Bambole

Mattia Muscatello

Il telefono vibra. Whatsapp, Papà ha scritto: “Buongiorno amore mio! Volevo augurarti buona fortuna per il provino, vedrai che questa volta andrà tutto bene, sei la migliore! 😉 Un bacio grande”. Chiudo la conversazione, spengo lo smartphone e lo lascio cadere nella borsetta. Afferro la maniglia della porta mentre penso: “Il sorriso è il miglior biglietto da visita”.

L’ho imparato dal Life Coach per migliorare la mia vita privata e professionale, lo seguo ogni giorno su YouTube. Stesso discorso vale per l’outfit: colori neutri e taglio classico per l’abito, capelli sciolti e freschi di piega per l’acconciatura. Ho scelto la camicetta bianca. Semplice. Elegante. Fa risaltare il seno, non si sa mai. Per i capelli ci ha pensato Anna, per arrotondare taglia anche a domicilio, grazie a lei sono più tranquilla, anche se la mano mi trema lo stesso mentre abbasso la maniglia dell’ufficio che scatta con un sordo clack. Ci è voluta più di un’ora per arrivare in centro, ho cambiato tre autobus e percorso l’ultimo tratto di strada a piedi. Per fortuna sono in leggero anticipo, spero di non essere troppo sudata.

Sfoggio il mio sorriso migliore.

Entrando mi chiedo: ho fatto bene a preparare la scena di Ragazze Interrotte? Non voglio ostentare la mia somiglianza con Angelina Jolie. Il testo che ho scelto è importante per la sua drammaticità.

Arriccio il naso.

L’odore di acqua di colonia impregna la stanza. Un uomo con gli occhiali sta trafficando con il mouse da dietro la scrivania. Dalle lenti azzurre riesco a distinguere il riflesso dello schermo, una pagina si chiude, un’altra viene aperta.

Penso alle parole di papà: vedrai che questa volta andrà tutto bene.

“Avanti, avanti” dice l’uomo.

Raggiungo il centro della stanza.

“Buongiorno” dico.

Fa caldo.

“Accomodati pure, gioia” dice lui, indicando la sedia di fronte alla scrivania.

Sorrido e mi siedo.

È un uomo sulla cinquantina, calvo e ben rasato. Non è grasso ma ha un evidente doppio mento. Appena sotto al collo una camicia verde brillante.

“Ti chiami?”

“Elisa, signor…”

“Chiamami pure Lallo”.

Dalle lenti azzurre si intravedono due piccoli occhi tondi, molto distanti tra loro.

“Va bene signor Lallo.”

“Solo Lallo, gioia.”

Sorride.

“Ora che ci siamo presentati ti dispiace raccontarmi di te? Da dove vieni, dove hai studiato, quanti anni hai, insomma, il tuo curriculum”.

Estraggo dalla borsa una cartellina, la apro e la poso sulla scrivania.

“Mi chiamo Elisa De Cillis, ho 28 anni e sono nata a Perugia”.

Sento il tessuto della camicetta che comincia a inumidirsi sotto le braccia.

“Abbiamo una bellezza umbra! Bene, bene, continua cara”.

Come fa a non accorgersi del caldo asfissiante? Le finestre sono chiuse e le veneziane abbassate. L’unica fonte luminosa proviene dai neon sul soffitto. La luce attraversa la stanza e si riflette sul cranio lucido di Lallo e sulle pareti bianche. Sembra la sala d’aspetto di uno studio medico. Anonima. Sterile. Non c’è arredamento, a parte la scrivania e una stampa appesa alla parete alle spalle di Lallo, è la fotografia di un albero in controluce.

“Come dicevo, ho iniziato a studiare recitazione a 19 anni, subito dopo la maturità mi sono trasferita a Roma per frequentare l’accademia Giorgio Lear”.

Shhhh” Lallo aspira l’aria tra i denti ed emette un suono simile ad un sibilo.

“Capisco, capisco, e perché non all’accademia Trastevere?”

“Avevo sentito parlare molto bene dell’accademia Lear, sono stata ammessa alla prima audizione”.

Lallo si distende sulla sedia in pelle.

