L’uomo di Marconi

Francesco Pillitteri

L’uomo di Marconi

A Villasmundo non ci abitava più nessuno. Uno dei primi a partire fu Tommaso, figlio di Pierluigi, che andò a studiare ingegneria a Milano e finì per insegnare a Palermo. Pierluigi invece fu tra gli ultimi, in paese, a chiudere casa.

Era rimasto vedovo subito dopo la nascita del figlio e per lungo tempo aveva fatto la spola tra Villasmundo e Buenos Aires collaborando col “Centro Internazionale di Magnetismo”. La comunità scientifica non riconosceva le sue scoperte sull’atomo magnetico ed etichettava le sue teorie “pseudoscienza”.

Ogni volta che il padre partiva per l’Argentina, Tommaso restava dai vicini Franco e Valeria.

Tommaso raccontava ai compagni di scuola e agli insegnanti che lui e suo padre vivevano nella vecchia casa dello scienziato Guglielmo Marconi, e che da ragazzo, il padre gli aveva fatto da assistente. Durante l’assenza di Pierluigi, Franco e Valeria gli rivelarono che era una bugia e che Guglielmo Marconi non aveva mai vissuto a Villasmundo.

Tommaso, per la vergogna, aveva smesso di andare a scuola e la mattina attraversava il bosco e si arrampicava sulla pietraia per piangere e urlare contro il padre.

Alla prima occasione lasciò il paese. Pierluigi invece, dopo la partenza del figlio, restò molti anni in quella casa alle pendici di Monteverde. Una sera a cena confessò a Franco e Valeria di temere per la sua vita a causa della scomodità delle sue invenzioni; i due si guardarono senza commentare e ripensarono a Tommaso e alla storia di Marconi. I giorni seguenti Franco e Valeria incuriositi dalla quiete della casa bussarono alla porta del vicino. Pierluigi era ripartito per l’Argentina.

Una notte, Tommaso fu svegliato dall’improvviso squillo del telefono lasciato acceso sul comodino. Confuso e accecato dalla luce dello schermo, riconobbe il prefisso argentino. Si alzò cercando di non svegliare Claudia, che dormiva accanto a lui e corse a piedi scalzi in cucina. Chiuse la porta e rispose.

 

-“Tommaso sono papà”. “Volevo essere il primo a farti gli auguri”.

Tommaso si lasciò cadere sulla sedia e appoggiò il gomito sulla tavola ancora apparecchiata dalla sera prima.

-“Grazie”. “E’ successo qualcosa?” Rispose, schiacciandosi il telefono sull’orecchio; iniziò a giocare con le molliche di pane sparse sulla tovaglia.

-“Claudia, come sta?”

-“Papà stavo dormendo”. “Ti richiamo”. Tirò una mollica pane che rimbalzò sull’esterno del bicchiere.

-“Aspetta Tommi”. “Hai saputo di Villasmundo?”

Tommaso si drizzò sulla sedia e tutta la sonnolenza sparì in un secondo.

-“Che è successo?”

– “Pensavo che ti avesse già scritto il comune”.

-“A me?” “Perché avrebbe dovuto”.

-“Mi è arrivata una lettera in cui mi comunicano che, in quanto proprietario della casa, dovrei andare a firmare i documenti dell’esproprio”. “Ti ho chiamato subito appena l’ho letta”.

-“Quando l’hai ricevuta?” Chiese alzandosi in piedi.

-“Un paio di settimane fa”. “Non ho avuto il tempo di aprirla, sono stato preso dalle ricerche…Un versante di Monteverde sta franando e hanno dichiarato tutta l’area a rischio idrogeologico”.

-“ Cosa?” “Quando pensi di tornare?”

-“Tommi non posso tornare”.

– “Perché non puoi”. Chiese Tommaso che cominciò a camminare avanti e indietro per la cucina cercando di controllare il tono della voce.

-“In questo momento sarebbe troppo rischioso tornare”.

– “Ti rendi conto che sei diventato un vecchio paranoico?” “È da cinque anni che dici che devi tornare”. “Smettila di prendermi in giro”. Tommaso aprì l’imposta facendola sbattere contro il muro e si affacciò al balcone.

– “Calmati”. “Visto che la casa è cointestata gli ho detto che ci saresti andato tu a firmare al posto mio”. “Puoi andarci con Claudia così le fai vedere i posti in cui sei cresciuto”.

“Non ti devi azzardare a ficcare il naso nella mia vita”. Urlò Tommaso. “Tu non sai niente di Claudia, non ti sei degnato di venire a conoscerla”. “A Villasmundo io non ci metto piede, te lo puoi scordare”.

