Tre a due

Matteo Faccio

Il protagonista di Tre a due – che parla in prima persona e a tutti gli effetti sarei io, o uno che mi somigli tanto da spacciarsi per me – lavora in una piccola casa editrice, a Torino. È piuttosto giovane, ma pure stanco, frustrato. La città in cui vive gli piace poco e il lavoro non lo soddisfa quanto sperava. Ma ci sono novità in vista. Gli viene commissionato un romanzo, destinato a far parte di Calcio d’inizio, collana per esordienti che vuole descrivere le stravaganze di alcune squadre di calcio italiane, nel racconto di partite significative giocate negli ultimi anni. Il protagonista – lui, io – prima tentenna, poi accetta la sfida.

Ci si trova così dentro, sopra e intorno al racconto di Genoa-Inter, penultima di campionato, stagione 2014/15. Una gara elettrizzante, con un passo e un andamento tutti suoi. Le due squadre si giocano un posto in Europa. Il Genoa, vincendo, lo ufficializzerebbe. Peccato che, a causa di problemi col fisco, non sia in possesso della licenza UEFA necessaria per partecipare alle Coppe. Una fase di stallo, una previsione loselose: come ti muovi, perderai.

Nello stesso modo, in quel maggio del 2015, andavano le cose a me (via la maschera, su). Vivevo il mio anno più complesso e doloroso, accompagnato fedelmente da uno spietato senso di apnea. Genoa-Inter è stata l’ultima gara casalinga nella stagione durante la quale sono mancati i miei genitori, che oltretutto, ancora bambino, mi avevano iniziato al culto pagano del Grifone.

La divisione in capitoli, cadenzata sui gol, è già cronaca della partita, e restituisce l’idea dell’intreccio tra quel che accade sul campo, allo stadio, nei suoi dintorni, e le mie faccende personali, tra passato e presente (e futuro, già che ci siamo).