NALICATESSEN, OLIO EXTRAVERGINE SU TELA

Vittoria Bernini

Progetto per il corso “Vite che non sono la mia”

I GIRASOLI, VINCENT VAN GOGH

Anna Lisa all’anagrafe ma Nali da sempre per la mia famiglia e gli amici. Ho appena iniziato i miei studi all’Università di Parma, ho un blog di cucina dove ai piatti che preparo abbino un quadro, le fossette e da grande mi piacerebbe diventare direttrice di un museo. Quando ero piccola per un periodo ho sognato di fare la cassiera, passare il codice a barre dei prodotti davanti allo scanner e sentire il bip, poi ho pensato di fare la maestra di arte. Uno dei ricordi più importanti che ho è dei tempi delle elementari, quando ci fecero dipingere con le tempere “I girasoli” e la “Camera di Vincent ad Arles” di Van Gogh e credo che sia stato in quel periodo che ho capito che l’arte sarebbe diventata la mia vita. All’inizio, quindi, ho sviluppato una passione per il disegno che conservo tutt’ora, anche se le mie compagne di classe mi escludevano dai loro giochi perché secondo loro non potevo disegnare le gambe dei tavoli con il righello. Mi sono ripresa la mia rivincita proprio grazie a “I girasoli”, perché venne reputato dalle maestre come uno dei migliori e venne appeso alla parete della classe. Nei momenti in cui non studio passo il mio tempo in cucina, che è la stanza che preferisco di casa mia, cerco delle ricette da copiare, sfoglio ricettari e riviste di cucina degli anni ’70, guardo da cima a fondo le raccolte di quadri degli artisti che preferisco e faccio liste. Ne ho iniziata una qualche anno fa dei cibi che mi piacciono con la P: pane, pasta, pizza, pollo, piadina, patate, phocaccia…

LA GIOCONDA o MONNA LISA, LEONARDO DA VINCI

Le mie prime volte ai fornelli risalgono ai giorni in cui mia madre mi metteva in piedi su una sedia e mi faceva mescolare l’impasto liquido del budino sul fuoco o a quelli in cui mi diceva di tagliare le punte dei fagiolini. A otto anni ho fatto il mio primo dolce, il castagnaccio (ora, a guardarlo sfornato, mi fa pensare a “La Gioconda”). Non ricordo se fosse venuto buono, forse no, ma è stato divertente e mi ha permesso di passare del tempo con mia madre. Mi sono avvicinata alla cucina così, perché non era impegnativo e perché era necessario: qualcuno doveva pur prepararla la torta per il pranzo della domenica.Il mio blog, @nalicatessen, nasce per caso. Un giorno, il 18 febbraio 2018, dovevo preparare come sempre il pranzo per me e mio padre di ritorno dal lavoro. Quando è tornato a casa abbiamo discusso, ora non saprei nemmeno dire per che cosa, e ho deciso di prendermi un momento solo mio in cucina per distrarmi da quello che era successo. Così ho preparato tutto con calma, sminuzzando le zucchine, facendole sfrigolare dolcemente in padella, attendendo con pazienza che l’acqua bollisse nella pentola. Ho impiattato il mio mix di mafalde e rigatoni integrali con zucchine e zafferano su un piatto bianco con decori azzurri. Guardando con attenzione quella sfera gialla centrale e quel contorno blu, la luna della “Notte stellata” di Van Gogh mi è affiorata sotto le palpebre. Per come sono fatta, prima di aprire la pagina e postare la prima ricetta ho dovuto riflettere a lungo. Non ero sicura e mi vergognavo, pensavo alle persone che mi conoscevano e al loro giudizio. Poi mi sono decisa e l’ho fatto. Adesso ho il sostegno dei miei amici e della mia famiglia, anche se per mio padre all’inizio era una perdita di tempo. In effetti, quando sono a pranzo o a cena con qualcuno devo fotografare tutti i piatti e mi rendo conto di impiegare troppo tempo per la fame che abbiamo io e chi è con me. Per le mie ricette prendo spunto dai ricettari o da piatti che già conosco e poi stravolgo tutto. Mi piace rischiare, aggiungere un ingrediente che amo per toglierne uno che proprio non sopporto, tipo l’uvetta. La maggior parte delle volte parto dal piatto e poi abbino il quadro in base al colore (per esempio se è giallo lo accosto a Van Gogh o a Klimt) o in base agli ingredienti (se cucino la carne abbino Schiele o Freud, i maestri della carne umana). Spesso, però, parto anche dal quadro stesso: se all’interno dell’opera vedo qualcosa che svolazza penso subito all’arricciatura di una fetta di salmone affumicato adagiata su un piatto (che una volta mi ha ricordato il “Nudo” di Matisse e un’altra “The fishing fire” di Utagawa Kuniyoshi). Tra i piatti di cui sono più orgogliosa c’è il polpo su crema di ceci a cui ho abbinato “Il bacio” di Klimt, il mio porridge salato che credevo di aver inventato e invece ho scoperto che già esisteva e la mia crema di zucca. Penso di essere la più grande esperta di zucca e come la cucino io non lo fa nessuno.

