Via Varazzani 17, storia di una quarantena

Vittoria Bernini

Il numero 17 di via Varazzani è un palazzone di fine anni 70, metà di mattoni e metà di cemento liscio e tinto di giallo. Ha anche un tetto piatto dove, da quando è iniziata la quarantena, le signore del terzo piano fanno la loro camminata veloce.

Si tratta di un edificio a cinque piani, e ogni piano a sua volta ospita 2 ampi appartamenti che godono di una tetra vista su una strada grigia e stretta, dove si può parcheggiare solo su un lato. In particolare vorrei concentrarmi sul piano terra e il primo piano, che in questi giorni di quarantena mi hanno fatto da cinema all’aperto.

A piano terra, la famiglia Rossi, formata dal sessantacinquenne signor Rossi e dalla sessantenne signora Rossi, ha messo qualche anno fa le inferiate alle due finestre.

Forse hanno subito un furto e l’accomodante signor Rossi ha lasciato che la moglie, preoccupata che l’evento potesse capitare di nuovo, prendesse quella decisione.

Il signor Rossi fuma di nascosto dalla signora Rossi. Lo faceva prima delle inferiate alle finestre e lo fa anche ora, solo che ora gli sembra di stare in carcere. Gli sembra di stare in carcere per le sbarre alle finestre e perché è costretto a stare dentro casa insieme alla signora Rossi, la sua carceriera per eccellenza.

Lui esce a fare la spessa tutti i giorni, anche se non si dovrebbe, per stare lontano dalla sua signora almeno per un’ora. E quando lui esce, lei si affaccia alla finestra con le inferiate e si accende una sigaretta. Di nascosto.

Sullo stesso pianerottolo troviamo il signor Bianchi. E’ vedevo da dieci anni e ha un cane di piccola taglia che gli fa compagnia. Lui non ha messo le inferiate alle finestre perché dice che in casa sua non c’è niente da rubare, che i ladri ci provino pure.

In questa quarantena gli dispiace molto dover restare in casa, perché dopo aver letto Murakami anni prima ha iniziato a correre in maniera regolare tutti i giorni. Farà lo scrittore anche lui, suppongo.

Da quando è uscito il decreto che limita lo spazio a 200 metri dalla propria abitazione, il signor Bianchi indossa la sua tutina fluorescente, mette il guinzaglio al suo cagnolino e insieme si fanno tutta la via, di corsa, avanti e indietro per dieci volte. Poi il signor Bianchi lascia che la bestiola si riposi e annusi quel che ancora gli resta da annusare, cioè molto poco.

Il signor Bianchi sa che i coniugi Rossi fumano di nascosto uno dall’altra, ma non dice nulla. Sorride e basta.

Al primo piano c’è la famiglia Marchi. I signori Marchi sono sulla quarantina e hanno una bimba di cinque anni con il caschetto nero e lo stomaco gonfio tipico dei bambini.

Non so come si chiami la bimba, diciamo Silvia.

Silvia odia la quarantena. Vorrebbe andare a scuola dai suoi amici, finire l’ultimo anno di scuola materna per potersi diplomare e passare al mondo dei grandi e alle elementari. Vorrebbe giocare al parco giochi di via Emmanueli, dondolarsi sull’altalena sempre più in alto e bruciacchiarsi la pelle venendo giù dallo scivolo rovente.

Vorrebbe andare a danza, infilarsi quel suo body rosa confetto che sottolinea il rigonfiamento del suo stomaco e ballare con le scarpette sporche di pece.

Invece non può. Se ne sta sdraiata sul pavimento del soggiorno e appoggia i piedi sul vetro della portafinestra lasciando aloni sudaticci. Sarà contenta sua madre. E sarò contenta io, che ogni giorno mi sveglio e guardando fuori vedo i suoi calzini variopinti.

Tutto questo tratto da Pulp Fiction, regia di Quentin Tarantino.

Per distrarla un po’ i suoi genitori la mettono a pranzare sul balcone. Verso mezzogiorno via Varazzani è inondata di sole e la bimba se la ride perché pensa di avere un suo privé.

La realtà è che la sua mamma e il suo papà fanno fatica a contenerla e la mettono sul balcone a mangiare per riposarsi le orecchie.

Dall’altra parte abita una signora molto anziana. I suoi capelli sono diventati del tutto bianchi, ma non sono radi, anzi sembrano folti e forti.

La signora Anziana -purtroppo non ho potuto reperire il suo cognome da nessuna parte e quanto a nomi di fantasia non ho molta fantasia- ama le piante. Più sono grandi e più lei le ama intensamente.

Esce sul balcone di continuo, una volta per annaffiarle, una volta per concimarle, una per pulire le foglie con un panno e una per fare conversazione.

No, non è matta, o per lo meno non del tutto, ma mi sembra di ricordare che parlare alle piante fa bene. Credo che faccia bene anche alla signora Anziana, che non ha nessuno con cui parlare da molto tempo.

Lei non ha gatti, cani o conigli, ma ha le sue piante. E una gazza ladra che plana sul cotto del balcone per beccare alcune briciole o smuovere la terra nei vasi delle piante.

Mi fa tenerezza la signora Anziana. A volte, quando la bimba dell’altro appartamento è sul balcone, lei la guarda con occhi tristi. Penso che non abbia avuto figli o magari li ha avuti e nessuno di loro le ha dato dei nipotini. Oppure i suoi nipoti vivono lontano.

Non credo che la signora si stia immaginando la sua vita dopo la quarantena, perché in realtà non è molto diversa da quella che sta vivendo ora.

Io però la immagino. Quando dovrò tornare a Torino mi mancherà mia sorella, anche se spesso ci uccideremmo ma ci vogliamo un bene immenso.

E mi mancherà guardare dalla finestra e spiare gli inquilini del condominio al 17 di via Varazzani. Sono stati un’ottima distrazione per questa quarantena.