La verità è che la retta della Trastevere era troppo alta per le tasche di mio padre. Nemmeno quella della Lear era alla sua portata, ma lavorando sono riuscita a dare il mio contributo, ma questo a lui cosa vuoi che importi.

“Te lo chiedo perché all’accademia Trastevere abbiamo dei validissimi talent scout, se ti avessero vista ti avrebbero sicuramente contattata per proporti un colloquio da me, e magari non sarebbe passato troppo tempo dalla fine dei tuoi studi. I talenti vanno coltivati fin da giovani, soprattutto in questo mestiere, dove la concorrenza è spietata”.

Lo sapevo, avrei dovuto iscrivermi alla Trastevere, me l’aveva detto anche Anna.

“Tranquilla non è mai troppo tardi, i treni vanno e vengono. Crescendo si imparano a distinguere le occasioni vere da quelle false. Questo a scuola non lo insegnano, lo impari dalla vita a suon di errori. Sicuramente quando ti sei iscritta alla Lear l’avrai fatto in buona fede…”

“Sono stati anni magnifici”.

“Oh, non lo metto in dubbio, ma quanto sono stati utili per la tua carriera? Dimmi, quali sono state le tue esperienze dopo la scuola?”

Non posso digli che ho lavorato in discoteca. Potrei parlare degli spettacoli per la compagnia teatrale di Perugia… Meglio di no. Adesso si è fatto più serio, devo trovare una risposta in fretta.

“Grazie all’accademia ho conosciuto validi registi come…” Lallo mi interrompe con un gesto della mano, fa di no con la testa.

“Sono tutti registi minori mia cara, lo sai con chi lavoriamo qui?”

La vergogna si manifesta come una vampata di calore che parte dalla nuca, dalla fronte cominciano a sgorgarmi piccole goccioline di sudore freddo.

“Lasciamo perdere il discorso cinema, senza offesa ma non credo che tu sia abbastanza preparata. Hai mai pensato di lavorare per le reti televisive?”

“Ma il cinema è la mia passione, infatti per il colloquio ho preparato il monologo tratto da Ragazze Interrotte. Quello diretto da…”

Lallo non mi sta ascoltando. Ha ripreso a trafficare con il mouse.

Rimango in silenzio e il silenzio riempie la stanza, la mia gamba comincia a tremare. I miei piedi si dirigono verso l’uscita, voglio fumare. Una sigaretta per allentare la tensione che mi blocca lo stomaco. Il calore dalla base del collo si irradia in tutto il corpo. Vorrei scappare, lasciandomi quest’uomo odioso alle spalle, oppure urlargli contro ogni ingiuria che mi passa per la testa, ma non posso. La salivazione si blocca. Con la bocca asciutta non riesco a dire nemmeno una parola. Continuo a sudare. Penso alle difficoltà economiche di mio padre, a tutti i nostri sacrifici.

Lallo scuote la testa.

Ora mi manda a casa. Ho perso l’ennesima occasione. E per cosa? Per orgoglio? Forse ha ragione, sto invecchiando ma sono ancora in tempo per rimediare, non voglio consegnare cappotti agli ubriachi in discoteca per tutta la vita.

“Posso sapere qualcosa in più sulla proposta televisiva?”

Lallo sorride.

“Cara, hai presente quel treno di cui ti ho parlato prima? Ecco, sta venendo dritto dritto verso di te”.

Tutto smette di essere influenzato dalla gravità, esplode come una bolla di sapone sul dito di un bambino, forse è più semplice di quello che pensavo.

Lallo continua.

“Stiamo cercando una figura professionale che si occupi della co-conduzione di un nuovo programma che andrà in onda in fascia protetta. Il programma è condotto da Antonio Lacchetto ed è intitolato Music Festival, è il ritorno di uno dei grandi classici della tv degli anni ’90, ovvero il mitico Festivalbar. Avremmo bisogno di una figura giovane e prorompente come la tua, che accompagni il signor Lacchetto per tre puntate estive all’insegna della musica tra le piazze migliori d’Italia”.

“Co-conduttrice? Ma io non…”

Zitta, perché devi sempre rovinare tutto?

