Il Lidl di Via Aosta

Ottavia Guidarini

Il Lidl di Via Aosta 

Per Come l'aria, libro collettivo.

Il Lidl di Via Aosta ha sempre avuto lo strabiliante potere di scavare dentro di me e, tra quel che ho mangiato e quel che ho bevuto, creare un piccolo incavo in cui piantare il germe del conforto. Mio padre sostiene che questa capacità sia propria della grande distribuzione organizzata, più in generale. Io, studentessa fuori sede da quattro anni, nata in Liguria e trasferita a Torino, sono di un’altra idea. Ognuno ha il proprio luogo del cuore. Quello in cui rintanarsi la domenica dopo una sbronza colossale, dopo aver fatto un passo falso con il tipo più figo della fauna universitaria, o dopo aver buttato la giornata intera sui libri, senza aver capito la metà di ciò che si è letto. Per alcuni di noi, questo luogo corrisponde al supermercato più vicino a casa. E, vicino alla mia, c’è il Lidl di Via Aosta. Non un supermercato qualsiasi, in una via qualsiasi. Proprio lui, proprio in quella via. Solo lui mi ha vista così tante volte, e in condizioni talmente pessime, da poter essere il mio prediletto in assoluto. 

Le ragioni per le quali mi sento di affermarlo sono innumerevoli: la prima è che ne sento la mancanza da quando il virus mi ha restituito alla mia terra natia. 

Lo ammetto, tutto questo è un po’ triste. Giuro, però, che ci sono delle motivazioni più profonde che giustificano questa mancanza. Ad esempio, il fatto che per raggiungerlo io sia obbligata a mettermi un paio di scarpe, una tuta e, se fa freddo, un cappotto. Mai sottovalutare l’importanza del vestirsi nelle giornate in cui non faresti altro che piangere e mangiare. È il miglior metodo per auto- diagnosticarsi una pigrizia deleteria, e di far capire al te stesso della domenica che non è il caso che termini quella partita a briscola contro il tuo senso d’inadeguatezza. Tanto è palese che perderai. 

La distanza che ci separa è di circa quattrocento metri; io la misuro in due attraversamenti pedonali, in media quattro deiezioni canine da schivare, un postamat, una canzone sparata in cuffia ad un volume che risveglia l’acufene latente e, infine, sette scritte a bomboletta sui muri. La mia preferita è l’ultima che vedo, sul muro di fronte all’entrata, e dice: minchia che stupidi i maschi. Lo dice in rosa, barcollando un po’ su e giù, un po’ come me. Credo che questa sia la distanza perfetta per qualsiasi evenienza. Non faccio in tempo a pentirmi di essere uscita, né di perdere tutta la giornata per una spedizione che, la gran parte delle volte, non ha nemmeno motivo di esistere. Al Lidl di Via Aosta ci vado anche se ho il frigo pieno. Magari ci trovo una pianta da giardino che morirà in tre giorni, oppure una pizza d’ispirazione messicana con sopra chili, fagioli, mais e nachos sbriciolati che devo assolutamente provare. Mica per me, ma per la ricerca sociale. 

D’altronde il Lidl di Via Aosta, negli anni, non è stato solo testimone del mio spirito di sacrificio, bensì anche l’arena in cui ho dato prova del mio coraggio. Quando dimentico di essere una persona con una spina dorsale, riporto alla mente i ricordi di quella sera in cui mi sono trascinata al frigo surgelati solo per distrarmi dal pensiero ossessivo di D. -con cui avevo appena litigato a fuoco- e poi l’ho incontrato alle casse con due birre in mano. E l’ho affrontato con lo stesso coraggio e fermezza con cui, a dicembre, decido di comprare quei biscotti di Natale ai tre cioccolati, ripieni di marmellata e fritti nello strutto, che sicuramente contribuiranno all’ostruzione delle mie arterie prima dei trenta, ma che sono la miglior cura alla sindrome da tristezza da ora solare. É risaputo.

Il Lidl di Via Aosta ha sempre gli stessi, rassicuranti, odori di casa. Il pane scongelato, le verdure di dubbia provenienza, le bottiglie di birra scivolate dagli scaffali, sagome della scena del delitto, tra appiccicosissime chiazze di luppolo sul pavimento.

Alla fine ci incontro sempre le stesse facce del quartiere. Le riconosci, anche loro in pigiama, magari reduci di una giornata sporca, o di una cena del giorno prima finita a mischiare birra e amari. E nessuna di loro ti giudica più. Anzi, ormai ti guardano come se fossi la coinquilina che la sera prima è uscita dicendo torno presto, dove con presto intendeva le sette del mattino. Persino le luci e i bip delle casse, sommessi e pacati, sembrano rispettare il tuo malessere esistenziale, o almeno il tuo mal di testa morale, contro cui il ketoprofene sventola bandiera bianca. 

Il Lidl di Via Aosta ha sempre avuto lo strabiliante potere di far germogliare, fra quel che ho mangiato e quel che ho bevuto, il rarissimo seme del conforto. Diventa accoglienza, senso di protezione, bisogno di affermare a se stessi che non si è degli autentici fallimenti, solo perché si è sprecata l’ennesima domenica a commiserarsi e vanificare ogni tentativo di dieta ferrea dei feriali. Germoglia alimentato dalla consapevolezza che la vita vera, quella in cui affronti il pentimento e le bollette del gas, non è mai come quella delle influencer sui social, che vendono tè detox per lavarsi la coscienza. 

Il fiore che germoglia, quando torno dal Lidl con una pizza chili-fagioli-mais-e-nachos e una vaschetta di gelato al tiramisù, lo metto in un bel vaso pieno d’acqua, vicino alla TV. Lo guardo al posto dello schermo, mentre mangio sul divano arrotolata in una coperta che, più che tenermi caldo, mi dà fastidio e mi impedisce i movimenti. Nelle serie tv fanno così. Chi sono io per mangiare sul divano senza una coperta?

Da un mese e una settimana, quel vaso è vuoto. Il frigo del mio appartamento in affitto, anche. 

Mi manca il Lidl di Via Aosta. Lo avevo dato per scontato. Come i prodotti ignorati, buttati nel carrello delle scadenze, dati via per pochi spiccioli. 

Chissà se un po’ gli manco, al Lidl di Via Aosta.