Sale

Vittoria Bernini

Avevo impiegato tutto il giorno a convincere i medici e gli psicologi a lasciarmi uscire. Sarebbe stato solo per alcune ore, avevo spiegato ai loro sguardi indecisi. Avevo sentito al telegiornale che il carico di paperelle di plastica disperso quindici anni prima aveva finalmente raggiunto le coste della Cornovaglia e, secondo i calcoli di Ebbesmeyer, entro un paio di giorni avrebbe toccato anche la spiaggia di Plymouth e volevo vederlo. Erano solo animaletti posticci che avrebbero dovuto fare compagnia ai bambini durante il momento del bagno, ma io ero affascinata dal loro viaggio, da quelle miglia percorse senza arrendersi mai.
Alla fine il sì è arrivato e ho avuto un permesso di quattro ore.
Il viaggio in auto con Levi fu piuttosto breve ma appesantito da un silenzio imbarazzante. Non eravamo mai usciti dal nostro ruolo infermiere-paziente e fui sollevata quando vidi avvicinarsi le onde.
Era un giorno di fine marzo, il cielo era grigio con dei tratti bianchi dove il sole cercava di irrompere, e il vento soffiava pigro dal mare.
-Te lo devo portare io?
-No, ce la faccio- e sistemai sulla spalla lo zaino con la bombola dell’ossigeno.
Mi voltai e mi incamminai lungo la spiaggia deserta, la sabbia che mi entrava nelle scarpe un granello fastidioso alla volta.
Lentamente arrivai al bagnasciuga e dovetti fermarmi per riprendere fiato. A riva il vento era più forte e mi scompigliava i capelli e io cercai di tenerli fermi sistemandoli dietro le orecchie, ma il tubicino dell’ossigeno era troppo spesso e le ciocche ispide scivolavano via. Pensai che quella cannula fosse decisamente meglio del sondino naso gastrico che avevo tenuto fino a una settimana prima e che mi scaraventava nel corpo quasi 3000 calorie al giorno. I medici avevano detto che aveva fatto effetto e dopo 5 settimane avevo potuto riprendere a mangiare da sola sotto stretta osservazione. Non avevo voluto sapere quanti chili avevo preso con l’uso del sondino, quella cifra mi avrebbe fatta impazzire, ma anche io vedevo il cambiamento. Ora, quando stringevo il braccio tra pollice e indice, le falangi delle due dita si scontravano e non si accavallavano più una sull’altra.
Sospirai e poi feci entrare dalla bocca l’aria mista a salsedine. Sentivo lo sguardo di Levi addosso, ma scossi la testa e scansai quella sensazione; volevo godermi le mie quattro ore di libertà senza pensieri. Ma un pensiero c’era, ed era stata la spiaggia a evocarlo.
Decisi di attendere le paperelle seduta su un lenzuolo blu con grandi pois azzurri e bianchi che avevo incastrato nello zaino con la bombola dell’ossigeno. Quanti viaggi avevo fatto su quel lenzuolo, quando da bambina dicevo che ogni volta che andavo a dormire era come andare nello spazio.
-C’è vento oggi, vero?
-Come sempre.
-Magari domani ci sarà il sole.
-Magari.
-Tu e questo posto mi mancherete molto.
Annabelle aveva tenuto tutto il tempo gli occhi fissi sulle onde che si accartocciavano sulla riva e poi li aveva spostati su di me. L’hai voluto tu, era quello che dicevano.
-Sono solo sei mesi- ha detto più a se stessa.
-Ci sono i giorni di visita.
-Sì- un gabbiano sopra di noi aveva lanciato uno stridio nel cielo. -Ma io non verrò.-
Di nuovo il suo sguardo era corso da un’altra parte. Svegliarsi accanto a me ogni giorno e vedermi sgretolare era per lei vivere dentro l’atmosfera scarna di un quadro di Schiele.
Si era alzata, si era tolta un po’ di sabbia dai pantaloni e si era chiusa la giacca.
-Prenditi cura di te, Darcy.
Non avevo avuto la forza di chiederle nemmeno un ultimo bacio.
Le lacrime mi annebbiarono gli occhi quando lasciai andare il ricordo. Mi strinsi nelle spalle e mi abbracciai per stare più al caldo, sentendo sotto le dita intorpidite le ossa che volevano balzare fuori dalla mia pelle sottile.
In lontananza, sulla superficie dell’acqua, qualcosa si mosse. Poteva essere semplicemente un bagliore o un pesce guizzato fuori per un momento, ma strizzando gli occhi vidi un oggetto piccolissimo galleggiare.
Cercai di mettermi in piedi, le rotule che si scontravano, e quando ci riuscii traballai a causa di un capogiro. Stavo per cadere, ma la mano di Levi mi afferrò per un braccio.
-Grazie.
-Che cosa hai visto?
Allungai un dito in direzione dell’oggetto che nel frattempo si era avvicinato. Continuammo a fissarlo e dentro la mia testa sentivo crescere la convinzione che potesse essere una di quelle papere di plastica disperse. Inforcai lo zaino e arrivai fino al punto in cui le onde si abbattevano sulla sabbia per vedere meglio. Sì, era proprio una paperella. Era la sola di un intero stormo e stava sguazzando placida fino alle mie scarpe.
La presi in mano e la guardai: era scolorita, la scritta The First Years Inc. ormai illeggibile, ma la papera manteneva la sua forma originaria nonostante gli anni in mare e le intemperie a cui era stata sottoposta.
Così ero io: sola, scheletrica, spinta per inerzia dalla vita a cui inconsciamente mi tenevo così salda, ma ancora capace di tenermi a galla e affrontare gli eventi.
Inspirai dalla cannula dell’ossigeno e un brivido mi corse giù per la schiena.