-“Tommi è importante”

– “Non m’interessa” Rispose Tommaso stringendo con forza la ringhiera di ferro.

“Tommaso fai quello che vuoi”. “Ma se decidi di andare a Villasmundo, sali in soffitta e prendi dall’armadio di legno una carpetta blu col mio nome”.

All’angolo, nella strada di fronte si era fermato il camion della nettezza urbana e rompeva il silenzio delle strade svuotando i cassonetti.

-“Hai sentito quello che ho detto?” “Io non vado a firmare un bel niente”. “Papà?”

Richiamò e il telefono squillò a vuoto. Tornò in cucina chiuse gli occhi e si toccò le tempie che gli pulsavano. Rimase in piedi davanti alla tavola ingombra dei resti della cena. Sulla tovaglia c’era una grossa macchia di vino rosso accanto alla bottiglia vuota e lo sguardo gli cadde sul 39 di cera blu ancora sporco di panna lasciato tra i bicchieri. “È incredibile” pensò mentre sparecchiava, “si ripropongono sempre le stesse dinamiche, si provano sempre le stesse sensazioni; puoi avere venti, trenta, quarant’anni ed è sempre uguale”. Tommaso finì di caricare l’ultimo piatto nella lavastoviglie e andò a letto a piedi scalzi, massaggiandosi le tempie. Nella stanza, sentì il respiro regolare di Claudia che dormiva nella stessa posizione di prima. Si stese sul letto e si girò a guardarla. Teneva un braccio sotto il cuscino e l’altro piegato vicino al petto. La bretella della camicia da notte le era scivolata sotto la spalla e aveva buona parte del seno scoperta. Respirava con la bocca socchiusa, rilassata, e le labbra disegnavano una mezza O. Tommaso allungò il dorso dell’indice per accarezzarle la guancia; si fermo a pochi centimetri e lo ritrasse. Si girò su un fianco e chiuse gli occhi; la rabbia stava scivolando via e rimaneva uno scomodo velo di tristezza. Si coprì con le lenzuola e restò immobile. “ Maledizione”. “Mi sveglia in piena notte per dirmi di andare a Villasmundo”. “Vuole pure che vada a prendere la sua carpetta”. “Crede che a me non dispiaccia che ci portano via la casa?” “A Claudia piacerebbe andarla a vedere lo so, ma è una questione di principio.”. Era da vent’anni che Tommaso non tornava nella sua vecchia casa; i primi tempi in cui era partito, chiedeva al padre di come stessero Franco e Valeria. Aveva sognato più volte di passeggiare nel boschetto dietro la casa tra i pini marittimi e gli eucalipti e raccogliere la legna. Di salire su, oltre la pietraia fino alla grotta dell’occhio e guardare Villasmundo dall’alto. Non si sarebbe mai aspettato che la montagna potesse franare; all’epoca nessuno ci pensava. Aveva sognato spesso suo padre intento a lavorare nel suo laboratorio in soffitta. Gli tornava spesso in mente quella volte in cui suo padre trafelato era entrato in camera sua e con la voce emozionata gli aveva detto che aveva scoperto che il cuore magnetico del sole batte allo stesso ritmo del cuore umano. Lui non alzò nemmeno lo sguardo dal libro che stava leggendo se non per vederlo andare via. Non assisteva mai a nessuno degli esperimenti di suo padre, e si stupiva che qualcuno potesse invitarlo dall’Argentina per parlare delle sue fantasie. “Sarà uno di quei centri fissati con gli Ufo e fenomeni paranormali” si diceva. Si voltò verso Claudia. Ormai il buio si diradava e la sottile luce dell’alba filtrava nella stanza. Tommaso diede due piccoli baci sulla fronte di Claudia, si alzò e camminò verso la cucina.

Claudia era davanti al portone di casa accanto a due grosse valige. Indossava un impermeabile beige e sorrideva. Salì in macchina e chiacchierò per tutto il tragitto mentre Tommaso con le braccia tese sul volante se ne stava zitto e si mordeva le labbra per sopportare la morsa allo stomaco. Sull’aereo erano seduti uno accanto all’altra e Tommaso, teneva aperta sulle gambe una carpetta blu. Illuminato dalla luce  accesa sopra la sua testa, rileggeva le ultime righe di una lettera datata 1935:” Sebbene la scienza non sia ancora pronta a confrontarsi con lo splendore delle sue nuove scoperte sul magnetismo sole-terra,mio caro Pierluigi ti saluto augurandomi che possa continuare le nostre ricerche, in virtù di un futuro più roseo,nella quiete della mia amata Villasmundo. Firmato: Guglielmo Marconi”.