Vittoria Bernini College Scrivere B 2019-2021

Nata in Lombardia, cresciuta in Emilia e adottata dal Piemonte. Il filo rosso della mia vita è l'acqua: il lago di Garda, il Po, la Dora. E forse è per questo che l'acqua mi affascina ma al tempo stesso mi spaventa.
La mia filosofia è "guardarsi dentro, scriversi addosso", perché credo che l'immaginazione sia un muscolo che vada allenato e che l'ispirazione si possa sempre trovare dentro di noi. E a volte è talmente forte che se non abbiamo un pezzo di carta su cui annotare le idee possiamo sempre scarabocchiarci la pelle.

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Data di Nascita: 31.12.2000

Luogo di Residenza: Piacenza - Torino

Disponibilità al trasferimento: Sì

Curriculum Vitae

Vittoria Bernini - Tutti i contenuti

  • Progetto per Opening Doors.

    Madri è la storia di due sorelle, Cora e Agnese, che non potrebbero essere più diverse, ma che farebbero di tutto l'una per l'altra.
    Cora è sposata con Elia e i due cercano da anni di avere un figlio, ma scoprono dell'infertilità di lei causata dall'endometriosi. Quando Agnese lo viene a sapere decide di aiutare la sorella e il cognato e si offre per essere la portatrice del loro bambino attraverso il percorso di gestazione per altri.

    Di seguito le prime 30 cartelle del romanzo.

  • Progetto fotografico realizzato con Giada Guerreschi, Giorgia Ronchietto Silvano e Beatrice Salvioni.

    Mi hanno donato i loro corpi per fare arte. E per me sono la stessa cosa, l'arte e i corpi.
    Il progetto nasce da un periodo di osservazione delle mie amiche, persone speciali che hanno dentro un'infinità di mondi da raccontare. Io volevo dare vita a quei mondi in una forma diversa, lontana ma anche molto vicina alla scrittura che noi, qui, usiamo ogni giorno.

    Ho imparato tanto mentre scattavo. Sono cresciuta un altro po'. Ho maturato un pezzetto in più di consapevolezza di me e degli altri. A volte credo faccia bene fermarsi a osservare: andare dentro, in profondità, dove stanno le cose nascoste e che bruciano.

  • Prima stesura dell'adattamento dal racconto di Goffredo Parise "Donna". Progetto per il corso "Adattamento" con Aaron Ariotti.
    Realizzato da Vittoria Bernini e Giorgia Ronchietto Silvano.

  • Writer's room di non - fiction con Alessandro Mari sul decennio 1978-1988

    Oggi è un nastro rosso appuntato sul petto. È qualcosa di visibile che non resta più nell'ombra. Per me è anche Love and Pride dei King cantata a squarciagola tra un bacio e l'altro con la mia ragazza.
    Uccide? Sì, ma molto meno di trent'anni fa. Si può prevenire? Sì, è sempre stato possibile.
    Ma prima com'era? Un'eco lontana che suonava più o meno così: "Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide".

    L'AIDS (sindrome di immunodeficienza acquisita) è una malattia causata dal virus dell'HIV e che colpisce il sistema immunitario. Era già presente agli inizi del Novecento nell'Africa centro-occidentale, ma non se ne sapeva nulla. Poi, quando sono stati scoperti i primi casi sospetti in Congo alla fine degli anni cinquanta, non se n'è parlato.
    I primi cinque soggetti positivi trovati negli Stati Uniti nel 1981 erano uomini omosessuali che avevano regolarmente dei rapporti sessuali non protetti. E così è diventato un marchio, un marchio invisibile che scorreva nel sangue e che faceva ammalare. Una vera e propria epidemia.

    In Italia l'AIDS è stato riscontrato per la prima volta nel 1982: un uomo omosessuale che viaggiava spesso negli Stati Uniti. È giusto specificare - in questo e caso e in quelli precedenti - che fossero persone gay? Vorrei dire di no, ma devo farlo.
    Per i primi due anni gli eterosessuali sono stati convinti di essere immuni, che fosse un problema che non li riguardava. Voltavano la testa perché quando la malattia era appena stata scoperta si parlava di "immunodeficienza gay - correlata" e di "cancro dei gay".
    Me li immagino, questi uomini bianchi eterosessuali cisgender, seduti davanti alla TV mentre passa una delle pubblicità progresso a dire "AIDS, ano infilzato decesso scontato".

    Poi si è ammalato un tossicodipendente eterosessuale mai uscito dall'Italia e lì si è capito qualcosa in più. L'AIDS uccideva con il suo bacio sì gli omosessuali che non avevano rapporti protetti con uomini già infetti, ma anche chi si passava siringhe sporche e già utilizzate quando si faceva di eroina.
    Ma la realtà era questa: il drogato era meno stigmatizzato dell'uomo gay.
    Chi si iniettava l'eroina lo faceva di nascosto, nei bagni pubblici di qualche stazione o agli bui angoli delle strade. Mentre l'omosessualità non si poteva occultare. Per la società se eri sieropositivo eri stato per forza traghettato sull'altra sponda. O peggio, se eri gay sicuramente eri anche sieropositivo.

    L'AIDS in Italia, prima che si creasse il "Piano sangue" nel 1994, si poteva trasmettere anche con le trasfusioni in ospedale. Sacche di sangue infetto e non sottoposto ai giusti controlli entravano in circolo ogni giorno, facendo crescere il numero di persone che si ammalavano. Vedetela così: un giorno entrate in ospedale perché avete avuto un incidente, vi serve del sangue, vi attaccano un ago nel braccio e quando vi dimettono vi ritrovate positivi all'AIDS.
    E allora la domanda sorge spontanea: negli anni ottanta erano tutti gay o tutti molto sfortunati?
    Da quel momento l'epidemia ha iniziato a dilagare, andando a toccare soprattutto gli emofiliaici, coloro che non presentano uno dei fattori della coagulazione e hanno bisogno di continue trasfusioni. Nessuno era al sicuro.

    A scrivere la prima opera italiana sull'AIDS a metà degli anni ottanta, furono i membri della appena nata Arcigay insieme al gruppo Abele di Torino, una Onlus che si occupava di accogliere e sostenere persone in difficoltà, dalla tossicodipendenza, dallo sfruttamento, dalla povertà e anche dall'AIDS.
    L'associazione Arcigay - distaccamento della già nota ARCI che si occupava di diritti civili - si è sviluppata nel 1980 a Palermo dopo un caso di duplice omicidio a Giarre in provincia di Catania: due fidanzati, Giorgio Giammona di 25 anni e Antonio Galatola di 15 anni, vengono trovati morti, mano nella mano, uccisi con un colpo di pistola alla testa.
    Il movente? Il pregiudizio omofobo.
    Fu costituito, quindi, un primo nucleo Arcigay a Palermo e successivamente sorsero in tutta Italia, arrivando ad avere una sede nazionale a Bologna.

    Anni prima, il 27 giugno 1969, durante una delle solite retate allo Stonewall Inn, famoso locale LGBT+ di Christopher Street a Manhattan, la comunità gay scelse di ribellarsi contro la polizia. Gli scontri diedero inizio al movimento di liberazione omosessuale.
    Nel 1970, sempre a New York, a un anno esatto dai moti di Stonewall, ci fu il primo pride della storia.
    Nel '78 San Francisco fu la portatrice della bandiera arcobaleno che divenne il simbolo della comunità LGBT+.
    Il primo gay pride in Europa fu nel 1984, a Londra.
    E in Italia? Si viveva un'altra grave epidemia oltre a quella da AIDS: l'omofobia.
    Arcigay nasce proprio per questo, per difendere una minoranza di popolazione nemmeno così piccola che doveva fare i conti tutti i giorni con discriminazioni, esclusioni, pestaggi, le macchie dell'AIDS addosso. Immagino che un ragazzo gay, una donna lesbica, una persona transgender e un qualunque altro membro della comunità LGBT+ in quel decennio abbia provato un senso di liberazione, un lungo respiro dopo anni di apnea. Io mi sarei sentita così, sollevata.
    Ovviamente la strada non è stata tutta in discesa: l'omobilesbotransfobia (cioè la fobia di chiunque non sia etero, che poi, detto tra noi, che fobia è?) non si è mai attenuata. I partiti di sinistra cercarono di portare in Parlamento delle leggi sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso e contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale. Non si è mai arrivati a niente. O almeno, i passi fatti sono tuttora poco rilevanti.

    Allora io mi chiedo, Stonewall a cosa è servito? Sylvia Rivera, donna transgender simbolo dei moti, ha lanciato quella bottiglia di vetro contro i poliziotti dando inizio alla rivolta per nulla? Era iniziato qualcosa, certo, ma non era abbastanza.
    Il primo segno di pace e armonia fu quella prima bandiera arcobaleno sventolata da Gilbert Baker il 25 giugno del '78 al gay pride di San Francisco: un pride che festeggiava il nono anniversario di Stonewall.

    Oggi, oltre a un nastro rosso appuntato sul petto, l'AIDS e la comunità LGBT+ sono una bandiera portata a testa alta. Anche se sieropositivi si può condurre una vita normale. Lesbica, gay, bisessuale, transgender, pansessuale, asessuale, non-binary, la maggior parte delle volte, adesso, non si è guardati con occhi di disprezzo.
    Se conosci l'ignoranza la eviti, se la conosci non ti uccide.

