Testimone di tutto ciò

Riccardo Bassi

Che poi a lui i matrimoni non erano mai piaciuti. Molto meglio i funerali. Lì nessuno aveva voglia di tirare lungo. Tante condoglianze, un poco di cordoglio, il prete che recita le sue formule magiche e via, l’anima del caro defunto jumbogettata nell’oscuro nulla dell’eternità. No, a lui i matrimoni proprio non erano mai piaciuti.

Un sonoro scaracchio del suo compagno di stanza giunse rimbombando dalla porta del bagno, ridestandolo dai pochi e lenti pensieri che prendevano forma nella sua mente quella mattina. Già, il suo compagno di stanza, ma chi era? Si, doveva essere il fratello di Luca, gli pareva di ricordare, testimone pure lui. Non gli era mai piaciuto nemmeno quel tipo. Lo aveva inquadrato sin dal loro primo incontro qualche anno prima: forgiato dalla spocchia tipica del piccolo imprenditore sull’orlo del fallimento, era solito cucirsi indosso un atteggiamento totalmente estraneo al suo ceto sociale. Inoltre sospettava fosse un fascio, e lui odiava i fasci. In tutta risposta a questi suoi pensieri, l’altro cacciò una prolungata scorreggia. Argomentazione ineccepibile, discorso finito.

Cosa aveva fatto la sera prima? Nell’ultimo periodo si era posto questa domanda più spesso di quanto fosse auspicabile per un uomo della sua età. Assaggiò per un momento il sapore che aveva in bocca: aveva bevuto, pure troppo, e questo era certo. Gin, probabilmente, più qualcos’altro. Ormai beveva sempre. Del resto – qualcuno aveva detto – cosa puoi fare un sabato sera in cui la tua ragazza ti ha lasciato, la TV è rotta e la tua tuta da jogging è da lavare? Non ricordava chi lo avesse detto, forse Bukowski. Molto più probabilmente Snoopy. I suoi riferimenti culturali erano quelli.

Insomma, aveva bevuto, e fin qui tutto limpido. Forse si era pure fatto. No, fatto no. Non era tipo da mischiare le due cose, lui. Si reputava un professionista dello sballarsi, lui. E, di fatto, lo era: sceglieva con una precisione quasi maniacale le sostanze da assumere in una serata, e le assumeva curandone particolarmente l’ordine, fino a raggiungere determinati gradi di alterazione. Tutto ciò, a seconda dei casi, sempre con un ben preciso scopo: migliorare il proprio grado di socializzazione, rendere più sopportabile una situazione, dimenticare. Era un alchimista della sbronza, lui.

Dunque aveva bevuto, e verosimilmente aveva bevuto per dimenticare. Ma per dimenticare cosa? Forse il fatto che il suo migliore amico avesse appena sposato la donna che lui, alchimista della sbronza, cultore di Snoopy, ammiratore dei funerali, che lui avesse mai amato. Anna. Forse. Era una possibilità concreta, ma non ne era completamente convinto.

Bussarono alla porta, e per la seconda volta in quella stupida e melliflua mattinata si ridestò dal flusso pigro dei suoi pensieri. Si tirò in piedi goffamente, ed osservò la sua sagoma trasandata riflessa dall’ampia anta a specchio dell’armadio della sua stanza d’albergo. Un leggero accenno di pancia faceva capolino tra i due lembi di camicia che gli cingevano il busto, sozzi di vino e stropicciati. Vino, ecco cos’altro aveva bevuto. Pensò che avrebbe dovuto iniziare ad andare in palestra. Il suo fascino ne avrebbe certamente guadagnato. Il giorno dopo sarebbe andato ad iscriversi. Sicuro. No anzi, il giorno dopo aveva quella cena di lavoro, non avrebbe avuto senso. Al limite la settimana seguente. Sicuro, la settimana seguente.

Il bussare si fece più intenso. Si mosse con flemma serafica verso la porta; sentì il freddo del pavimento sotto il piede destro, il tepore e la morbidezza della calza sotto al sinistro. Si passò la mano tra i capelli brizzolati e si allacciò qualche bottone della camicia, nel vano tentativo di darsi un contegno per lui irraggiungibile quella mattina.

