La seconda regola

Martina Malachin

http://www.pangea.news/racconto-del-giorno-la-seconda-regola-ovvero-le-strade-della-capitale-scorre-un-flusso-ininterrotto-anime/

 

Per le strade della Capitale scorre un flusso ininterrotto di corpi che Lui attraversa come un ologramma: i passanti lo guardano negli occhi solo per una frazione di secondo, prima di scansarlo.

Sopra di loro incombe la grande bellezza: le terrazze che si affacciano su via Veneto, i monumenti rivolti verso Dio, gli uffici del Ministero accesi fino a tardi.

Sotto le strade serpeggia invece una rete neurale di cunicoli dove gli ultimi hanno il loro rifugio.

Se uno qualunque muore dentro un sottopassaggio della metropolitana nessuno là sopra se ne accorge. Un abitante del sotto accende un cero, magari, mentre un altro lascia dei fiori bianchi.

 

L’inverno è quel che di peggio c’è da temere, ed è lo stesso per tutti loro. Di giorno le mani gli si ghiacciano intorno all’impugnatura del carrello. Fatica a spingerlo perché le ruote slittano sulla patina che ha congelato i marciapiedi. Ogni sera viene scosso dai tremiti e se ne sta rannicchiato sotto le coperte dure come il ghiaccio per quel freddo insensibile. Ma anche quella è casa. Sopra i gradini ogni cosa ha il suo posto. Lo spazzolino e il tubetto del dentifricio, i resti di alcuni lumini consumati, due paia di scarpe sformate, bucce di mandarino. Appesi al corrimano i sacchetti dove custodisce i suoi averi, e poco più in là un secchio.

C’è un forte odore di piscio.

 

La luce si fa strada nel tunnel e scavalca il trolley rovesciato sul lato. Lì dietro, Lui tiene ancora gli occhi chiusi. Poi da sveglio piega con cura le coperte, le accatasta ai piedi della brandina. Si riveste con il solito pile, la giacca di pelle marrone e un berretto di lana che gli scende fino agli occhi, lanciatogli da qualcuno di buono dentro il carrello qualche giorno prima. Non porta con sé altro che due buste di plastica vuote.

 

Di sopra la città non si è ancora svegliata. Una foschia grigiastra si alza dalle strade e lo avvolge all’uscita del tunnel. Lui imbocca la Sallustiana e svolta in una laterale, poi affretta il passo verso l’insegna Le bontà del forno, visibile da un centinaio di metri.

Dietro le vetrine della panetteria una ragazza di spalle riempie gli espositori di tortini caldi e pagnotte sfornate da poco. Non si volta. Lui le lancia un’occhiata riconoscente, poi raccoglie dal gradino un sacchetto tiepido. Lo stringe tra le mani, se ne va.

 

La bidella in tuta di ciniglia bluette spazza via le foglie dal cortile. Alzando la testa lo vede in piedi, dall’altra parte della strada. Abbassa gli occhi di scatto e non li rialza nemmeno quando una folata di vento disperde in un attimo la fatica dell’ultima mezz’ora.

Poco alla volta il vialetto straborda di mamme in ritardo e bambini ingrembiulati, schiacciati dagli zaini. Si sforza di scovare la bambina nel mucchio. Quando ritrova le sue trecce bionde le fissa con nostalgia. Lui non ha mai messo piede in una scuola. È nato in strada, per quanto ricorda sua madre l’ha abbandonato lì.

Un uovo lasciato a schiudersi in mezzo al mondo.

 

Ci sono giorni in cui si allontana parecchio. E ripercorrendo la strada attraversa le gallerie con molta attenzione, camminando rasente alla parete per non farsi investire dalle auto che squarciano la periferia con i loro fanali. Le strade di Nuoro gli erano apparse ancora più spaventose, ingigantite dai suoi occhi di bambino. Ma tutto questo era stato molto tempo prima della fuga dalla Sardegna e dell’arrivo sulla penisola. Ora non c’era altro che questo, vivere. Vivere per vivere.