  • Da novembre 2020 collaboro con la rivista Coye - Periferie Letterarie, una rivista fondata da un gruppo di studenti della Scuola Holden. In questi mesi mi sono occupata dei loro social, seguendo in particolare Instagram.
    Al link che ho lasciato si possono vedere gli ultimi post del mese di marzo e aprile, con il tema del Ritorno. Nel pdf allegato ho scritto tutti i post precedenti (temi: -topia, Rivoluzione e Fuga) che al momento sono stati archiviati dalla pagina.

  • Alice, svegliati ti prego.
    Alice, svegliati.
    Alice.

    Le strinsi la mano, aveva le dita fredde e le falangi bluastre. Nel braccio la cannula della flebo, sul petto gli adesivi per monitorare il cuore, il lenzuolo tirato fin sotto il seno.

    C'eravamo solo io e lei, sua madre era scesa al bar dell'ospedale e le altre sarebbero arrivate a breve. Avevo poco tempo. Alice aveva poco tempo e lo sapevamo tutti.

    - Perché l'hai fatto? - sussurrai. - Hai me, tua madre, l'università. Perché l'hai fatto?

    Era quello che mi chiedevo da giorni e non avevo ancora trovato una risposta. Non lo sapevo perché l'aveva fatto. O forse sì, solo che faceva troppo male dirlo ad alta voce.

    Era come aver aperto una porta nella mia mente e ed essermelo trovato lì davanti. Era tornato. Il pensiero che non avrei più potuto salvarla.

    Il suo cuore si era già arrestato due volte e i medici l'avevano rianimata, ma non potevano farlo in eterno. Non era più una questione di ore, ma una questione di battiti.

    - Alice - dissi. - Torna da me.

    Fuori il sole scaldava il giardino dell'ospedale e dentro la stanza era fredda, l'aria viziata e carica di disinfettante.

    La guardai anche se non volevo farlo, non volevo che quella fosse l'ultima immagine che avrei conservato di lei. I capelli scuri erano schiacciati contro il cuscino, le palpebre erano quasi trasparenti e mostravano i capillari violetti, il petto ossuto si alzava e si abbassava aiutato dal respiratore. Un accenno di lentiggini, spuntate non appena era arrivato maggio, le copriva il naso e le guance.

    Appoggiai la fronte al dorso della sua mano e chiusi gli occhi: ero esausta, al contrario di Alice non dormivo da quel giorno.

    - Posso sedermi?

    - Sì.

    Non le avevo nemmeno gettato un'occhiata, ero troppo concentrata sul mio libro. Avevo spostato lo zaino in un gesto automatico per farle posto e avevo continuato a leggere.

    Avevo alzato gli occhi solo quando mi ero sentita fissata.

    Vittoria Bernini

    - Scusa - aveva detto e le sue guance si erano tinte di rosso.

    - Non ti preoccupare - avevo risposto, poi avevo allungato la mano verso di lei. - Emma.

    - Alice.

    Palmo contro palmo avevo visto le dita smangiucchiate, la carne viva che cercava di guarire, e lo smalto nero sbeccato sulle sue unghie corte e tonde.

    Aveva strane abitudini, Alice, come girare il cucchiaino per tre volte dentro alla tazzina del caffè senza nemmeno averlo zuccherato, non usare mai le maiuscole quando scriveva, mettere prima il mascara e poi applicare l'ombretto sulle palpebre.

    Alice fumava tantissimo, la pelle del collo aveva preso l'odore della nicotina, e mangiava poco. La voce era bassa, sabbiata, cavernosa. Quando parlava dovevo accostarmi alle sue labbra per capire cosa mi stesse dicendo.

    L'abbracciavo e sentivo le sue costole contro le mie e dietro, sulla schiena, le mie mani le afferravano le scapole. Il mio tocco era come una bilancia: ormai i miei palmi riuscivano a capire quando aveva perso altro peso. Eppure io mi sentivo al sicuro, protetta nonostante il suo corpo faticasse a proteggere se stesso.

    Mi aveva baciata per prima, ma poi si era tirata indietro con imbarazzo.

    - Non so cosa mi sia preso - aveva detto.

    Io non avevo risposto e mi ero sporta per baciarla di nuovo. Aveva le labbra secche, ricordo solo quello.

    Uscivamo con un gruppo di ragazze del nostro stesso corso, studiavamo insieme per gli esami, avevamo il ritrovo prima delle lezioni davanti alla macchinetta del caffè del secondo piano. Ma Alice non voleva che sapessero che eravamo fidanzate. Era una cosa solo nostra. Non potevo prenderle la mano quando volevo, non potevo baciarla in pubblico nonostante ne avessi una voglia tremenda, non potevo chiamarla "amore" davanti alle nostre amiche.

    Ma me lo facevo andare bene, deglutivo l'amarezza, non volevo litigare. Avevo paura che il suo corpo sarebbe andato in frantumi se avessi alzato troppo la voce.

    E anche fare l'amore non era semplice. Si vergognava, non voleva vedersi con i miei occhi. Ma io non vedevo niente se non quanto fosse bella e fragile e piena di problemi e piena di ombre. Piena di tutto quello che non si può dire, solo immaginare.

    Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Sapevo che il buio della sua mente avrebbe preso il sopravvento, avevo solo sperato di poterla afferrare in tempo. Credevo di poterla

    Vittoria Bernini

    salvare, questa è la verità: mi ero eletta paladina della sua giustizia, ma Alice aveva già deciso.

    La baciavo, la abbracciavo nelle notti in cui non dormiva, le accarezzavo i capelli e poi stringevo le dita sulla sua nuca. Resta qui, pensavo, resta qui.

    Ora c'è solo Svegliati, svegliati e torna da me.

    La seconda verità, quella che mi fece più male quando ne venni a conoscenza, era che l'ultimo encefalogramma che i medici avevano fatto ad Alice era piatto: nessuna attività cerebrale, il nulla, il cervello era morto. Una strada in piano senza la minima buca o lieve dosso.

    Ero lì, seduta accanto a lei in quella stanza di ospedale uguale a tutte le altre stanze di ospedale, per darle un ultimo saluto e così avrebbero fatto a breve anche le nostre amiche. Alla fine, quando avevo detto loro cos'era successo ad Alice, avevo deciso di raccontare anche di come stavano le cose tra noi. Era come se sapessi già che tanto lei non avrebbe potuto impedirmelo mai più.

    - Alice, torna da me - strinsi forte la sua mano dentro la mia sperando che reagisse. - Ti amo, Alice. Ti amo tanto.

    E dentro la mia testa sentii la sua voce rispondermi "Ti amo anche io, immensamente più dell'universo."

    Alice, torna da me.
    Alice, torna.
    Alice.

  • Racconto per il corso "Cerchio", con Marta Pastorino, Eleonora Sottili e Andrea Tarabbia.

    Quando avevo dodici anni scoprii che Babbo Natale non esiste. Mio fratello me lo ripeteva di continuo ma io non volevo ascoltarlo. Avevo bisogno di credere che Babbo Natale fosse reale e che la notte tra il ventiquattro e il venticinque dicembre entrasse in tutte le case dove ci sono dei bambini e lasciasse i regali. Avevo bisogno di crederci, di aggrapparmi al pensiero che un uomo vestito di rosso e le sue renne mangiassero quello che preparavo per loro sul tavolo della cucina: latte e biscotti per Babbo Natale, acqua e carote per le renne.

    Era l'otto dicembre e papà stava portando me e mio fratello a casa di mamma per fare il secondo albero della giornata. Il primo stava al solito posto in un angolo del soggiorno con le solite decorazioni blu e argento, mentre quello di mamma sarebbe stato diverso, con le palline rosse e le lucine che suonavano le canzoni di natale.

    Due alberi volevano forse dire più regali? E come faceva Babbo Natale a sapere che anche se lì, nella casa di mamma, non ci abitavano bambini doveva comunque lasciare i pacchetti? Non lo so, la magia del Natale era qualcosa di misterioso.

    Disegnavo con il polpastrello sulla condensa del finestrino e lo stesso mio fratello, nonostante nostro padre ci dicesse di non farlo.

    - Hai fatto la lettera per Babbo Natale?

    - Babbo Natale non esiste, ho detto a papà i regali che voglio.

    - Che vorresti.

    Mio fratello sbuffò e mi fece la linguaccia. Avevamo entrambi dodici anni, ma lui era davvero un perfetto idiota.

    - Beh, io l'ho fatta invece - continuai. - Se aspetti troppo a scriverla finisce che la mattina di natale non trovi quello che vuoi sotto l'albero.

    - Papà, puoi dirle di smetterla?

    Ma lui non sentì. Guidava con le dita strette attorno al volante, così tanto strette che le vene delle sue grosse mani erano risalite in superficie, e gli occhi fissi sulla strada.

    - Smettila tu, certo che esiste. Altrimenti come ti spieghi tutti i regali? - mio fratello si mise a ridere. - Che c'è? -

    - Sei proprio una femmina.