“Non preoccuparti gioia! Non ci saranno molte battute da imparare, come dicevo dovrai semplicemente accompagnare il signor Lacchetto, saresti la nuova Carlotta Doletti all’inizio della sua carriera”.

“Dovrei fare… la soubrette?”

“Mettila come vuoi, ma ricorda che ti sto offrendo una grande opportunità. Avrai la possibilità di conoscere professionisti del mondo dello spettacolo, il programma sarà una vetrina per dimostrare al pubblico e i produttori la tua bravura e la tua spontaneità. Da cosa nasce cosa. Contatti, collaborazioni. Poi verrai pagata bene. Cosa credi? Siamo dei professionisti”.

Cosa saranno tre puntate di Music Festival? Poi la musica è sempre stata una delle mie passioni. Ricordo che da piccola giocavo al Talent Show con le bambole che mi regalava papà. Le facevo cantare e danzare sul letto di camera mia come fosse un palcoscenico. Alla fine di ogni esibizione la giuria formata da animali di peluche decretava il migliore. A vincere era sempre la bambola bruna, quella con i capelli lisci come i miei. Era la mia preferita.

“Signor Lallo non avevo mai preso in considerazione questa possibilità…”

“Solo Lallo dolcezza, solo Lallo”.

Mentre parla sfoglia il mio book fotografico.

“Sei tu questa nelle foto?”

“Sì, certamente, qualche anno fa…”

Shhhh. Posso essere sincero? Stavi meglio bionda”.

“Veramente era una parrucca, l’ho usata per uno spettacolo…”

“Certo, certo. In ogni caso stavi meglio bionda”.

Esito.

“Nel caso dovessi accettare, quali sono le procedure? Dovrei preparare un provino?”

“È molto semplice mia cara, lo facciamo subito. Dovrai semplicemente dimostrarmi di essere all’altezza della situazione”.

Lallo lascia andare il book sulla scrivania, apre un cassetto e ne estrae una videocamera. Poi si alza in piedi, supera la scrivania e si dirige verso la porta alle mie spalle. Accende la videocamera e me la punta addosso, regola il fuoco.

“Benissimo, adesso alzati e sposta la sedia contro il muro, mettiti di fronte alla scrivania e voltati verso di me.”

Mi alzo e faccio quello che mi dice, non voglio che cambi idea.

“Ora presentati alla telecamera, come hai fatto prima”.

“Ciao, mi chiamo Elisa De Cillis, ho 24 anni e vengo da Perugia”.

Mi sento una stupida.

“Ho frequentato per due anni l’accademia di recitazione Giorgio Lear di Roma, ho fatto esperienza nel mondo del teatro recitando in due pièce per una compagnia di Perugia, ma sogno di fare l’attrice di cinema” con una mano mi asciugo il sudore dalla fronte.

“Bene, brava la mia bambolina, non hai caldo?”

Lallo si sbottona la camicia fino a quasi l’ombelico, ha il petto completamente glabro.

“Sì, effettivamente fa molto caldo qui dentro…”

“Benissimo, facciamo una simulazione. Sicuramente sul palco del Music Festival non sarai vestita come la mia ex professoressa di lettere del liceo. Quel tailleur andrà sicuramente bene per un colloquio in banca, ma qui si fa la Televisione. Fammi vedere un po’ come te la cavi più sciolta”.

“Non mi sembra il caso, se l’avessi saputo mi sarei preparata…”

“Non preoccuparti cara, questo provino lo vedo solo io, sono l’unico a decidere qua dentro”.

“Non sono pronta a…”

“Ehi ragazzina, per chi mi hai preso? Per l’ultimo agente di Roma? Quello che prende i rimasugli delle altre agenzie o di inutili accademie? Qui pretendiamo il meglio! Pensi che la Doletti non abbia dovuto fare qualche piccolo sacrificio? Tu cosa hai fatto fin’ora?”

Una goccia di sudore si stacca dalla mia fronte. Precipita verso il pavimento lucido.

Pensa a qualcos’altro, pensa a cosa otterrai dopo il Music Festival. Quello che hai sempre sognato. Conoscerai registi, attori, musicisti. Avrai la possibilità di farti una carriera.

La goccia attraversa il silenzio della stanza asettica.

