Il tempo di una partita a minigolf

Vittoria Bernini

Odio il mare. Odio l’acqua e la sabbia. Odio il sole. Odio la pelle abbronzata.

Eppure ogni estate mi trascino nella casa al mare della mia famiglia, per respirare iodio e lamentarmi dei capelli impastati di sale.

Percorro tutto il lungomare già cosparso di sottili granelli di sabbia, il sole non è troppo forte e le onde arrivano pigre sulla battigia, e una sottile goccia di sudore mi cade dietro il collo. Ci siamo io, le mamme con i bambini piccoli che si prendono le ore più fresche del giorno e i corridori improvvisati durante le vacanze. Chissà come mai diventiamo tutti dei grandi sportivi appena siamo in ferie.

Arrivo in spiaggia, faccio un cenno di saluto al bagnino, e mi dirigo all’ombrellone. È sempre lo stesso da almeno trent’anni, il numero 227.

Non mi spoglio nemmeno, ho intenzione di accogliere solo l’ombra sulla mia pelle, e mi cospargo il viso di protezione cinquanta.

Prendo il libro dalla borsa, Cent’anni di solitudine, e vorrei leggere, concentrarmi sulle parole nere e focalizzare le immagini dentro la testa, ma non riesco. Nonostante sia presto e sia sabato mattina, accanto a me c’è un gruppetto di ragazze che non riescono a parlare con un tono di voce basso e ascoltano brutta musica da una cassa.

Mi chiedo cosa diano da mangiare alle nuove generazioni perché queste ragazze sono tutte alte, con la vita stretta e la pelle liscia e senza un’imperfezione. Alla loro età, circa sedici anni, ero alta appena un metro e sessanta e l’acne mi aggrediva le guance e il mento.

Loro mi ricordano quando il mare ancora mi piaceva, quando entravo nell’acqua alla mattina e ne uscivo il pomeriggio tardi. Dovevano obbligarmi a venire fuori, mia nonna urlava che mi sarebbero spuntate le branchie prima o poi.

Avevo una piccola compagnia ed eravamo il gruppo peggio assortito che esistesse. C’era Robi, la più grande. Aveva quindici anni, noi tredici, e ci raccontava quelle cose sul sesso che non sapevamo. Lei aveva esperienza, così diceva. L’ascoltavamo tutte ammirate e pendevamo dalle sue labbra. Tutte tranne Silvia.

Silvia era magrissima e altissima, il prototipo della generazione successiva, e sfoggiava il suo fisico atletico come un trofeo. Poteva mangiare quanto voleva e non prendeva un grammo. A dirla tutta ero un po’ invidiosa e quando mi sedevo vicino a lei incrociavo le braccia sulla pancia per coprirla. Silvia voleva essere quella grande, ma nessuna la considerava tale. Aveva tredici anni e non ci importava di quante volte a Milano i colleghi di suo padre le avessero detto che sembrava averne almeno diciassette.

E poi c’era Alice. Lei mi piaceva, era ingenua e buona. Si prendeva cura della sorellina e ascoltava quello che le dicevano i suoi genitori senza mai lamentarsi troppo. Andavamo d’accordo, Alice e io. Forse era perché anche lei sentiva di sfigurare accanto a Silvia.

Infine c’ero io, una ragazzina dai capelli stopposi e pieni di nodi con la passione per i libri fantasy. In quel periodo assomigliavo a mia madre da giovane, se non contiamo gli occhiali piccoli e rettangolari che mi schiacciavano la parte superiore del viso.

Alla sera non ci era permesso uscire senza gli adulti e il massimo del divertimento era una partita a minigolf. Diventava più interessante quando qualcuna tirava troppo forte e la pallina usciva dal campo per atterrare in spiaggia.

Ma comunque, poteva andarci peggio.

Dopo lunghi bagni in mare, l’unico posto dove potevamo parlare senza che un genitore origliasse, sedevamo sotto il portico dello stabilimento a giocare a carte.

Le punte dei capelli umidi facevano colare l’acqua sulle nostre spalle, i costumi si appiccicavano alla pelle e gli asciugamani, avvolti intorno alla vita, diventavano fradici e ci facevano rabbrividire.

Una volta, si sentiva già l’odore di inizio settembre e quello dei libri di scuola da togliere dal cellophane, eravamo sedute attorno a uno dei tavolini facendo merenda e giocando a Machiavelli (Robi vinceva sempre, sua madre le aveva insegnato a contare le carte). Tra un tris e l’altro ci stavamo raccontando alcune disavventure scolastiche e ridevamo, ridevamo tanto.

-E poi sai cosa le ho detto a quella scema della Sara Ferrari?

-Cosa?

-Scusa, ho dei problemi di udito. Non riesco a sentire gli stronzi quando parlano.

Si sollevò un coro di oooh! e ridemmo così tanto da farci lacrimare gli occhi e sentire gli addominali indolenziti. La sfortuna fu che in quel momento io stessi bevendo un sorso della mia coca e non riuscii a trattenermi, così sputai un getto zuccherato in faccia ad Alice che mi sedeva davanti. Ci fu un momento di silenzio in cui io guardai la mia amica con gli occhi sbarrati mentre lei cercava di capire cosa le fosse successo, poi ridemmo di nuovo.

Nel periodo delle medie aspettavo agosto solo per vedere loro, ma poi siamo cresciute, Silvia voleva una compagnia diversa, che prevedesse più maschi, e i rapporti sono cambiati. Era come se l’estate non arrivasse più.

Ho iniziato a odiare il mare, le vacanze, le persone che si divertono.

Le amicizie estive non durano per sempre. Sopravvivono giusto il tempo di un tuffo dal molo, di una granita nei pomeriggi caldi o, se va bene, quanto una partita a minigolf.

Che faccio? Mi giro e chiedo alle ragazze di abbassare la musica? No, non sarebbe giusto. Infrangerei troppo presto il loro sogno di amicizia eterna. Per il momento lascio che si godano la loro estate, i loro bagni e la pelle abbronzata.