    - E tu sei proprio uno scemo.

    Mi sarei aspettata una reazione da papà, una delle sue urla, magari, ma nulla. La sua mente era altrove e sul momento pensai che stesse già organizzando la cena di natale, se prendere il pezzo per allungare il tavolo in cucina o lasciarlo così, quale tovaglia fosse meglio, quella coi ricami bianchi o rossi?

    Era come il pensiero positivo su Babbo Natale, avevo bisogno di credere che mio padre non stesse soffrendo.

    Mi voltai verso mio fratello che aveva ripreso a disegnare sulla condensa: lui non si era accorto di niente. Scossi la testa e guardai fuori, le luci svasate dei lampioni e il buio del cielo. Un fiocco di neve si posò sul vetro e colò giù, più lentamente di come avrebbe fatto una goccia d'acqua. Poi un altro, e un altro ancora. Si rincorrevano sul mio finestrino e in pochi minuti ce ne furono così tanti che non riuscii più a seguirli. Papà azionò i tergicristalli e sospirò.

    - Ma se Babbo Natale esiste - disse mio fratello dopo un po'. - Puoi spiegarmi come fa a fare tutto il giro del mondo per consegnare i regali?

    - Avrà una giratempo.

    - Molto spiritosa - replicò. - Vedi? Non lo sai nemmeno tu come fa.

    - Non mi serve saperlo.

    - Non esiste.

    - Certo che esiste. Userà la magia, della polvere di fata sulle renne, una pozione. Che ne so, qualcosa del genere.

    - Oppure non esiste e sono mamma e papà che comprano i regali.

    - Senti, c'è il fuso orario, no? Farà così.

    Mio fratello aggrottò la fronte, sembrava che quella risposta per qualche secondo lo avesse finalmente convinto, poi fece spallucce e prese a giocherellare con la cerniera della giacca.

    Mi spostai al centro dei sedili e mi affacciai tra i due anteriori con la cintura che mi sfregava contro il collo. Da lì potevo vedere la neve che si stava accumulando sulla strada tinta di arancione dalle luci della macchina. Potevo vedere anche le rughe attorno agli occhi di mio padre che negli ultimi mesi si erano infittite e la sua bocca quasi sempre piegata all'ingiù.

    - Tra quanto arriviamo?

    - Poco, rimettiti seduta bene.

    - Ma di solito ci mettiamo meno.

    - Devo guidare piano, la strada è sporca di neve.

    - Domani se ce n'è tanta possiamo fare un pupazzo?

    - Deve essercene davvero molta per poterlo fare.

    - Papà?

    - Dimmi.

    - Babbo Natale esiste?

    - Tu vuoi che esista?

    - Io so che esiste.

    - Ci risiamo - disse mio fratello e rise.

    Tornai a sedermi al mio posto e ricominciammo il battibecco mentre papà girava la macchina nella via dove abitava mamma.

    - Sei libero di non crederci, okay? Non mi importa.

    - Sì invece che ti importa.

    - No.

    - Sì.

    - Ho detto di no.

    Papà inchiodò in mezzo alla strada, facendoci prima sbattere contro la cintura che si tese per il colpo e poi contro l'imbottitura dei sedili. Né io né mio fratello osammo parlare.

    - No, cazzo, Babbo Natale non esiste. Finiscila - questa volta urlò e io spalancai gli occhi per lo spavento. Mio padre prese un respiro e mi guardò attraverso lo specchietto retrovisore, poi con più dolcezza aggiunse:- Scendete, siamo arrivati.

    - Te l'avevo detto - sussurrò mio fratello mentre entravamo in ascensore diretti all'appartamento di nostra madre.

  • Saggio breve per il corso con Carlo Greppi.

    Y tu nombre me suena
    más lejano que nunca.
    Más lejano que todas las estrellas
    y más doliente que la mansa lluvia.

    Granada, 25 luglio 1936

    Perfino l'alba era calda, l'estate andalusa si faceva sentire presto, e Federico aprendo gli occhi si sentì come uno degli ulivi che vedeva dalla sua camera da letto quando era bambino: secco, scarno e assetato. La gola gli bruciava, impastata di polvere e da una lieve sabbia che era filtrata dai telai delle finestre.

    Non pioveva da settimane, la terra si sbriciolava sotto i piedi e nemmeno le pareti bianche delle case granadine riuscivano a dare alcun tipo di ristoro.

    Si tirò su a sedere, si strofinò gli occhi e lentamente mise a fuoco gli oggetti che aveva attorno. Aveva occupato solo il primo piano della Huerta de San Vicente, la casa estiva della sua famiglia, e aveva lasciato i mobili coperti con i teli bianchi che erano stati messi l'anno prima; era una sistemazione temporanea, Federico stava per andarsene.

    Una settimana prima, il 18 luglio, era scoppiata la rivolta militare in Marocco, il generale Francisco Franco guidava gli uomini, e ora tutta lo Stato era infetto di quel male.

    Era nell'aria da parecchio tempo, ma il governo credeva di aver evitato il golpe mandando di stanza fuori dalla Spagna i generali e i soldati sospettati. Erano riusciti a rallentare la ribellione, ma più i militari aspettavano più avevano possibilità di prepararsi meglio.

    Federico era un bersaglio, se lo sentiva addosso. Da quando si era trasferito a Madrid nel 1919 la sua vita era stata un continuo mostrarsi, frequentare artisti eccentrici e innamorarsi degli uomini sbagliati. Le sue opere teatrali erano apprezzate a livello mondiale, era sempre in viaggio e di quella laurea in giurisprudenza presa nel 1923 non se ne era mai fatto nulla. Ciò che teneva vivo Federico erano le parole, il teatro e gli spettacoli.

    Più la sua fama cresceva, più i giornali parlavano di lui e più veniva attaccato. E più veniva attaccato più le luci si accendevano sulla sua vita.

    Nel tempo si era anche avvicinato alla politica, nonostante tutti gli avessero detto di starne fuori: si sarebbe fatto solo ulteriori nemici e non era quello di cui aveva bisogno. Ma Federico aveva fatto di testa sua; faceva sempre di testa sua.

    Nell'ottobre del '35 era stato a Barcellona con la sua personale rappresentazione di Fuenteovejuna insieme a Margarita Xirgu e stavano per partire per l'Italia, ma l'attrice aveva voluto annullare il tour come forma di protesta contro Mussolini che aveva appena attaccato l'Abissinia. E poi solo un mese dopo lui aveva firmato un manifesto antifascista, mettendosi ancora più in pericolo.

    Era come se sulla schiena avesse attaccato un cartello con scritto "Federico García Lorca, omosessuale repubblicano antifascista".

    Era scappato non appena aveva saputo della cospirazione ed era andato a Granada. La terra natia lo aveva richiamato e lui non aveva potuto fare altro che rispondere a quel richiamo. Sentiva che se doveva esserci una fine doveva essere lì, dove tutto era iniziato.

    Federico era sudato, le gocce gli scendevano dalla nuca e gli si infilavano sotto la canottiera, la pelle raggruppata in brividi. Si alzò dal letto e lo attraversò il pensiero di percorrere il corridoio fino all'ingresso, aprire la porta e andarsene, magari per fare un breve viaggio fino a Fuente Vaqueros e fermarsi davanti a quella che era stata la prima abitazione della sua famiglia.

    Forse avrebbe dovuto farlo. Forse Federico credeva di avere più tempo. Forse Federico credeva che si sarebbero dimenticati di lui e che lo avrebbero lasciato vivere. Ma purtroppo non si trovava in una delle sue opere teatrali: qui non c'era nessuna possibilità di riscrivere il finale.

    Granada, 16 agosto 1936

    -Hanno fucilato Manuel.

    Federico alzò la testa verso Luis e socchiuse gli occhi, come se il suo cervello dovesse elaborare più a lungo del necessario l'informazione, e poi li spalancò. Manuel, suo cognato.

    Manuel Fernández Montesinos, sindaco di Granada deposto nemmeno un mese prima, socialista, uomo di grande cuore e valore. Lasciava una moglie, e tre figli, l'ultimo dei quali di pochi mesi.

    Era arrivato dai fratelli Rosales da qualche giorno. Loro erano uomini potenti, dei falangisti, e credeva che proprio per questo sarebbe stato al sicuro. Contava sull'amicizia, ma dopotutto si stava nascondendo in casa del nemico.

    -Dove?

    -Nel cimitero.

    -Hanno senso dell'umorismo- replicò espirando rumorosamente. -Conchita lo sa già?

    Luis annuì e Federico di rimando. Non c'era più tempo; se erano arrivati a suo cognato stavano arrivando anche a lui. Gli dispiaceva solo che l'ultima opera che aveva scritto, La casa di Bernarda Alba, non venisse sottoposta alle sue scrupolose revisioni.

    In realtà rimpiangeva anche di non aver mai detto in faccia a Salvador e al suo compagno di giochi Luis che sapeva bene a chi si riferiva il titolo del loro film.

    -Devi andartene da qui.

    -Mi troveranno comunque.