Guarda dov’è arrivata la Doletti, anche lei ha dovuto fare qualche sacrificio.

Plic.

Mi tolgo la giacca del tailleur, sbottono un poco la camicetta.

Shhhh!” Lallo emette il solito suono, questa volta il sibilo è più marcato.

“Adesso girati”

“C… come?”

Lallo si fa di nuovo serio, i suoi occhi mi spaventano.

“Lo sai da quanti anni faccio questo mestiere? Trentasette. In tutti questi anni ho lanciato buona parte dei più grandi nomi della televisione italiana, uomini e soprattutto donne. Ah, le donne, la cosa più bella sulla faccia della terra. Avete una forza interiore che ho sempre invidiato, siete capaci di tutto per ottenere quello che volete. Prendi Eva ad esempio, pur di ottenere il frutto proibito, è riuscita a convincere Adamo a sfidare il Padreterno”.

Lallo riprende a parlare mentre regola la videocamera.

“Ci sono ragazze che per un lavoro come questo farebbero la fila di fronte al mio ufficio. In passato sono stato letteralmente stalkerato da sedicenti attricette, mi pregavao: “Lallo fammi conoscere Tizio, Lallo fammi conoscere Caio, ti sarò molto riconoscente”. Mi sarebbe bastato un semplice colpo di telefono per contattarle, e invece ho scelto te”.

Lallo punta lo sguardo verso di me.

“Ho visto ragazze rischiare molto senza ottenere nulla. Ma io non ti sto promettendo un semplice qualcosa, io ti sto garantendo un lavoro vero, un lavoro sicuro. Prima dovrai cogliere l’occasione che ti è stata offerta e poi, se la sfrutterai al meglio, otterrai anche tutto il resto. Questo dipende solo da te”.

Sorride.

Mi giro.

Clack. Una serratura.

Lallo si avvicina.

“Appoggiati alla scrivania”.

Poso le mani sulla superficie di vetro e scorgo il mio riflesso. Vedo i miei occhi tremanti, l’espressione sconvolta. Mi abbandono sui documenti sparsi, sento il freddo del piano di vetro sulla pelle. Lascio cadere la testa sugli avambracci, la sposto da un lato. Da quella posizione riesco a vedere una cornice bianca appoggiata sulla scrivania, nascosta da una pila di cartelline. Sulla fotografia incorniciata è raffigurato Lallo da giovane con la sua famiglia. La moglie è bellissima e ben vestita, in mezzo a loro una bambina. La figlia di Lallo ha in braccio una bambola dai capelli lisci e neri, come quella che mi aveva regalato papà.

Ora tocca a me fare la mia parte.

Mentre Lallo si avvicina mi ripeto le sue parole.

Vedrai che questa volta andrà tutto bene.

Lallo mi sfiora una spalla.

Questa volta andrà tutto bene.

Mi accarezza la schiena, scende giù piano.

Guardo la bambola nella foto.

Andrà tutto bene.

Afferra il bordo della gonna, lo alza sopra la vita.

Chiudo gli occhi.

Tutto bene.

“Porca puttana!”

Lallo lascia improvvisamente la presa.

Mi sollevo dalla scrivania e asciugo gli occhi ancora offuscati dalle lacrime.

Lo vedo con i pantaloni calati sulle caviglie mentre rovista all’interno dei cassetti rovesciandone il contenuto.

“Dove cazzo le ho messe!”

Il cuore pompa il sangue così forte che lo sento urlare nel petto. Ora intravedo uno spiraglio di luce nell’ombra che poco prima avevo accettato, mi scaglio verso porta, devo uscire da qui. Come ho potuto cedere? Come ho potuto farmi ingannare in questo modo? Tutto il lavoro di una vita stava per essere buttato all’aria. Scendo le scale di corsa, mi dirigo verso l’uscita. La luce artificiale dei neon lascia il posto a quella naturale del sole. Correndo verso la fermata mi asciugo le lacrime e penso a quanto sono stata cieca fino a un attimo prima, abbagliata dai giochi di predatore senza denti, penso ancora a mio padre, e penso a quell’uomo, a quell’essere orrendo, che non può passarla liscia.