 

Quella sera li incrocia attraversando i giardinetti vicino a Porta Pia. Stanno tutti a cavalcioni del loro scooter, bevendo l’ennesima birra della serata. Fanno un gran casino, si preparano alla serata in discoteca. Alcuni fanno girare una canna. Lo vedono prima che Lui abbia il tempo di vedere loro. I due più imbastarditi dall’alcool scendono dal sellino e gli si piantano davanti, sbarrandogli il passaggio.

 

I sacchetti di plastica lo intralciano nella fuga, sente qualcuno di loro che ancora lo rincorre, poi più nulla. Si lancia per le scale del sottopassaggio e schiacciandosi addosso alla parete, pronto a registrare qualsiasi movimento, ascolta il rumore delle auto che passano e il sangue che pulsa nelle orecchie.

 

A svegliarlo ore dopo è il rumore del vetro che si infrange contro i gradini. Gli si irrigidiscono le gambe e d’istinto allunga un braccio verso il trolley. Vuole usarlo per nascondersi. Il suono pesante dei passi che scendono rimbomba nel tunnel. Fuori, gli altri aspettano che il più vecchio tra loro lo stani.

 

La città è immersa nel buio, tranne per la torcia di un telefonino che ogni tanto illumina il volto teso di qualcuno della banda. Riemergendo per un attimo dall’oscurità si mascherano dietro un ghigno.

Di sotto l’odore è nauseante. Il ragazzo si tappa la bocca e il naso con l’avambraccio.

La notte è spessa come una coperta e le sue dita improvvisamente non trovano più il corrimano. Intuisce la presenza di una diramazione davanti a sé, si blocca. Estrae il telefonino dalla tasca della giacca ma il tremito della sbornia lo tradisce e gli cade a terra. Impreca, chinato sul pavimento di pietra.

Poi si rialza di scatto. Ha paura di essere aggredito alle spalle.

 

Il ragazzo tira pugni alla cieca, poi fa qualche passo in avanti. Prima che lo trovi potrebbero passare delle ore: dentro quel buio ogni angolo è un nascondiglio.

Cerca l’uscita a tentoni, maledicendo la puzza.

A Lui, ancora rannicchiato dietro il trolley, arriva tutto come una scarica di proiettili: il rumore dei vetri che s’infrangono, le urla e le minacce, l’odore della birra rovesciata e infine le sgasate dei motorini che schizzano via. Poi il nulla.

 

La notte è una sequenza di incubi dai quali si risveglia inzuppato di sudore.

Quando la luce si fa strada fino a lì, si distinguono chiaramente i segni del passaggio della banda.

Raccoglie i vetri uno ad uno, poi rimette le sue cose dentro il carrello. Per i passanti si tratta di sporcizia, nel suo caso di tutto ciò che ha. Nessun rimpianto: in questa vita non c’è spazio per le domande.

Trascina faticosamente il carrello su per i gradini e riemerge sopra, nel flebile sole del mattino. La prima regola della strada s’impara presto: mai abbandonare il rifugio, se non vuoi che te lo rubino.

Ma se non ti senti più al sicuro significa che è tempo di andarsene.

 

Vicino al cavalcavia del Raccordo vivono insieme in otto. Quasi tutti hanno l’accento straniero, Lui è l’unico italiano. Si arrangiano come sempre, cercando di rendere simili a una casa quelle quattro pareti nude.

I vestiti appesi ai chiodi nel muro interrompono le pareti foderate di cartone, e l’unica dispensa presente è stata fatta con degli scatoloni. Uomini e donne siedono in cerchio su cassette di plastica. Cenano insieme.

 

Non ha mai pensato alla solitudine come a qualcosa che lo rendesse più vulnerabile, ci è nato e basta.

Roma gli ha appena ricordato la seconda regola: impara in fretta a distinguere i buoni dai cattivi.

Lui crede sia tutta una questione di prospettive.