    E aveva ragione. Poche ore dopo Federico era solo in casa, nella sua stanza a scrivere, e qualcuno doveva aver fatto una soffiata. La porta venne scardinata da un colpo potente quanto un'esplosione e un gruppo di dieci uomini armati guidati da Ramón Ruiz Alonso lo accerchiò. Federico sollevò le mani e si alzò dalla sedia. Teneva tra le labbra una sigaretta accesa e li guardava, le sopracciglia folte sollevate, l'espressione spavalda.

    -Eccoti qui- disse Alonso.

    -Sei venuto per un autografo?

    Alonso rise, una risata di gola e gialla, poi all'improvviso tornò serio e sputò a terra.

    -Tu sai perché siamo venuti.

    -Immagino che mi arresterete- rispose e si tolse la sigaretta dalle labbra per spegnerla nel posacenere vicino alla sua macchina da scrivere. -Con quale accusa?-

    -Spionaggio.

    Questa volta fu Federico a ridere. -E a chi avrei rivelato i vostri preziosi segreti?

    -Ai sovietici.

    Poco importava che non fosse vero, lo avrebbero ucciso comunque. I ribelli, i falangisti, la destra cattolica non volevano far sapere a tutta la Spagna che il loro amatissimo poeta e drammaturgo Federico García Lorca era un repubblicano e per giunta omosessuale. Era la feccia, ma non potevano dirlo. Accusarlo di essere una spia era più semplice e sarebbe stato più d'impatto sulle persone che fino a quel momento lo avevano acclamato.

    -Maricón- disse uno degli uomini di Alonso dando un calcio al corpo riverso a terra di Federico.

    L'avevano arrestato due giorni prima e lo aveano tenuto in prigione qualche ora, poi l'avevano portato alla Colonia di Víznar, a mezz'ora da Granada. Era stata una villa destinata alle vacanze per gli studenti, ma quando era scoppiata la rivolta era stata trasformata in una prigione. Con Federico c'erano stati altri tre detenuti che aspettavano l'esecuzione.

    L'avevano condotto in mezzo al nulla e, con l'afa e le uniformi che si incollavano alla pelle dei soldati, l'avevano fatto inginocchiare per poi sparargli. Il suo ultimo pensiero era andato alla madre e quello prima a Salvador.

    Il viso del poeta era coperto di polvere e fissava con gli occhi vuoti e acquosi un punto lontano, oltre i campi, oltre gli aranceti, oltre Granada.

    Federico García Lorca morì all'età di trentotto anni, solo, con addosso il pigiama e con chissà quante poesie e opere teatrali dentro al petto non ancora scritte.

    A nessuno importava che fine avrebbe fatto il corpo e nessuno voleva pensare che in futuro qualcuno avrebbe desiderato inginocchiarsi sulla sua tomba, così lo caricarono su un camion pieno di altri cadaveri e li gettarono in una fossa comune.

    Salvador non poté mai piangere la morte di Federico come si meritava, non poté dirgli addio, non poté dirgli quanto gli dispiacesse.

  • Odio il mare. Odio l'acqua e la sabbia. Odio il sole. Odio la pelle abbronzata.

    Eppure ogni estate mi trascino nella casa al mare della mia famiglia, per respirare iodio e lamentarmi dei capelli impastati di sale.

    Percorro tutto il lungomare già cosparso di sottili granelli di sabbia, il sole non è troppo forte e le onde arrivano pigre sulla battigia, e una sottile goccia di sudore mi cade dietro il collo. Ci siamo io, le mamme con i bambini piccoli che si prendono le ore più fresche del giorno e i corridori improvvisati durante le vacanze. Chissà come mai diventiamo tutti dei grandi sportivi appena siamo in ferie.

    Arrivo in spiaggia, faccio un cenno di saluto al bagnino, e mi dirigo all'ombrellone. È sempre lo stesso da almeno trent'anni, il numero 227.

    Non mi spoglio nemmeno, ho intenzione di accogliere solo l'ombra sulla mia pelle, e mi cospargo il viso di protezione cinquanta.

    Prendo il libro dalla borsa, Cent'anni di solitudine, e vorrei leggere, concentrarmi sulle parole nere e focalizzare le immagini dentro la testa, ma non riesco. Nonostante sia presto e sia sabato mattina, accanto a me c'è un gruppetto di ragazze che non riescono a parlare con un tono di voce basso e ascoltano brutta musica da una cassa.

    Mi chiedo cosa diano da mangiare alle nuove generazioni perché queste ragazze sono tutte alte, con la vita stretta e la pelle liscia e senza un'imperfezione. Alla loro età, circa sedici anni, ero alta appena un metro e sessanta e l'acne mi aggrediva le guance e il mento.

    Loro mi ricordano quando il mare ancora mi piaceva, quando entravo nell'acqua alla mattina e ne uscivo il pomeriggio tardi. Dovevano obbligarmi a venire fuori, mia nonna urlava che mi sarebbero spuntate le branchie prima o poi.

    Avevo una piccola compagnia ed eravamo il gruppo peggio assortito che esistesse. C'era Robi, la più grande. Aveva quindici anni, noi tredici, e ci raccontava quelle cose sul sesso che non sapevamo. Lei aveva esperienza, così diceva. L'ascoltavamo tutte ammirate e pendevamo dalle sue labbra. Tutte tranne Silvia.

    Silvia era magrissima e altissima, il prototipo della generazione successiva, e sfoggiava il suo fisico atletico come un trofeo. Poteva mangiare quanto voleva e non prendeva un grammo. A dirla tutta ero un po' invidiosa e quando mi sedevo vicino a lei incrociavo le braccia sulla pancia per coprirla. Silvia voleva essere quella grande, ma nessuna la considerava tale. Aveva tredici anni e non ci importava di quante volte a Milano i colleghi di suo padre le avessero detto che sembrava averne almeno diciassette.

    E poi c'era Alice. Lei mi piaceva, era ingenua e buona. Si prendeva cura della sorellina e ascoltava quello che le dicevano i suoi genitori senza mai lamentarsi troppo. Andavamo d'accordo, Alice e io. Forse era perché anche lei sentiva di sfigurare accanto a Silvia.

    Infine c'ero io, una ragazzina dai capelli stopposi e pieni di nodi con la passione per i libri fantasy. In quel periodo assomigliavo a mia madre da giovane, se non contiamo gli occhiali piccoli e rettangolari che mi schiacciavano la parte superiore del viso.

    Alla sera non ci era permesso uscire senza gli adulti e il massimo del divertimento era una partita a minigolf. Diventava più interessante quando qualcuna tirava troppo forte e la pallina usciva dal campo per atterrare in spiaggia.

    Ma comunque, poteva andarci peggio.

    Dopo lunghi bagni in mare, l'unico posto dove potevamo parlare senza che un genitore origliasse, sedevamo sotto il portico dello stabilimento a giocare a carte.

    Le punte dei capelli umidi facevano colare l'acqua sulle nostre spalle, i costumi si appiccicavano alla pelle e gli asciugamani, avvolti intorno alla vita, diventavano fradici e ci facevano rabbrividire.

    Una volta, si sentiva già l'odore di inizio settembre e quello dei libri di scuola da togliere dal cellophane, eravamo sedute attorno a uno dei tavolini facendo merenda e giocando a Machiavelli (Robi vinceva sempre, sua madre le aveva insegnato a contare le carte). Tra un tris e l'altro ci stavamo raccontando alcune disavventure scolastiche e ridevamo, ridevamo tanto.

    -E poi sai cosa le ho detto a quella scema della Sara Ferrari?

    -Cosa?

    -Scusa, ho dei problemi di udito. Non riesco a sentire gli stronzi quando parlano.

    Si sollevò un coro di oooh! e ridemmo così tanto da farci lacrimare gli occhi e sentire gli addominali indolenziti. La sfortuna fu che in quel momento io stessi bevendo un sorso della mia coca e non riuscii a trattenermi, così sputai un getto zuccherato in faccia ad Alice che mi sedeva davanti. Ci fu un momento di silenzio in cui io guardai la mia amica con gli occhi sbarrati mentre lei cercava di capire cosa le fosse successo, poi ridemmo di nuovo.

    Nel periodo delle medie aspettavo agosto solo per vedere loro, ma poi siamo cresciute, Silvia voleva una compagnia diversa, che prevedesse più maschi, e i rapporti sono cambiati. Era come se l'estate non arrivasse più.

    Ho iniziato a odiare il mare, le vacanze, le persone che si divertono.

    Le amicizie estive non durano per sempre. Sopravvivono giusto il tempo di un tuffo dal molo, di una granita nei pomeriggi caldi o, se va bene, quanto una partita a minigolf.

    Che faccio? Mi giro e chiedo alle ragazze di abbassare la musica? No, non sarebbe giusto. Infrangerei troppo presto il loro sogno di amicizia eterna. Per il momento lascio che si godano la loro estate, i loro bagni e la pelle abbronzata.

  • Ispirato a Luces de Bohemia di Ramón María del Valle-Inclán, racconto breve per la masterclass sul genere fantastico con Loredana Lipperini.

    Feci aggrappare Max Estrella stretto al braccio di Don Latino, il suo agente, mentre li conducevo per le strade di Madrid. Max, ormai cieco da qualche anno, teneva gli occhi ben serrati, mentre un fastidioso riverbero gli batteva contro il viso. Si domandò cosa fosse quel fascio di luce e con uno scatto del polso lo feci fermare.

