Bocciolo di orchidea

Vittoria Bernini

Il tuo lavoro ti portava a viaggiare parecchio, ma quando ti era possibile portavi anche me. Abbiamo visto tanti posti insieme, anche se alle bellezze di quei luoghi ho sempre preferito te.

C’erano dei viaggi, però, che non potevamo affrontare insieme e io restavo ad aspettarti a casa. Una casa che, per giunta, senza di te non sentivo mia, non sentivo nostra.

Mi chiamavi quando avevi tempo e alcune sere attendevo di sentire il rumore della chiamata su Skype per poterti vedere. Spesso capitava che fosse nel cuore della notte per via del fuso orario ed era bello vedere il tuo viso sul computer anche se poco nitido e con il suono che arrivava un attimo dopo l’immagine.

Entrambe con gli occhi stanchi, il trucco lievemente colato, la mancanza che formava i cristalli dello schermo, ma con le labbra sorridenti e il cuore gonfio di emozioni.

<<È ora di dormire, piccola.>> mi dicevi quando vedevi che stavo cedendo.

<<Ancora cinque minuti, amore>> rispondevo mascherando uno sbadiglio e sfregandomi gli occhi. <<Raccontami che hai fatto oggi.>> e poi diventava un’altra mezz’ora senza che ce ne rendessimo conto.

<<Ora vai, resto qui finché non ti addormenti.>>

E lo facevi, mi guardavi mentre piano piano sprofondavo nel sonno tenendo una mano tra i capelli come se fosse la tua.

Mi parlavi con un sussurro in modo che la tua voce mi cullasse e potessi sognarti e poi ti fermavi a osservarmi per un po’. Lo so perché nel mio dormiveglia non sentivo il rumore della chiamata interrotta ma il tuo respiro e a volte l’accendino che scattava. Restavi finché non eri sicura che stessi dormendo o che non sarei stata male all’improvviso, vegliavi su di me anche da lontano e in quei momenti mi sentivo al sicuro, protetta come in un bocciolo di orchidea, il fiore che ami e che ti facevo sempre trovare sul tavolo quando tornavi dai tuoi viaggi.