NATURA MORTA DI PERE COTOGNE, VINCENT VAN GOGH

Tra pentole, padelle e forno passo molto tempo perché qualche volta combino dei disastri mentre cucino e sono costretta a ricominciare. Soprattutto quando si tratta di lievitati, di cui ho il terrore. Diciamo che sembro brava, ma sto ancora imparando. Però posso assicurare che tutto quello che posto su @nalicatessen è buono, perché non imbroglierei mai le persone mostrando un piatto che non mi è riuscito (anche se io lo mangio comunque). Per curare la pagina, cercare le ricette e i quadri impiego più di un’ora al giorno. Mi piace che tutto sia perfetto, che le fotografie dei miei piatti abbiano molta luce e che la descrizione racconti qualcosa di me; parto da un’esperienza di vita, da un gesto che mi sorprende, dalla primavera che torna. Non ho mai pensato di voler mollare tutto e chiudere il blog, però a volte mi demotivo se non ho abbastanza tempo per cucinare, se le ricette non riescono come vorrei o se non trovo i quadri giusti da abbinare. Un altro conflitto era il desiderio di poter fare qualcosa di più concreto che mostrare e basta quello che cucino: inconsciamente sognavo che anche le altre persone (al di fuori di amici e famiglia) assaggiassero i miei piatti. Infatti, grazie alla pagina ho cominciato una collaborazione con un locale, “Cedro”, di Piacenza. La prima volta che Alice, la proprietaria, mi ha mandato un messaggio perché interessata a quello che facevo mi sono stupita molto: non credevo che una realtà così piccola come il mio blog potesse mai uscire dal feed di Instagram. Con lei abbiamo organizzato a settembre una “Vincent Dinner”, cioè una cena ispirata ai quadri di Van Gogh. Se qualcuno, qualche mese prima, mi avesse proposto di cucinare per quattordici persone non avrei mai avuto il coraggio di accettare. Alla fine ho detto sì, uscendo dalla mia zona di comfort, la mia cucina. Per quella cena speciale ho preparato crostini di pane ai cereali con hummus e datterini gialli, crema di melanzane arrostite e pezzetti di peperoni al forno, crema di peperoni e mais e dadolata di melanzane al forno (ispirati al giallo di Van Gogh), crema di zucca e patate speziata alla curcuma, yogurt greco e semi di girasole, dei falafel con salsa di peperone e mais, maionese vegana e hummus alla curcuma (ispirati a “I girasoli” e “La notte stellata”), un pasticcio di melanzane e patate cotte al forno in salsa di pomodoro speziata (ispirato a “I mangiatori di patate”) e per dessert pera cotta con miele, lamelle di mandorle e gelato alla panna con alga spirulina (ispirato alla “Natura morta con mele/pere cotogne”). A marzo c’è in progetto un’altra serata come questa, dedicata però a Klimt.
Inoltre, a ottobre ho cominciato un’altra collaborazione con una illustratrice, Marcella. Insieme abbiamo progettato le schiscette artistiche, cioè a ogni mia ricetta creata apposta per la vita da pendolare lei abbina un’illustrazione. La prima a cui ho pensato sono stati dei muffin salati alla zucca, poi una torta salata soffice con pancetta, formaggio e spinaci e infine un castagnaccio salato. Da queste esperienze, e grazie a @nalicatessen, mi sento più disinvolta con le nuove persone che incontro, ho un rapporto diverso con il cibo e ho imparato tanta storia dell’arte.

