Saggio breve per il corso con Carlo Greppi.
Y tu nombre me suena
más lejano que nunca.
Más lejano que todas las estrellas
y más doliente que la mansa lluvia.
Granada, 25 luglio 1936
Perfino l'alba era calda, l'estate andalusa si faceva sentire presto, e Federico aprendo gli occhi si sentì come uno degli ulivi che vedeva dalla sua camera da letto quando era bambino: secco, scarno e assetato. La gola gli bruciava, impastata di polvere e da una lieve sabbia che era filtrata dai telai delle finestre.
Non pioveva da settimane, la terra si sbriciolava sotto i piedi e nemmeno le pareti bianche delle case granadine riuscivano a dare alcun tipo di ristoro.
Si tirò su a sedere, si strofinò gli occhi e lentamente mise a fuoco gli oggetti che aveva attorno. Aveva occupato solo il primo piano della Huerta de San Vicente, la casa estiva della sua famiglia, e aveva lasciato i mobili coperti con i teli bianchi che erano stati messi l'anno prima; era una sistemazione temporanea, Federico stava per andarsene.
Una settimana prima, il 18 luglio, era scoppiata la rivolta militare in Marocco, il generale Francisco Franco guidava gli uomini, e ora tutta lo Stato era infetto di quel male.
Era nell'aria da parecchio tempo, ma il governo credeva di aver evitato il golpe mandando di stanza fuori dalla Spagna i generali e i soldati sospettati. Erano riusciti a rallentare la ribellione, ma più i militari aspettavano più avevano possibilità di prepararsi meglio.
Federico era un bersaglio, se lo sentiva addosso. Da quando si era trasferito a Madrid nel 1919 la sua vita era stata un continuo mostrarsi, frequentare artisti eccentrici e innamorarsi degli uomini sbagliati. Le sue opere teatrali erano apprezzate a livello mondiale, era sempre in viaggio e di quella laurea in giurisprudenza presa nel 1923 non se ne era mai fatto nulla. Ciò che teneva vivo Federico erano le parole, il teatro e gli spettacoli.
Più la sua fama cresceva, più i giornali parlavano di lui e più veniva attaccato. E più veniva attaccato più le luci si accendevano sulla sua vita.
Nel tempo si era anche avvicinato alla politica, nonostante tutti gli avessero detto di starne fuori: si sarebbe fatto solo ulteriori nemici e non era quello di cui aveva bisogno. Ma Federico aveva fatto di testa sua; faceva sempre di testa sua.
Nell'ottobre del '35 era stato a Barcellona con la sua personale rappresentazione di Fuenteovejuna insieme a Margarita Xirgu e stavano per partire per l'Italia, ma l'attrice aveva voluto annullare il tour come forma di protesta contro Mussolini che aveva appena attaccato l'Abissinia. E poi solo un mese dopo lui aveva firmato un manifesto antifascista, mettendosi ancora più in pericolo.
Era come se sulla schiena avesse attaccato un cartello con scritto "Federico García Lorca, omosessuale repubblicano antifascista".
Era scappato non appena aveva saputo della cospirazione ed era andato a Granada. La terra natia lo aveva richiamato e lui non aveva potuto fare altro che rispondere a quel richiamo. Sentiva che se doveva esserci una fine doveva essere lì, dove tutto era iniziato.
Federico era sudato, le gocce gli scendevano dalla nuca e gli si infilavano sotto la canottiera, la pelle raggruppata in brividi. Si alzò dal letto e lo attraversò il pensiero di percorrere il corridoio fino all'ingresso, aprire la porta e andarsene, magari per fare un breve viaggio fino a Fuente Vaqueros e fermarsi davanti a quella che era stata la prima abitazione della sua famiglia.
Forse avrebbe dovuto farlo. Forse Federico credeva di avere più tempo. Forse Federico credeva che si sarebbero dimenticati di lui e che lo avrebbero lasciato vivere. Ma purtroppo non si trovava in una delle sue opere teatrali: qui non c'era nessuna possibilità di riscrivere il finale.
Granada, 16 agosto 1936
-Hanno fucilato Manuel.
Federico alzò la testa verso Luis e socchiuse gli occhi, come se il suo cervello dovesse elaborare più a lungo del necessario l'informazione, e poi li spalancò. Manuel, suo cognato.
