Un racconto premiato

Chiara Bettoli

 

Via Hermada otto

Lo stabile di via Hermada otto ha un’anima che trasuda dai muri chiazzati delle sue facciate e corre lungo le ringhiere scrostate dei suoi ballatoi. Come lo so? Tutti in città lo sanno che lo stabile di via Hermada otto cambia come gli gira, cambia eccome e cambia spesso: è vivo.

Vi si entra dal grosso e lunatico portone di legno in cui è intagliata una porta più piccola che si capisce che non lo sopporta più. A ogni passaggio, infatti, lei sbuffa. Si apre verso l’interno con un lamento acuto, inspira velocemente e poi ecco il soffio, spazientito, che infine rimbomba e fa tremare l’ingresso.

Il signor Cotti della scala A sostiene che la porta non odi affatto il portone ma che, anzi, siano complici. Dice che non è un caso che lei si lamenti ogni benedettissimo giorno e che poi, di tanto in tanto, né lei né il suo grosso collega si aprano. Il signor Cotti è convinto che quelli di cui si lagna la porticina siamo noi. Ma cosa si aspetta? D’altra parte in qualche modo bisognerà pur entrare. Il signor Cotti con il legno ci lavora da una vita e lo conosce. Passando nel cortile si vede il suo laboratorio, attraverso la finestra al piano terra, dove costruisce mobili, utensili e sculture. È anziano il signor Cotti ma ancora in gamba. Nello stabile si dice che a furia di levigare ciocchi si potrebbe scoprire la sua età solo tagliandolo e contando i cerchi. Insomma, a parer suo le due porte, la grande e la piccina, sono stufe e ogni tanto insorgono.

Infatti ci sono giorni in cui la porta non si apre e allora bisogna chiamare la signora Elsa, la custode, che apra con il suo pulsante dall’interno. Ma ci son volte in cui proprio non ne vuol sapere di sbloccarsi e allora la signora Elsa prende la tessera del tram, il tagliacarte o il cacciavite. L’ultima volta era un giorno da tagliacarte e la signora Elsa era furiosa. I giorni da tagliacarte sono i peggiori, quelli in cui la protesta è impenetrabile e sono più frequenti in inverno. Lo stesso capita con il portone nelle rare occasioni in cui un’automobile deve entrare nel cortile. È chiaro che a stare fermo al freddo uno si scocci di più. Un po’ li capisco la porta e il portone di via Hermada otto.

La signora Elsa sembra stanca di dover affrontare ogni giorno una novità, non sa mai cosa l’aspetti. D’altronde però anche lei ci mette del suo perché non è una custode come le altre; infatti non è mai al corrente di nulla. Quando le si domanda delle riunioni di condominio ha sempre perso quel foglio e, quando è utile saperlo, non ha visto nessuno passare. Dice che quando alza la testa lei tutto è tranquillo. Le scale poi la fanno impazzire e su questo punto, poveretta, non c’è da biasimarla. Sugli scalini ci sono macchie che non vanno mai via e a quelle si è rassegnata, ma ce ne sono altre che si spostano e lei lo sa. Ce n’è una che comparve la prima volta sulla scala A, sull’ultima rampa tra il secondo e il terzo piano, sul terzultimo gradino. Elsa aveva pulito e smacchiato la superficie ma l’alone scuro era ricomparso, due giorni dopo, nello stesso punto ma sulla scala B. Da allora rimbalza ogni settimana dalla scala A alla scala B, dalla scala B alla scala A. Un’altra chiazza risale tutta la scala C comparendo ogni due giorni su un piano diverso. Elsa ormai lo sa e le conosce quasi tutte le sue macchie, non si arrende. Si diverte anche così lo stabile di via Hermada otto, tormentando la signora Elsa.

Se parliamo del cortile, invece, la pavimentazione è irregolare. Non perché sia dissestata ma perché ci sono mattonelle che un giorno son ballerine e un altro sono più stabili di qualunque fidanzato abbia mai avuto la signorina Lucia della scala B, parole sue. Quando si tratta del vialetto, infatti, la più ferrata è lei. È un avvocato e sfila ogni giorno sui suoi tacchi a spillo. Nulla dà più sensibilità sul terreno di uno stiletto affilato che infilza rapido una mattonella dopo l’altra. A chiunque incontri spiega, telegrafica e senza fermare la sua camminata decisa, come si sia improvvisamente riassestato un mattone o come sia friabile l’altro. Ha segnalato più volte all’amministratore le sue preoccupazioni che riguardano più che altro la paura di capitombolare un giorno o l’altro dai sui raffinati trampoli. La risposta però è sempre la stessa: nessuna ristrutturazione verrà più intrapresa finché lo stabile di via Hermada otto non sarà in pace con se stesso.

La cosa bella dello stabile, per gli amanti degli animali, sono i gatti. Ce ne sono tanti che si vedono poltrire all’ombra o, a volte, sfrecciare sul vialetto come se gli si sbriciolasse alle spalle. Lo sanno anche loro che i mattoni sono imprevedibili. La signora Maria della scala C vive al piano terra e gli dà da mangiare lasciandogli due ciotole sempre colme d’acqua e di cibo, vicino all’uscio. Giura di non aver mai visto lo stesso gatto rifocillarsi davanti alla sua porta. Ne è venuto uno tanto carino l’altro giorno, era giovane e agile ma esausto. Ha mangiato, si è riposato un po’ e poi è andato via, come tutti. La signora Elsa dice di non aver mai fatto caso ai gatti. Il signor Cotti non li può soffrire mentre la signorina Lucia ne ha adottato uno che vive con lei ed è l’unico che si sia mai fermato in via Hermada otto.