LE TRE ETA’ DELLA DONNA, GUSTAV KLIMT

Per quanto riguarda l’arte, il mio viaggio comincia da bambina. Il primo approccio è stato alla scuola materna quando ci fecero riprodurre su dei pezzi di legno l’occhio tratto dal “Carnevale” di Mirò. Da qui è cominciata la mia passione per l’arte e in particolare per Van Gogh e il suo giallo caratterizzante, così i miei genitori mi regalarono un libro con tutta la collezione delle sue opere e mi portarono ad Arles per visitare la riproduzione della sua camera e il bar ritratto in “Terrazza del caffè la sera”. Ho imparato a conoscere non solo le opere, ma anche la vita di Van Gogh e ho trovato un’affinità emotiva con lui. Da poco ho letto il libro che raccoglie le lettere di Vincent al fratello Theo, che si era preso cura di lui durante l’ultima fase della sua vita, quella più complicata ma al tempo stesso più produttiva, e venivo colpita dallo strazio delle sue parole struggenti, tra solitudine e follia. Crescendo, le ore di arte alla scuola elementare e alle superiori erano quelle che preferivo, soprattutto perché nel frattempo mi ero approcciata ad artisti come Mucha e Schiele. Ricordo che appena compravo il libro di storia dell’arte lo sfogliavo da cima a fondo per vedere quale sarebbe stato il programma dell’anno e trovare le correnti artistiche o i quadri che più mi piacevano. Ogni pittore mi regala impulsi e brividi diversi. Pensando ai miei artisti preferiti ho sensazioni contrastanti come la percezione del caldo e del freddo, il senso di solitudine e l’abbraccio confortevole dell’oro, il romanticismo e il suo opposto, il fascino del buio e poi l’arrivo inaspettato della luce. Se dovessi elencare i dieci quadri che più mi emozionano sceglierei “I girasoli” (Van Gogh), “Sole del mattino” (Hopper), “Ragazzo morso da ramarro” (Caravaggio), “La famiglia” (Schiele), “Mammina” (Michetti), “Carnevale” (Mirò), “L’abbandono” (Toulouse-Lautrec), “L’origine del mondo” (Courbet), “Ritratto di ignoto marinaio” (Antonello Da Messina) e “Le tre età della donna” (Klimt). Proprio a quest’ultimo quadro tengo in maniera particolare. Avevo sentito parlare spesso della sindrome di Stendhal e, così appassionata all’arte, speravo di poterla vivere prima o poi. Quando sono stata a Firenze e ho visitato gli Uffizi mi sono soffermata davanti a ogni opera e ho aspettato che le vertigini e la tachicardia mi assalissero, ma non è successo. Un anno dopo ero alla Galleria Nazionale di arte moderna e contemporanea di Roma e sapevo che lì mi sarei trovata faccia a faccia con il Klimt. Ho girato l’angolo, sono entrata nella sala ed è stato come se il quadro mi colpisse in pieno petto. Ho provato una felicità inspiegabile e mi sono lasciata andare alle lacrime. Il quadro mi ricordava mia madre, con cui ho un legame profondo, e non sono riuscita a resistere a quel duende che mi pizzicava la pelle e gli organi e mi travolgeva con un vortice di emozioni.

CONVERGENCE, JACKSON POLLOCK

Parlando di futuro, prima di tutto mi auguro che ogni cosa vada per il meglio sia a me sia alle persone che ho intorno e a cui tengo. Non credo che @nalicatessen possa diventare il mio lavoro, e lo stesso vale per la cucina in generale. Se da piccola desideravo diventare maestra di arte, crescendo ho pensato che avrei studiato psicologia all’università e che avrei aiutato le persone. Poi ho preso tutt’altra strada (mi sono iscritta alla facoltà di comunicazione per i media e la pubblicità) e adesso, come ho già detto, vorrei diventare direttrice di un museo e grazie a questo impegnare l’arte a livello sociale, per aiutare le stesse persone che avrei aiutato facendo la psicologa o la psicoterapeuta. Nel mio museo potrei anche realizzare dei laboratori per bambini dove si insegna loro a comprendere il legame tra la bellezza della cucina e quella dell’arte. Non so che cosa ci sia nei musei che mi attira così tanto, ma tra quelle sale mi sento come a casa. Mi sento protetta dalle opere, dalla loro potenza emotiva e dalla loro imponenza. Da grande vorrei solo potermi realizzare come persona, per trovare l’essenza, o come piace dire a me, il tuorlo della mia vita.