Aprì lentamente la porta e si ritrovò faccia a faccia con lo sposo. Luca, il suo Luca, il Cacchione – come era solito chiamarlo – fratello da madre diversa. Da quanti anni si conoscevano, Luca e lui? Dieci, forse dodici anni. Dai primi anni all’Università. Ed era pure stato lui a fargli

conoscere Anna, sua moglie. Moglie. Che impressione pensarla in quei termini. Anna, moglie di Luca. Anna, per sempre di Luca. Mai più sua. Non si pensi che non fosse felice, anzi! Se qualcuno doveva sposarla quello era Luca. Assolutamente Luca, nessuno meglio di lui. Felicissimo per loro. C’era solo quella cosa dei sentimenti che si, insomma, la soffriva un po’. Ma nulla di che, sarebbe passata. Questione di qualche mese, qualche anno al massimo.

Luca lo squadrava serio dalla soglia. Macché serio – constatò – Luca era proprio incazzato. Si guardarono negli occhi per qualche secondo, Luca vibrante di rabbia, lui più che altro perplesso. Poi lo sposo domando ferocemente: “Non ti ricordi un cazzo di ieri sera… Brutto… Ubriacone… Del cazzo?”. La sua voce era interrotta da singhiozzi di rabbia. Povero Luca. Non era mai stato un granché nell’esprimersi. Non era tipo da pubbliche relazioni Luca. Era tipo da stare dietro una scrivania a fare conti. Non come lui. A ruoli invertiti, lui lo avrebbe distrutto con una sola parola. E invece Luca, nonostante tutta la sua rabbia, tutto il suo rancore, proprio non riusciva ad essere minaccioso. Pietoso, quello si. Essere pietoso gli riusciva benissimo.

Per rispondere al quesito dell’amico si limitò a fare una smorfia, sperando risultasse simpatica, e a scrollare le spalle. Capì che fu una brutta idea pochi istanti dopo, quando vide partire il montante di Luca. Poi fu un lampo nero, un turbinio di dolore. Vide i passi dell’amico allontanarsi nel corridoio dell’albergo mentre si accasciò a terra, con un liquido caldo e denso come cioccolata che gli impregnava le dita premute sul volto. E bravo, il suo Luca. Questo non se lo aspettava proprio.

Una mezz’ora più tardi scese lo scalone che portava al bar dell’hotel. Si era sistemato, e si sentiva persino a suo agio in quel completo di leggero lino blu. Aveva per un momento soppesato l’idea di scendere con indosso le infradito, ma poi vaffanculo, lo stile prima di tutto, ed aveva optato per un paio di mocassini estivi. Si sedette su di un soffice sgabello di velluto verde, ed appoggio i gomiti sul bancone di marmo dell’elegante bar. Il ragazzo dietro al bancone doveva avere si e no diciotto anni. Sospettava venisse da una qualche parte dell’America Latina, ed i suoi dubbi svanirono quando quello aprì bocca per domandare: “Qualque cosa, señor?”. Ordinò un americano, tazza grande. Il giovane iniziò a tragattare goffamente con la macchina del caffè. Quando il liquido iniziò a scendere si bloccò, fissandolo con un sorriso ebete. In risposta allo sguardo del barista piegò leggermente gli angoli della bocca. Poi disse, indicando il soffitto: “Satie, Gymnopédie No.1”. Il fare sfoggio della sua cultura musicale faceva parte di un suo piccolo feticismo, che lo portava a far presente a chicchessia che lui, la canzone che la radio stava passando proprio in quel momento, qualsiasi essa fosse, lui la conosceva. Il ragazzo non rispose, e si limitò a continuare a sorridere.

Quando finalmente ebbe la tazza tra le mani si rese conto che non conteneva l’americano che aveva chiesto, ma un cappuccino. Odiava il cappuccino, ma non lo avrebbe mai rimandato indietro. L’arrecare eccessivo disturbo al prossimo non faceva parte della sua filosofia, nemmeno in casi come questo, dove la mancanza da parte del barista era lampante; tant’è che più di una volta si era trovato a rigurgitare intrugli improbabili o ad ingerire pietanze stomachevoli solamente per non venir meno a questo suo precetto. Dunque sorrise ancora al giovane e si portò la tazza alle labbra. Sorbì un poco di cappuccino, e con questo sciacquò il sangue che ancora gli ristagnava in bocca. Poi si voltò e si diresse verso la porta finestra che dava sull’ampio terrazzo. L’aprì e si immerse a pieni polmoni nel tepore mattutino. L’aria salmastra gli scivolò sul volto come un balsamo. I tiepidi raggi del primo sole gli colpirono la fronte, riscaldandolo. Il manico bollente della tazza gli provocava una piacevole sensazione tra le dita della mano. Scrutò il panorama intorno a sé, si accese una sigaretta e sospirò.

Era proprio una bella giornata.