    -¿Qué pasa, Max?

    -Cos'è questa luce?- la sua voce era impastata con l'alcol scadente ingerito alla taverna.

    Ho creato questa Madrid di specchi per confondere i miei burattini: sono creature speciali, nate dalle mie mani esperte, ma sono solo questo: muñecas. Si riflettono distrattamente nella superficie di specchi e credono di essere veri, di essere umani in una città umana. Non sanno di vivere nel mio teatro, non sanno di essere mossi dai miei fili.

    -E' il sole, Max- rispose Don Latino roteando gli occhi al cielo. -Come sempre-

    -E' più forte.

    Rivolsi la testa di Max verso l'alto e gliela feci muovere, guidato dal suo naso, alla ricerca di quella fonte di luce. La cercò con i sensi che gli restavano e a tentoni si avvicinò alla parete riflettente. Era calda, gli solleticava le dita e gli feriva gli occhi già lesi.

    -Dove siamo?

    -Callejón del Gato- rispose Latino. -E' la solita strada. Stai perdendo un po' i colpi, vecchio mio.-

    -Che cosa sto toccando?

    -Un edificio.

    -No, che cosa sto toccando?- insistette. -E' uno specchio?-

    -Ma che tonterías dici? Andiamo, dai.

    Il braccio di Don Latino si mosse e strattonò Max che fu costretto a seguirlo. Mi prendo del tempo per parlare di Estrella, in questo frammento di storia i due burattini camminano molto piano, Max comincia a sentire che in lui qualcosa non va.

    Ho deciso che Max Estrella dovesse essere uno scrittore nel momento in cui ho sbozzato per la prima volta il legno. Ho sentito nella sua durezza la malleabilità adatta per questo mestiere. E' stato complicato rifinirlo, dargli la forma adatta, tingere i suoi occhi in modo che col tempo diventassero lattiginosi e ciechi. Gli ho dato una vita miserabile, colma di stenti e per lui avevo già scritto un finale nel momento stesso in cui gli ho dato la vita, quando ho controllato per l'ultima volta i nodi delle cordicelle e l'ho messo in scena.

    Sì, Max stava per morire, i fili erano pronti per essere tagliati, e lui lo sapeva: attendeva la morte come una vecchia amica.

    I due burattini stavano procedendo verso casa di Max, lamentandosi di quanto quella sera la birra fosse amara.

    -C'era Darío alla taverna, quel modernista.

    -Devi aver bevuto troppo, amico, Darío è sepolto da un pezzo.

    -Gli ho parlato, Latino, ho riconosciuto la sua voce.

    -Forse era il suo espíritu- commentò Don Latino.

    -Ho freddo- disse Max. -Latino, prestami la tua giacca.-

    -Appena arriviamo.

    -Ho freddo adesso, prestami la tua giacca.

    Don Latino trascinò Max ancora per alcuni metri, intanto che lui tremava e si accartocciava sempre più su se stesso.

    -Ho freddo- era solo un mormorio ma Don Latino lo sentì bene.

    -Falta poco, siamo quasi arrivati.

    -Don Latino de Hispalis, saresti un personaggio perfetto per uno dei miei racconti.

    -Sarebbe una tragedia, Max.

    Una volta giunti davanti al portone di casa di Estrella accompagnati dai suoi continui lamenti, tagliai il primo filo, quello legato alla sua gamba sinistra, e il mio burattino cadde in ginocchio attraversato da un dolore crudele.

    Don Latino cercò di sorreggerlo, ma Max era troppo pesante e troppo stremato. Sentiva il freddo mordergli le braccia e le gambe e i suoi tremiti si trasformarono in veri terremoti.

    Tagliai anche l'altro filo e lui si accasciò del tutto. Percepiva il viso di Latino sopra di lui, il suo alito appestato dalla birra era l'unica fonte di calore che dava ristoro a Max che sentiva la vita sgusciare via. Trovò la forza di allungare una mano verso Latino, gli toccò i capelli ispidi e poi con le dita sfiorò qualcosa di più rigido che partiva dalla sua nuca. Subito Max non capì, ma afferrando meglio si rese conto della messa in scena e spalancò per l'ultima volta i suoi occhi opachi in preda al terrore.

    Era giunto il momento. Tesi i fili che gli sorreggevano ancora le braccia e li recisi in un solo colpo. Il mio burattino lanciò un grido di dolore e si sarebbe portato le mani al cuore se avesse potuto farlo.

    -Sto morendo, Latino.

    -Me asustas, Max- gli rispose. -Alzati, ti prego-

    -Non sento più il mio corpo, sto morendo.

    -Stai solo cercando di commuovermi.

    -Vattene- disse Max con quel poco di voce che gli restava. -Voglio sentire il tramonto sul viso mentre muoio.-

    Don Latino si alzò dal corpo del suo amico e fece qualche passo indietro. L'avrebbe lasciato morire da solo, al freddo, mentre il sole calava dietro la città di specchi, se non avesse visto scaturire dal suo petto una potente luce bianca che bruciava le sue membra di legno e gli restituiva il calore del sangue.

    Come una parca, avevo tagliato anche l'ultimo filo che lo teneva legato a me, quello che gli spuntava dal collo, e stava compiendo la sua trasformazione: stava diventando umano.

    Avevo sempre saputo che Max ne fosse degno. Solo poche delle mie muñecas potevano compiere quel viaggio e uscire dalla Madrid specchio per vivere una vita vera.

  • Racconto breve "dalla finestra" per Eleonora Sottili.

    Il numero 17 di via Varazzani è un palazzone di fine anni 70, metà di mattoni e metà di cemento liscio e tinto di giallo. Ha anche un tetto piatto dove, da quando è iniziata la quarantena, le signore del terzo piano fanno la loro camminata veloce.

    Si tratta di un edificio a cinque piani, e ogni piano a sua volta ospita 2 ampi appartamenti che godono di una tetra vista su una strada grigia e stretta, dove si può parcheggiare solo su un lato. In particolare vorrei concentrarmi sul piano terra e il primo piano, che in questi giorni di quarantena mi hanno fatto da cinema all'aperto.

    A piano terra, la famiglia Rossi, formata dal sessantacinquenne signor Rossi e dalla sessantenne signora Rossi, ha messo qualche anno fa le inferiate alle due finestre.

    Forse hanno subito un furto e l'accomodante signor Rossi ha lasciato che la moglie, preoccupata che l'evento potesse capitare di nuovo, prendesse quella decisione.

    Il signor Rossi fuma di nascosto dalla signora Rossi. Lo faceva prima delle inferiate alle finestre e lo fa anche ora, solo che ora gli sembra di stare in carcere. Gli sembra di stare in carcere per le sbarre alle finestre e perché è costretto a stare dentro casa insieme alla signora Rossi, la sua carceriera per eccellenza.

    Lui esce a fare la spessa tutti i giorni, anche se non si dovrebbe, per stare lontano dalla sua signora almeno per un'ora. E quando lui esce, lei si affaccia alla finestra con le inferiate e si accende una sigaretta. Di nascosto.

    Sullo stesso pianerottolo troviamo il signor Bianchi. E' vedevo da dieci anni e ha un cane di piccola taglia che gli fa compagnia. Lui non ha messo le inferiate alle finestre perché dice che in casa sua non c'è niente da rubare, che i ladri ci provino pure.

    In questa quarantena gli dispiace molto dover restare in casa, perché dopo aver letto Murakami anni prima ha iniziato a correre in maniera regolare tutti i giorni. Farà lo scrittore anche lui, suppongo.

    Da quando è uscito il decreto che limita lo spazio a 200 metri dalla propria abitazione, il signor Bianchi indossa la sua tutina fluorescente, mette il guinzaglio al suo cagnolino e insieme si fanno tutta la via, di corsa, avanti e indietro per dieci volte. Poi il signor Bianchi lascia che la bestiola si riposi e annusi quel che ancora gli resta da annusare, cioè molto poco.

    Il signor Bianchi sa che i coniugi Rossi fumano di nascosto uno dall'altra, ma non dice nulla. Sorride e basta.

    Al primo piano c'è la famiglia Marchi. I signori Marchi sono sulla quarantina e hanno una bimba di cinque anni con il caschetto nero e lo stomaco gonfio tipico dei bambini.

    Non so come si chiami la bimba, diciamo Silvia.

    Silvia odia la quarantena. Vorrebbe andare a scuola dai suoi amici, finire l'ultimo anno di scuola materna per potersi diplomare e passare al mondo dei grandi e alle elementari. Vorrebbe giocare al parco giochi di via Emmanueli, dondolarsi sull'altalena sempre più in alto e bruciacchiarsi la pelle venendo giù dallo scivolo rovente.

    Vorrebbe andare a danza, infilarsi quel suo body rosa confetto che sottolinea il rigonfiamento del suo stomaco e ballare con le scarpette sporche di pece.

    Invece non può. Se ne sta sdraiata sul pavimento del soggiorno e appoggia i piedi sul vetro della portafinestra lasciando aloni sudaticci. Sarà contenta sua madre. E sarò contenta io, che ogni giorno mi sveglio e guardando fuori vedo i suoi calzini variopinti.

