SKID ROW

Ilenia Sannicoló Papadopoli

 

 

Da lontano si vedono gli enormi palazzi del centro città. Abbagliano gli occhi, le vetrate riflettono il sole pungente. Sono in macchina con l’aria condizionata seduta di tutto peso sui sedili comodi, l’unico modo per riposare i piedi appiattiti dai sandali.

Davanti a me Los Angeles con le sue strade serpentine. Queste sono così tante che creano delle illusioni ottiche incredibili. Sulla destra il Walt Disney Concert Halleccomi a Downtown.

E’ domenica pomeriggio, non c’è nessuno- la città si riposa. Scendo a dare un’occhiata lasciando la macchina dove non avrei potuto, tanto non c’era nessuno. Tra i grattacieli si trova un giardino rigoglioso, un piccolo boschetto al riparo dal caldo, c’è anche una fontana a forma di fiore che continua a pompare acqua pulita. Dò un’occhiata alla strada e vedo un uomo che dorme sugli scalini di un business center al sole.

 

           Perché non si riposa qui, sotto gli alberi?

 

 Riprendo l’auto, questa volta diretta a Chinatown. Raggiungo la seconda strada. Dall’alto incombono ancora i grattacieli ma puntando lo sguardo verso il basso, ai bordi della strada vedo qualcosa di diverso, un agglomerato di tende e cartoni che la percorrono lungo tutta la sua lunghezza. Ai piedi dei palazzi, sul marciapiede, c’è un’altra città. Fatta di teli e carta, sembra della stessa consistenza degli abitanti che ci dimorano.

Appare tutto molto fragile. Instabile. Pronto a volar via alla prima raffica di vento. Anche se lì di vento non sembra proprio essercene.

Quell’ammasso di materiali diversi si presenta all’improvviso davanti a me, dissonante da tutto. Per cinquanta isolati tutto uguale, ripari abbozzati per riprendersi la privacy rubata, per cercare riparo e forse per ritrovare se stessi. Alcuni si ritagliano spazi all’ombra, cercando aiuto sotto le figure imponenti dei palazzi. Altri dormono sotto il sole strafatti di droghe e alcol mentre i bambini giocano non lontano. In auto c’era silenzio, le parole non erano sufficienti.

 

Quel giorno ho capito che a SKID ROW puoi trovare di tutto.

 

Gli abitanti di queste strade sono tanti e le loro storie molto diverse, da ragazzini senza genitori a criminali di mini gang organizzate, da dipendenti da crack ed eroina a veterani di guerra. Il quartiere è una palude, difficile dire in quanti siano risaliti. La strada muta irrimediabilmente i suoi abitanti ed il fango rende irriconoscibili perfino a se stessi.

Skid Row si trova nel quartiere amministrativo della città, il luogo dove si fanno i soldi, dove si prendono le decisioni importanti. E’ proprio questa una delle più grandi popolazioni stabili di senzatetto negli Stati Uniti d’America. Dalle 2 mila alle 5 mila persone.

Sembra uno di quei quartieri da dimenticare, affrettandosi a lasciare le sue strade sporche e maleodoranti prima che faccia buio, prima che succeda qualcosa. Ma il quartiere non è solo questo. C’è di più dietro al degrado, alle dipendenze, alla criminalità, alle ingiustizie. Nascosta agli occhi del passante disattendo, del turista o di qualunque uomo o donna d’affari che abitano i palazzi circostanti, c’è una Comunità unita.

Nei luoghi della desolazione dell’anima e delle paure più profonde, sembra esserci ancora qualcosa. Anche se qui si vive di stenti, si vive insieme. La religione è una delle cose che unisce queste persone e che alcune volte le salva. E’ difficile da capire. Ma quando l’unica cosa che ti rimane è credere, allora quella sarà la tua salvezza.

 

Se a Skid Row non credi in niente, allora sei finito.