavera, si incamminò verso il giardinetto. Incrociò le due anziane, che lo scrutarono duramente con lo sguardo, ma lui le ignorò, e continuò. Voleva compiere lo scopo più semplice dell’uomo: lavorare le materie prime, senza farsi troppi problemi. O forse era semplicemente un padre di famiglia impazzito.

I suoi pensieri si fermarono nel giardinetto. Spalancò gli occhi: non c’era più la fossa. Solo erba bagnata. Nessuna traccia dell’uomo. Come se niente fosse accaduto. Turbato, si sedette in mezzo al giardinetto. Forse se l’era immaginato tutto.

Assorto nei propri pensieri, cominciò a bucare la terra con la paletta e rendendosene conto, continuò a farlo. Si fermò solo un secondo quando la voce di uno sconosciuto lo interruppe.

“Mi scusi, ma cosa sta facendo?”