    Tutto questo tratto da Pulp Fiction, regia di Quentin Tarantino.

    Per distrarla un po' i suoi genitori la mettono a pranzare sul balcone. Verso mezzogiorno via Varazzani è inondata di sole e la bimba se la ride perché pensa di avere un suo privé.

    La realtà è che la sua mamma e il suo papà fanno fatica a contenerla e la mettono sul balcone a mangiare per riposarsi le orecchie.

    Dall'altra parte abita una signora molto anziana. I suoi capelli sono diventati del tutto bianchi, ma non sono radi, anzi sembrano folti e forti.

    La signora Anziana -purtroppo non ho potuto reperire il suo cognome da nessuna parte e quanto a nomi di fantasia non ho molta fantasia- ama le piante. Più sono grandi e più lei le ama intensamente.

    Esce sul balcone di continuo, una volta per annaffiarle, una volta per concimarle, una per pulire le foglie con un panno e una per fare conversazione.

    No, non è matta, o per lo meno non del tutto, ma mi sembra di ricordare che parlare alle piante fa bene. Credo che faccia bene anche alla signora Anziana, che non ha nessuno con cui parlare da molto tempo.

    Lei non ha gatti, cani o conigli, ma ha le sue piante. E una gazza ladra che plana sul cotto del balcone per beccare alcune briciole o smuovere la terra nei vasi delle piante.

    Mi fa tenerezza la signora Anziana. A volte, quando la bimba dell'altro appartamento è sul balcone, lei la guarda con occhi tristi. Penso che non abbia avuto figli o magari li ha avuti e nessuno di loro le ha dato dei nipotini. Oppure i suoi nipoti vivono lontano.

    Non credo che la signora si stia immaginando la sua vita dopo la quarantena, perché in realtà non è molto diversa da quella che sta vivendo ora.

    Io però la immagino. Quando dovrò tornare a Torino mi mancherà mia sorella, anche se spesso ci uccideremmo ma ci vogliamo un bene immenso.

    E mi mancherà guardare dalla finestra e spiare gli inquilini del condominio al 17 di via Varazzani. Sono stati un'ottima distrazione per questa quarantena.

  • Racconto breve per Eleonora Sottili

    Era presto, in spiaggia c'eravamo solo noi. Il sole non era ancora troppo alto e guardando in lontananza si poteva vedere il porticciolo di Sirmione.
    I miei amici si erano già tuffati nell'acqua dolce e pesante del lago, ma io restavo a guardarli dalla riva. Cristina, l'altra ragazza del gruppo, strillava per la paura dei pesci che le scivolavano tra le caviglie e i ragazzi ridevano. Uno di loro, Alex, la prese sulle spalle e lei smise di gridare. Quando si accorsero che stavo cercando di entrare si voltarono verso di me e mi incitarono a raggiungerli.
    -Dai vieni, non è così male!
    E' tremenda, pensai. Per prendere tempo mi sistemai il costume, il reggiseno verde scuro e lo slip bianco a fiori che non c'entrava nulla.
    Li sentivo e li vedevo ridere, si immergevano nell'acqua e risalivano in superficie come se la morsa gelida non li ferisse nello stesso modo in cui feriva me.
    Ero stata io a proporre quella gita al lago. Due ragazze e tre ragazzi, una macchina nuova dalle portiere blu che superava i limiti di velocità e le peggiori canzoni messe da Spotify. Eppure, intanto che avanzavo un millimetro alla volta nell'acqua, io pensavo. Pensavo che avevo organizzato quella gita perché volevo tornare nel luogo in cui ero nata, godermelo, respirarne l'aria densa. Volevo tornare lì per salutare mia nonna, passare a trovarla e imprimere un momento solo nostro come quando avevo due anni e lei tutte le mattine mi preparava la tisana al finocchio.
    Pensando a mia nonna toccai l'anello al dito medio della mano destra. Me l'aveva regalato lei e non l'avevo mai tolto. Era il mio modo per dirle che nonostante la distanza l'avrei tenuta sempre accanto.
    In macchina mi ero girata verso Michele, al volante, e gli avevo chiesto se una volta arrivati in paese ci saremmo potuti fermare in un posto.
    -E' casa tua, comandi tu- aveva scherzato, ma io non mi ero sentita affatto tranquilla.
    Adesso l'acqua mi pungeva le ginocchia e per riscaldarmi incrociai le braccia davanti al petto in un gesto inutile. Un tremito mi scosse la peluria del collo e si depositò nelle guance.
    -Buttati! Se no non ti abitui più!- fu Andrea a parlare e cercò di venirmi incontro per portarmi con loro.
    -No, Andre, non mi va- gli risposi. -Piano piano.-
    Alzò le mani in segno di resa, mi sorrise e si allontanò.
    Una volta usciti dall'autostrada Michele aveva voluto l'indirizzo del luogo e intanto che guidava riuscivo a sentire nelle orecchie il suono del mio stesso cuore. Volevo andare da mia nonna ma non volevo che i miei amici vedessero dove lavorava. Per la prima volta ero riuscita ad ammettere che me ne vergognavo. Era un lavoro come un altro, dietro al banco della salumeria in un supermercato, ma per me era imbarazzante. Non era quello che avevano fatto le nonne dei miei amici.
    -Lasciami qua, ci metto cinque minuti.
    Sentivo il lago mordermi la vita, le risate e gli schizzi sempre più vicini. Guardai in basso, avevo il dorso dei piedi e delle mani viola, striati dai capillari.
    I brividi partivano dal malleolo, facevano un giro attorno alla rotula, si arrampicavano sull'anca, abbracciavano l'articolazione della spalla e si incanalavano nella spina dorsale.
    Andrea fece salire Cristina in piedi sulle sue spalle tenendola per i polsi, e quando ebbero trovato entrambi l'equilibrio lui la lasciò andare e lei si gettò indietro per tuffarsi nell'acqua. Sorrisi e camminai un altro po' prima di sentire il freddo all'altezza dello stomaco e bloccarmi.

    Ero entrata di corsa nel supermercato quasi vuoto a quell'ora e mi ero diretta al banco salumeria. Lei era di spalle e puliva l'affettatrice.
    -Ciao, nonna.
    -Tesoro!- i suoi occhi si erano accesi e appena inumiditi. -Che ci fai qui?-
    -Sono con degli amici.
    Era uscita da dietro il bancone, aveva timbrato la pausa, ed era venuta ad abbracciarmi. Aveva il suo solito odore di crema alle rose e Opium spruzzato dietro le orecchie e tra i riccioli grigi.
    -Andate a Rivoltella?-
    -Sì- le avevo risposto. -Ne ho approfittato per venire a trovarti.-
    -Hai fatto bene- mi aveva abbracciato di nuovo.
    -Ora dovrei andare.
    -No- ho detto secca, ma poi mi sono schiarita la gola. -No, siamo parcheggiati in divieto di sosta e non possiamo fermarci tanto.-
    La nonna ha lanciato un'occhiata alle mie mani che si contorcevano una nell'altra e al mio arretrare lentamente verso l'uscita.
    -Va bene- ha risposto delusa da quella breve visita. -State attenti in macchina.-
    Avevo annuito mentre mi allontanavo per tornare dagli altri, sentendo un gomitolo di lacrime fare capolino nella mia gola.

    -Abbiamo capito che fino a qui non ci saresti arrivata.
    La voce di Michele mi riportò alla realtà. Si erano tutti avvicinati a me e Alex mi mostrò i video girati con la macchina fotografica sott'acqua. Era solo un diversivo, perché mentre ero distratta Andrea nuotò verso di me, mi afferrò per i fianchi e mi fece immergere con lui.
    Riemersi boccheggiando. Avevo mandato giù alcune sorsate d'acqua e la sentivo bruciarmi nel naso.
    Tossii e cercai di maledire Andrea, poi i colpi di tosse si trasformarono in risata. Gli altri mi seguirono e ridemmo così tanto da avere male agli zigomi.
    -Comunque tua nonna sta in un bel posto- Cristina mi mise una mano sulla spalla e si guardò attorno. -Vorrei lavorare anche io così, con la vista sul lago.-
    Voltai la testa verso di lei e i miei polmoni sospirarono di sollievo. Ormai eravamo al centro del lago, ero fradicia, sulla collina si intravedeva il supermercato e io mi immersi ancora assieme ai miei amici.

  • Primo cimento, febbraio 2020, per Eleonora Sottili.