Manuel Fernández Montesinos, sindaco di Granada deposto nemmeno un mese prima, socialista, uomo di grande cuore e valore. Lasciava una moglie, e tre figli, l'ultimo dei quali di pochi mesi.
Era arrivato dai fratelli Rosales da qualche giorno. Loro erano uomini potenti, dei falangisti, e credeva che proprio per questo sarebbe stato al sicuro. Contava sull'amicizia, ma dopotutto si stava nascondendo in casa del nemico.
-Dove?
-Nel cimitero.
-Hanno senso dell'umorismo- replicò espirando rumorosamente. -Conchita lo sa già?
Luis annuì e Federico di rimando. Non c'era più tempo; se erano arrivati a suo cognato stavano arrivando anche a lui. Gli dispiaceva solo che l'ultima opera che aveva scritto, La casa di Bernarda Alba, non venisse sottoposta alle sue scrupolose revisioni.
In realtà rimpiangeva anche di non aver mai detto in faccia a Salvador e al suo compagno di giochi Luis che sapeva bene a chi si riferiva il titolo del loro film.
-Devi andartene da qui.
-Mi troveranno comunque.
E aveva ragione. Poche ore dopo Federico era solo in casa, nella sua stanza a scrivere, e qualcuno doveva aver fatto una soffiata. La porta venne scardinata da un colpo potente quanto un'esplosione e un gruppo di dieci uomini armati guidati da Ramón Ruiz Alonso lo accerchiò. Federico sollevò le mani e si alzò dalla sedia. Teneva tra le labbra una sigaretta accesa e li guardava, le sopracciglia folte sollevate, l'espressione spavalda.
-Eccoti qui- disse Alonso.
-Sei venuto per un autografo?
Alonso rise, una risata di gola e gialla, poi all'improvviso tornò serio e sputò a terra.
-Tu sai perché siamo venuti.
-Immagino che mi arresterete- rispose e si tolse la sigaretta dalle labbra per spegnerla nel posacenere vicino alla sua macchina da scrivere. -Con quale accusa?-
-Spionaggio.
Questa volta fu Federico a ridere. -E a chi avrei rivelato i vostri preziosi segreti?
-Ai sovietici.
Poco importava che non fosse vero, lo avrebbero ucciso comunque. I ribelli, i falangisti, la destra cattolica non volevano far sapere a tutta la Spagna che il loro amatissimo poeta e drammaturgo Federico García Lorca era un repubblicano e per giunta omosessuale. Era la feccia, ma non potevano dirlo. Accusarlo di essere una spia era più semplice e sarebbe stato più d'impatto sulle persone che fino a quel momento lo avevano acclamato.
-Maricón- disse uno degli uomini di Alonso dando un calcio al corpo riverso a terra di Federico.
L'avevano arrestato due giorni prima e lo aveano tenuto in prigione qualche ora, poi l'avevano portato alla Colonia di Víznar, a mezz'ora da Granada. Era stata una villa destinata alle vacanze per gli studenti, ma quando era scoppiata la rivolta era stata trasformata in una prigione. Con Federico c'erano stati altri tre detenuti che aspettavano l'esecuzione.
L'avevano condotto in mezzo al nulla e, con l'afa e le uniformi che si incollavano alla pelle dei soldati, l'avevano fatto inginocchiare per poi sparargli. Il suo ultimo pensiero era andato alla madre e quello prima a Salvador.
Il viso del poeta era coperto di polvere e fissava con gli occhi vuoti e acquosi un punto lontano, oltre i campi, oltre gli aranceti, oltre Granada.
Federico García Lorca morì all'età di trentotto anni, solo, con addosso il pigiama e con chissà quante poesie e opere teatrali dentro al petto non ancora scritte.
A nessuno importava che fine avrebbe fatto il corpo e nessuno voleva pensare che in futuro qualcuno avrebbe desiderato inginocchiarsi sulla sua tomba, così lo caricarono su un camion pieno di altri cadaveri e li gettarono in una fossa comune.
Salvador non poté mai piangere la morte di Federico come si meritava, non poté dirgli addio, non poté dirgli quanto gli dispiacesse.