Tempo stimato: una vita e mezza

Clarissa Ciano

Ho sempre detestato le code. Sono una di quelle persone che regola i suoi desideri in base ai tempi di attesa previsti.

Ai concerti faccio una prima perlustrazione delle postazioni bar per trovare quella più efficiente, alle sagre cerco di delegare agli amici più intraprendenti il compito di prendere da mangiare e in discoteca mi riempio le tasche di tagliandi per evitare di fare troppe code. Insomma, non sono un animale sociale che ama stare spiaccicato in mezzo ad altre persone e condividere il loro eccitamento per un evento.

Ma da quando è scoppiata la pandemia ho dovuto rivoluzionare la mia vita. Forse perché sono costretta a fronteggiare ogni giorno una coda, anche solo per prendere il giornale. O forse perché ho iniziato ad appassionarmi alle relazioni sociali che si instaurano tra sconosciuti. Sono diventata, a mia insaputa, un’assidua frequentatrice di conglomerati di persone. E sono arrivata a una conclusione: nessuno sa esattamente cosa sia un assembramento. Addirittura, molte persone continuano a pronunciarlo assemblamento; pensando che un gruppo di individui si può trasformare in un mobile Ikea.

Così ogni giorno mi imbatto in queste meravigliose installazioni umane che le persone chiamano code, ma che per me sono la nuova frontiera della socialità ai tempi della quarantena.