    Avevo impiegato tutto il giorno a convincere i medici e gli psicologi a lasciarmi uscire. Sarebbe stato solo per alcune ore, avevo spiegato ai loro sguardi indecisi. Avevo sentito al telegiornale che il carico di paperelle di plastica disperso quindici anni prima aveva finalmente raggiunto le coste della Cornovaglia e, secondo i calcoli di Ebbesmeyer, entro un paio di giorni avrebbe toccato anche la spiaggia di Plymouth e volevo vederlo. Erano solo animaletti posticci che avrebbero dovuto fare compagnia ai bambini durante il momento del bagno, ma io ero affascinata dal loro viaggio, da quelle miglia percorse senza arrendersi mai.
    Alla fine il sì è arrivato e ho avuto un permesso di quattro ore.
    Il viaggio in auto con Levi fu piuttosto breve ma appesantito da un silenzio imbarazzante. Non eravamo mai usciti dal nostro ruolo infermiere-paziente e fui sollevata quando vidi avvicinarsi le onde.
    Era un giorno di fine marzo, il cielo era grigio con dei tratti bianchi dove il sole cercava di irrompere, e il vento soffiava pigro dal mare.
    -Te lo devo portare io?
    -No, ce la faccio- e sistemai sulla spalla lo zaino con la bombola dell'ossigeno.
    Mi voltai e mi incamminai lungo la spiaggia deserta, la sabbia che mi entrava nelle scarpe un granello fastidioso alla volta.
    Lentamente arrivai al bagnasciuga e dovetti fermarmi per riprendere fiato. A riva il vento era più forte e mi scompigliava i capelli e io cercai di tenerli fermi sistemandoli dietro le orecchie, ma il tubicino dell'ossigeno era troppo spesso e le ciocche ispide scivolavano via. Pensai che quella cannula fosse decisamente meglio del sondino naso gastrico che avevo tenuto fino a una settimana prima e che mi scaraventava nel corpo quasi 3000 calorie al giorno. I medici avevano detto che aveva fatto effetto e dopo 5 settimane avevo potuto riprendere a mangiare da sola sotto stretta osservazione. Non avevo voluto sapere quanti chili avevo preso con l'uso del sondino, quella cifra mi avrebbe fatta impazzire, ma anche io vedevo il cambiamento. Ora, quando stringevo il braccio tra pollice e indice, le falangi delle due dita si scontravano e non si accavallavano più una sull'altra.
    Sospirai e poi feci entrare dalla bocca l'aria mista a salsedine. Sentivo lo sguardo di Levi addosso, ma scossi la testa e scansai quella sensazione; volevo godermi le mie quattro ore di libertà senza pensieri. Ma un pensiero c'era, ed era stata la spiaggia a evocarlo.
    Decisi di attendere le paperelle seduta su un lenzuolo blu con grandi pois azzurri e bianchi che avevo incastrato nello zaino con la bombola dell'ossigeno. Quanti viaggi avevo fatto su quel lenzuolo, quando da bambina dicevo che ogni volta che andavo a dormire era come andare nello spazio.
    -C'è vento oggi, vero?
    -Come sempre.
    -Magari domani ci sarà il sole.
    -Magari.
    -Tu e questo posto mi mancherete molto.
    Annabelle aveva tenuto tutto il tempo gli occhi fissi sulle onde che si accartocciavano sulla riva e poi li aveva spostati su di me. L'hai voluto tu, era quello che dicevano.
    -Sono solo sei mesi- ha detto più a se stessa.
    -Ci sono i giorni di visita.
    -Sì- un gabbiano sopra di noi aveva lanciato uno stridio nel cielo. -Ma io non verrò.-
    Di nuovo il suo sguardo era corso da un'altra parte. Svegliarsi accanto a me ogni giorno e vedermi sgretolare era per lei vivere dentro l'atmosfera scarna di un quadro di Schiele.
    Si era alzata, si era tolta un po' di sabbia dai pantaloni e si era chiusa la giacca.
    -Prenditi cura di te, Darcy.
    Non avevo avuto la forza di chiederle nemmeno un ultimo bacio.
    Le lacrime mi annebbiarono gli occhi quando lasciai andare il ricordo. Mi strinsi nelle spalle e mi abbracciai per stare più al caldo, sentendo sotto le dita intorpidite le ossa che volevano balzare fuori dalla mia pelle sottile.
    In lontananza, sulla superficie dell'acqua, qualcosa si mosse. Poteva essere semplicemente un bagliore o un pesce guizzato fuori per un momento, ma strizzando gli occhi vidi un oggetto piccolissimo galleggiare.
    Cercai di mettermi in piedi, le rotule che si scontravano, e quando ci riuscii traballai a causa di un capogiro. Stavo per cadere, ma la mano di Levi mi afferrò per un braccio.
    -Grazie.
    -Che cosa hai visto?
    Allungai un dito in direzione dell'oggetto che nel frattempo si era avvicinato. Continuammo a fissarlo e dentro la mia testa sentivo crescere la convinzione che potesse essere una di quelle papere di plastica disperse. Inforcai lo zaino e arrivai fino al punto in cui le onde si abbattevano sulla sabbia per vedere meglio. Sì, era proprio una paperella. Era la sola di un intero stormo e stava sguazzando placida fino alle mie scarpe.
    La presi in mano e la guardai: era scolorita, la scritta The First Years Inc. ormai illeggibile, ma la papera manteneva la sua forma originaria nonostante gli anni in mare e le intemperie a cui era stata sottoposta.
    Così ero io: sola, scheletrica, spinta per inerzia dalla vita a cui inconsciamente mi tenevo così salda, ma ancora capace di tenermi a galla e affrontare gli eventi.
    Inspirai dalla cannula dell'ossigeno e un brivido mi corse giù per la schiena.

  • Progetto per il corso "Vite che non sono la mia" di Marina Gellona.

    I GIRASOLI, VINCENT VAN GOGH

    Anna Lisa all'anagrafe ma Nali da sempre per la mia famiglia e gli amici. Ho appena iniziato i miei studi all'Università di Parma, ho un blog di cucina dove ai piatti che preparo abbino un quadro, le fossette e da grande mi piacerebbe diventare direttrice di un museo. Quando ero piccola per un periodo ho sognato di fare la cassiera, passare il codice a barre dei prodotti davanti allo scanner e sentire il bip, poi ho pensato di fare la maestra di arte. Uno dei ricordi più importanti che ho è dei tempi delle elementari, quando ci fecero dipingere con le tempere "I girasoli" e la "Camera di Vincent ad Arles" di Van Gogh e credo che sia stato in quel periodo che ho capito che l'arte sarebbe diventata la mia vita. All'inizio, quindi, ho sviluppato una passione per il disegno che conservo tutt'ora, anche se le mie compagne di classe mi escludevano dai loro giochi perché secondo loro non potevo disegnare le gambe dei tavoli con il righello. Mi sono ripresa la mia rivincita proprio grazie a "I girasoli", perché venne reputato dalle maestre come uno dei migliori e venne appeso alla parete della classe. Nei momenti in cui non studio passo il mio tempo in cucina, che è la stanza che preferisco di casa mia, cerco delle ricette da copiare, sfoglio ricettari e riviste di cucina degli anni '70, guardo da cima a fondo le raccolte di quadri degli artisti che preferisco e faccio liste. Ne ho iniziata una qualche anno fa dei cibi che mi piacciono con la P: pane, pasta, pizza, pollo, piadina, patate, phocaccia...

    LA GIOCONDA o MONNA LISA, LEONARDO DA VINCI

    Le mie prime volte ai fornelli risalgono ai giorni in cui mia madre mi metteva in piedi su una sedia e mi faceva mescolare l'impasto liquido del budino sul fuoco o a quelli in cui mi diceva di tagliare le punte dei fagiolini. A otto anni ho fatto il mio primo dolce, il castagnaccio (ora, a guardarlo sfornato, mi fa pensare a "La Gioconda"). Non ricordo se fosse venuto buono, forse no, ma è stato divertente e mi ha permesso di passare del tempo con mia madre. Mi sono avvicinata alla cucina così, perché non era impegnativo e perché era necessario: qualcuno doveva pur prepararla la torta per il pranzo della domenica.Il mio blog, @nalicatessen, nasce per caso. Un giorno, il 18 febbraio 2018, dovevo preparare come sempre il pranzo per me e mio padre di ritorno dal lavoro. Quando è tornato a casa abbiamo discusso, ora non saprei nemmeno dire per che cosa, e ho deciso di prendermi un momento solo mio in cucina per distrarmi da quello che era successo. Così ho preparato tutto con calma, sminuzzando le zucchine, facendole sfrigolare dolcemente in padella, attendendo con pazienza che l'acqua bollisse nella pentola. Ho impiattato il mio mix di mafalde e rigatoni integrali con zucchine e zafferano su un piatto bianco con decori azzurri. Guardando con attenzione quella sfera gialla centrale e quel contorno blu, la luna della "Notte stellata" di Van Gogh mi è affiorata sotto le palpebre. Per come sono fatta, prima di aprire la pagina e postare la prima ricetta ho dovuto riflettere a lungo. Non ero sicura e mi vergognavo, pensavo alle persone che mi conoscevano e al loro giudizio. Poi mi sono decisa e l'ho fatto. Adesso ho il sostegno dei miei amici e della mia famiglia, anche se per mio padre all'inizio era una perdita di tempo. In effetti, quando sono a pranzo o a cena con qualcuno devo fotografare tutti i piatti e mi rendo conto di impiegare troppo tempo per la fame che abbiamo io e chi è con me. Per le mie ricette prendo spunto dai ricettari o da piatti che già conosco e poi stravolgo tutto. Mi piace rischiare, aggiungere un ingrediente che amo per toglierne uno che proprio non sopporto, tipo l'uvetta. La maggior parte delle volte parto dal piatto e poi abbino il quadro in base al colore (per esempio se è giallo lo accosto a Van Gogh o a Klimt) o in base agli ingredienti (se cucino la carne abbino Schiele o Freud, i maestri della carne umana). Spesso, però, parto anche dal quadro stesso: se all'interno dell'opera vedo qualcosa che svolazza penso subito all'arricciatura di una fetta di salmone affumicato adagiata su un piatto (che una volta mi ha ricordato il "Nudo" di Matisse e un'altra "The fishing fire" di Utagawa Kuniyoshi). Tra i piatti di cui sono più orgogliosa c'è il polpo su crema di ceci a cui ho abbinato "Il bacio" di Klimt, il mio porridge salato che credevo di aver inventato e invece ho scoperto che già esisteva e la mia crema di zucca. Penso di essere la più grande esperta di zucca e come la cucino io non lo fa nessuno.

