Gita al lago

Vittoria Bernini

Era presto, in spiaggia c’eravamo solo noi. Il sole non era ancora troppo alto e guardando in lontananza si poteva vedere il porticciolo di Sirmione.
I miei amici si erano già tuffati nell’acqua dolce e pesante del lago, ma io restavo a guardarli dalla riva. Cristina, l’altra ragazza del gruppo, strillava per la paura dei pesci che le scivolavano tra le caviglie e i ragazzi ridevano. Uno di loro, Alex, la prese sulle spalle e lei smise di gridare. Quando si accorsero che stavo cercando di entrare si voltarono verso di me e mi incitarono a raggiungerli.
-Dai vieni, non è così male!
E’ tremenda, pensai. Per prendere tempo mi sistemai il costume, il reggiseno verde scuro e lo slip bianco a fiori che non c’entrava nulla.
Li sentivo e li vedevo ridere, si immergevano nell’acqua e risalivano in superficie come se la morsa gelida non li ferisse nello stesso modo in cui feriva me.
Ero stata io a proporre quella gita al lago. Due ragazze e tre ragazzi, una macchina nuova dalle portiere blu che superava i limiti di velocità e le peggiori canzoni messe da Spotify. Eppure, intanto che avanzavo un millimetro alla volta nell’acqua, io pensavo. Pensavo che avevo organizzato quella gita perché volevo tornare nel luogo in cui ero nata, godermelo, respirarne l’aria densa. Volevo tornare lì per salutare mia nonna, passare a trovarla e imprimere un momento solo nostro come quando avevo due anni e lei tutte le mattine mi preparava la tisana al finocchio.
Pensando a mia nonna toccai l’anello al dito medio della mano destra. Me l’aveva regalato lei e non l’avevo mai tolto. Era il mio modo per dirle che nonostante la distanza l’avrei tenuta sempre accanto.
In macchina mi ero girata verso Michele, al volante, e gli avevo chiesto se una volta arrivati in paese ci saremmo potuti fermare in un posto.
-E’ casa tua, comandi tu- aveva scherzato, ma io non mi ero sentita affatto tranquilla.
Adesso l’acqua mi pungeva le ginocchia e per riscaldarmi incrociai le braccia davanti al petto in un gesto inutile. Un tremito mi scosse la peluria del collo e si depositò nelle guance.
-Buttati! Se no non ti abitui più!- fu Andrea a parlare e cercò di venirmi incontro per portarmi con loro.
-No, Andre, non mi va- gli risposi. -Piano piano.-
Alzò le mani in segno di resa, mi sorrise e si allontanò.
Una volta usciti dall’autostrada Michele aveva voluto l’indirizzo del luogo e intanto che guidava riuscivo a sentire nelle orecchie il suono del mio stesso cuore. Volevo andare da mia nonna ma non volevo che i miei amici vedessero dove lavorava. Per la prima volta ero riuscita ad ammettere che me ne vergognavo. Era un lavoro come un altro, dietro al banco della salumeria in un supermercato, ma per me era imbarazzante. Non era quello che avevano fatto le nonne dei miei amici.
-Lasciami qua, ci metto cinque minuti.
Sentivo il lago mordermi la vita, le risate e gli schizzi sempre più vicini. Guardai in basso, avevo il dorso dei piedi e delle mani viola, striati dai capillari.
I brividi partivano dal malleolo, facevano un giro attorno alla rotula, si arrampicavano sull’anca, abbracciavano l’articolazione della spalla e si incanalavano nella spina dorsale.
Andrea fece salire Cristina in piedi sulle sue spalle tenendola per i polsi, e quando ebbero trovato entrambi l’equilibrio lui la lasciò andare e lei si gettò indietro per tuffarsi nell’acqua. Sorrisi e camminai un altro po’ prima di sentire il freddo all’altezza dello stomaco e bloccarmi.

Ero entrata di corsa nel supermercato quasi vuoto a quell’ora e mi ero diretta al banco salumeria. Lei era di spalle e puliva l’affettatrice.
-Ciao, nonna.
-Tesoro!- i suoi occhi si erano accesi e appena inumiditi. -Che ci fai qui?-
-Sono con degli amici.
Era uscita da dietro il bancone, aveva timbrato la pausa, ed era venuta ad abbracciarmi. Aveva il suo solito odore di crema alle rose e Opium spruzzato dietro le orecchie e tra i riccioli grigi.
-Andate a Rivoltella?-
-Sì- le avevo risposto. -Ne ho approfittato per venire a trovarti.-
-Hai fatto bene- mi aveva abbracciato di nuovo.
-Ora dovrei andare.
-No- ho detto secca, ma poi mi sono schiarita la gola. -No, siamo parcheggiati in divieto di sosta e non possiamo fermarci tanto.-
La nonna ha lanciato un’occhiata alle mie mani che si contorcevano una nell’altra e al mio arretrare lentamente verso l’uscita.
-Va bene- ha risposto delusa da quella breve visita. -State attenti in macchina.-
Avevo annuito mentre mi allontanavo per tornare dagli altri, sentendo un gomitolo di lacrime fare capolino nella mia gola.

-Abbiamo capito che fino a qui non ci saresti arrivata.
La voce di Michele mi riportò alla realtà. Si erano tutti avvicinati a me e Alex mi mostrò i video girati con la macchina fotografica sott’acqua. Era solo un diversivo, perché mentre ero distratta Andrea nuotò verso di me, mi afferrò per i fianchi e mi fece immergere con lui.
Riemersi boccheggiando. Avevo mandato giù alcune sorsate d’acqua e la sentivo bruciarmi nel naso.
Tossii e cercai di maledire Andrea, poi i colpi di tosse si trasformarono in risata. Gli altri mi seguirono e ridemmo così tanto da avere male agli zigomi.
-Comunque tua nonna sta in un bel posto- Cristina mi mise una mano sulla spalla e si guardò attorno. -Vorrei lavorare anche io così, con la vista sul lago.-
Voltai la testa verso di lei e i miei polmoni sospirarono di sollievo. Ormai eravamo al centro del lago, ero fradicia, sulla collina si intravedeva il supermercato e io mi immersi ancora assieme ai miei amici.