Luces de muerte

Vittoria Bernini

Ispirato a Luces de Bohemia di Ramón María del Valle-Inclán

Feci aggrappare Max Estrella stretto al braccio di Don Latino, il suo agente, mentre li conducevo per le strade di Madrid. Max, ormai cieco da qualche anno, teneva gli occhi ben serrati, mentre un fastidioso riverbero gli batteva contro il viso. Si domandò cosa fosse quel fascio di luce e con uno scatto del polso lo feci fermare.

-¿Qué pasa, Max?

-Cos’è questa luce?- la sua voce era impastata con l’alcol scadente ingerito alla taverna.

Ho creato questa Madrid di specchi per confondere i miei burattini: sono creature speciali, nate dalle mie mani esperte, ma sono solo questo: muñecas. Si riflettono distrattamente nella superficie di specchi e credono di essere veri, di essere umani in una città umana. Non sanno di vivere nel mio teatro, non sanno di essere mossi dai miei fili.

-E’ il sole, Max- rispose Don Latino roteando gli occhi al cielo. -Come sempre-

-E’ più forte.

Rivolsi la testa di Max verso l’alto e gliela feci muovere, guidato dal suo naso, alla ricerca di quella fonte di luce. La cercò con i sensi che gli restavano e a tentoni si avvicinò alla parete riflettente. Era calda, gli solleticava le dita e gli feriva gli occhi già lesi.

-Dove siamo?

-Callejón del Gato- rispose Latino. -E’ la solita strada. Stai perdendo un po’ i colpi, vecchio mio.-

-Che cosa sto toccando?

-Un edificio.

-No, che cosa sto toccando?- insistette. -E’ uno specchio?-

-Ma che tonterías dici? Andiamo, dai.

Il braccio di Don Latino si mosse e strattonò Max che fu costretto a seguirlo. Mi prendo del tempo per parlare di Estrella, in questo frammento di storia i due burattini camminano molto piano, Max comincia a sentire che in lui qualcosa non va.

Ho deciso che Max Estrella dovesse essere uno scrittore nel momento in cui ho sbozzato per la prima volta il legno. Ho sentito nella sua durezza la malleabilità adatta per questo mestiere. E’ stato complicato rifinirlo, dargli la forma adatta, tingere i suoi occhi in modo che col tempo diventassero lattiginosi e ciechi. Gli ho dato una vita miserabile, colma di stenti e per lui avevo già scritto un finale nel momento stesso in cui gli ho dato la vita, quando ho controllato per l’ultima volta i nodi delle cordicelle e l’ho messo in scena.

Sì, Max stava per morire, i fili erano pronti per essere tagliati, e lui lo sapeva: attendeva la morte come una vecchia amica.

I due burattini stavano procedendo verso casa di Max, lamentandosi di quanto quella sera la birra fosse amara.

-C’era Darío alla taverna, quel modernista.

-Devi aver bevuto troppo, amico, Darío è sepolto da un pezzo.

-Gli ho parlato, Latino, ho riconosciuto la sua voce.

-Forse era il suo espíritu- commentò Don Latino.

-Ho freddo- disse Max. -Latino, prestami la tua giacca.-

-Appena arriviamo.

-Ho freddo adesso, prestami la tua giacca.

Don Latino trascinò Max ancora per alcuni metri, intanto che lui tremava e si accartocciava sempre più su se stesso.

-Ho freddo- era solo un mormorio ma Don Latino lo sentì bene.

-Falta poco, siamo quasi arrivati.

-Don Latino de Hispalis, saresti un personaggio perfetto per uno dei miei racconti.

-Sarebbe una tragedia, Max.

Una volta giunti davanti al portone di casa di Estrella accompagnati dai suoi continui lamenti, tagliai il primo filo, quello legato alla sua gamba sinistra, e il mio burattino cadde in ginocchio attraversato da un dolore crudele.

Don Latino cercò di sorreggerlo, ma Max era troppo pesante e troppo stremato. Sentiva il freddo mordergli le braccia e le gambe e i suoi tremiti si trasformarono in veri terremoti.

Tagliai anche l’altro filo e lui si accasciò del tutto. Percepiva il viso di Latino sopra di lui, il suo alito appestato dalla birra era l’unica fonte di calore che dava ristoro a Max che sentiva la vita sgusciare via. Trovò la forza di allungare una mano verso Latino, gli toccò i capelli ispidi e poi con le dita sfiorò qualcosa di più rigido che partiva dalla sua nuca. Subito Max non capì, ma afferrando meglio si rese conto della messa in scena e spalancò per l’ultima volta i suoi occhi opachi in preda al terrore.

Era giunto il momento. Tesi i fili che gli sorreggevano ancora le braccia e li recisi in un solo colpo. Il mio burattino lanciò un grido di dolore e si sarebbe portato le mani al cuore se avesse potuto farlo.

-Sto morendo, Latino.

-Me asustas, Max- gli rispose. -Alzati, ti prego-

-Non sento più il mio corpo, sto morendo.

-Stai solo cercando di commuovermi.

-Vattene- disse Max con quel poco di voce che gli restava. -Voglio sentire il tramonto sul viso mentre muoio.-

Don Latino si alzò dal corpo del suo amico e fece qualche passo indietro. L’avrebbe lasciato morire da solo, al freddo, mentre il sole calava dietro la città di specchi, se non avesse visto scaturire dal suo petto una potente luce bianca che bruciava le sue membra di legno e gli restituiva il calore del sangue.

Come una parca, avevo tagliato anche l’ultimo filo che lo teneva legato a me, quello che gli spuntava dal collo, e stava compiendo la sua trasformazione: stava diventando umano.

Avevo sempre saputo che Max ne fosse degno. Solo poche delle mie muñecas potevano compiere quel viaggio e uscire dalla Madrid specchio per vivere una vita vera.