    NATURA MORTA DI PERE COTOGNE, VINCENT VAN GOGH

    Tra pentole, padelle e forno passo molto tempo perché qualche volta combino dei disastri mentre cucino e sono costretta a ricominciare. Soprattutto quando si tratta di lievitati, di cui ho il terrore. Diciamo che sembro brava, ma sto ancora imparando. Però posso assicurare che tutto quello che posto su @nalicatessen è buono, perché non imbroglierei mai le persone mostrando un piatto che non mi è riuscito (anche se io lo mangio comunque). Per curare la pagina, cercare le ricette e i quadri impiego più di un'ora al giorno. Mi piace che tutto sia perfetto, che le fotografie dei miei piatti abbiano molta luce e che la descrizione racconti qualcosa di me; parto da un'esperienza di vita, da un gesto che mi sorprende, dalla primavera che torna. Non ho mai pensato di voler mollare tutto e chiudere il blog, però a volte mi demotivo se non ho abbastanza tempo per cucinare, se le ricette non riescono come vorrei o se non trovo i quadri giusti da abbinare. Un altro conflitto era il desiderio di poter fare qualcosa di più concreto che mostrare e basta quello che cucino: inconsciamente sognavo che anche le altre persone (al di fuori di amici e famiglia) assaggiassero i miei piatti. Infatti, grazie alla pagina ho cominciato una collaborazione con un locale, "Cedro", di Piacenza. La prima volta che Alice, la proprietaria, mi ha mandato un messaggio perché interessata a quello che facevo mi sono stupita molto: non credevo che una realtà così piccola come il mio blog potesse mai uscire dal feed di Instagram. Con lei abbiamo organizzato a settembre una "Vincent Dinner", cioè una cena ispirata ai quadri di Van Gogh. Se qualcuno, qualche mese prima, mi avesse proposto di cucinare per quattordici persone non avrei mai avuto il coraggio di accettare. Alla fine ho detto sì, uscendo dalla mia zona di comfort, la mia cucina. Per quella cena speciale ho preparato crostini di pane ai cereali con hummus e datterini gialli, crema di melanzane arrostite e pezzetti di peperoni al forno, crema di peperoni e mais e dadolata di melanzane al forno (ispirati al giallo di Van Gogh), crema di zucca e patate speziata alla curcuma, yogurt greco e semi di girasole, dei falafel con salsa di peperone e mais, maionese vegana e hummus alla curcuma (ispirati a "I girasoli" e "La notte stellata"), un pasticcio di melanzane e patate cotte al forno in salsa di pomodoro speziata (ispirato a "I mangiatori di patate") e per dessert pera cotta con miele, lamelle di mandorle e gelato alla panna con alga spirulina (ispirato alla "Natura morta con mele/pere cotogne"). A marzo c'è in progetto un'altra serata come questa, dedicata però a Klimt.
    Inoltre, a ottobre ho cominciato un'altra collaborazione con una illustratrice, Marcella. Insieme abbiamo progettato le schiscette artistiche, cioè a ogni mia ricetta creata apposta per la vita da pendolare lei abbina un'illustrazione. La prima a cui ho pensato sono stati dei muffin salati alla zucca, poi una torta salata soffice con pancetta, formaggio e spinaci e infine un castagnaccio salato. Da queste esperienze, e grazie a @nalicatessen, mi sento più disinvolta con le nuove persone che incontro, ho un rapporto diverso con il cibo e ho imparato tanta storia dell'arte.

    LE TRE ETA' DELLA DONNA, GUSTAV KLIMT

    Per quanto riguarda l'arte, il mio viaggio comincia da bambina. Il primo approccio è stato alla scuola materna quando ci fecero riprodurre su dei pezzi di legno l'occhio tratto dal "Carnevale" di Mirò. Da qui è cominciata la mia passione per l'arte e in particolare per Van Gogh e il suo giallo caratterizzante, così i miei genitori mi regalarono un libro con tutta la collezione delle sue opere e mi portarono ad Arles per visitare la riproduzione della sua camera e il bar ritratto in "Terrazza del caffè la sera". Ho imparato a conoscere non solo le opere, ma anche la vita di Van Gogh e ho trovato un'affinità emotiva con lui. Da poco ho letto il libro che raccoglie le lettere di Vincent al fratello Theo, che si era preso cura di lui durante l'ultima fase della sua vita, quella più complicata ma al tempo stesso più produttiva, e venivo colpita dallo strazio delle sue parole struggenti, tra solitudine e follia. Crescendo, le ore di arte alla scuola elementare e alle superiori erano quelle che preferivo, soprattutto perché nel frattempo mi ero approcciata ad artisti come Mucha e Schiele. Ricordo che appena compravo il libro di storia dell'arte lo sfogliavo da cima a fondo per vedere quale sarebbe stato il programma dell'anno e trovare le correnti artistiche o i quadri che più mi piacevano. Ogni pittore mi regala impulsi e brividi diversi. Pensando ai miei artisti preferiti ho sensazioni contrastanti come la percezione del caldo e del freddo, il senso di solitudine e l'abbraccio confortevole dell'oro, il romanticismo e il suo opposto, il fascino del buio e poi l'arrivo inaspettato della luce. Se dovessi elencare i dieci quadri che più mi emozionano sceglierei "I girasoli" (Van Gogh), "Sole del mattino" (Hopper), "Ragazzo morso da ramarro" (Caravaggio), "La famiglia" (Schiele), "Mammina" (Michetti), "Carnevale" (Mirò), "L'abbandono" (Toulouse-Lautrec), "L'origine del mondo" (Courbet), "Ritratto di ignoto marinaio" (Antonello Da Messina) e "Le tre età della donna" (Klimt). Proprio a quest'ultimo quadro tengo in maniera particolare. Avevo sentito parlare spesso della sindrome di Stendhal e, così appassionata all'arte, speravo di poterla vivere prima o poi. Quando sono stata a Firenze e ho visitato gli Uffizi mi sono soffermata davanti a ogni opera e ho aspettato che le vertigini e la tachicardia mi assalissero, ma non è successo. Un anno dopo ero alla Galleria Nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma e sapevo che lì mi sarei trovata faccia a faccia con il Klimt. Ho girato l'angolo, sono entrata nella sala ed è stato come se il quadro mi colpisse in pieno petto. Ho provato una felicità inspiegabile e mi sono lasciata andare alle lacrime. Il quadro mi ricordava mia madre, con cui ho un legame profondo, e non sono riuscita a resistere a quel duende che mi pizzicava la pelle e gli organi e mi travolgeva con un vortice di emozioni.

    CONVERGENCE, JACKSON POLLOCK

    Parlando di futuro, prima di tutto mi auguro che ogni cosa vada per il meglio sia a me sia alle persone che ho intorno e a cui tengo. Non credo che @nalicatessen possa diventare il mio lavoro, e lo stesso vale per la cucina in generale. Se da piccola desideravo diventare maestra di arte, crescendo ho pensato che avrei studiato psicologia all'università e che avrei aiutato le persone. Poi ho preso tutt'altra strada (mi sono iscritta alla facoltà di comunicazione per i media e la pubblicità) e adesso, come ho già detto, vorrei diventare direttrice di un museo e grazie a questo impegnare l'arte a livello sociale, per aiutare le stesse persone che avrei aiutato facendo la psicologa o la psicoterapeuta. Nel mio museo potrei anche realizzare dei laboratori per bambini dove si insegna loro a comprendere il legame tra la bellezza della cucina e quella dell'arte. Non so che cosa ci sia nei musei che mi attira così tanto, ma tra quelle sale mi sento come a casa. Mi sento protetta dalle opere, dalla loro potenza emotiva e dalla loro imponenza. Da grande vorrei solo potermi realizzare come persona, per trovare l'essenza, o come piace dire a me, il tuorlo della mia vita.

  • Poesia presente all'interno dell'antologia "Tra un fiore colto e l'altro donato" edita da Aletti Editore.

    Mi sono innamorata

    visceralmente

    del tuo corpo nudo

    Spigoloso e poi morbido

    Fragile, avvolgente

    impaziente

    Le tue vene azzurre

    quasi blu, le dita sottili

    e nodose, i tratti duri

    veri e sinceri

    La linea delle anche

    da seguire con le labbra,

    i capelli avvolti tra le mie dita

    profumano di casa

    E la tua pelle

    neve sulla punta della lingua

    mi rende felice

    come una bimba.