Punto G

Clarissa Ciano

La disparità di genere non è una favola

“Be a size zero. Be a double zero. Be nothing. Be less than nothing.”

Il nulla inghiottiva le terre di Fantàsia così come riempie le nostre vite. Il nulla è il protagonista del XXI secolo con tutte le sue sfaccettature: dall’ossessiva smania di apparire attraverso i social, alla mania di aspirare alla perfezione che produce mostri di silicone. Nel nulla si perdono valori e battaglie saranno vinte tra parecchi anni; posticipate a quando la parità di genere diventerà un diritto di ogni essere umano e non una chimera costituita da inutili quote rosa e doppi standard.

Il gender gap, il punto G della nostra società, non riesce proprio a essere stimolato e di conseguenza diventa un organo atrofizzato e incapace di raggiungere un’erezione culturale. Viviamo un’epoca di progresso in numerosi campi, tranne per quello che riguarda l’abbattimento di una società di stampo patriarcale, in cui i femminicidi continuano a crescere a dismisura perché la donna viene ancora considerata come una proprietà. Una proprietà la cui vita non vale nulla, e questo traspare dalle numerose sentenze che non hanno trovato colpevoli e le numerose pene che sono state ridotte al tempo in cui la capocchia di un fiammifero brucia.

E mentre in campo giuridico la disparità di genere fa da giudice anche per quanto riguarda la parità salariale le donne vengono clamorosamente duemilasettecentocinque volte sconfitte. Ebbene sì, una donna guadagna 2705 € in meno di un uomo. Su quali basi? Professionalità mancante? Non abbastanza competente?

“Wear makeup. Prime your face. Conceal your blemishes. Contour your nose. Highlight your cheekbones. Line your lids. Fill in your brows. Lengthen your lashes. Color your lips. Powder, blush, bronze, highlight.”

Non basta dover essere naturali ma al contempo senza alcun tipo di imperfezione, provocanti ma senza esagerare perché altrimenti ce lo siamo volute, multi-tasking ma senza figli, impegnate ma senza desiderio di maternità, sensibili ma prive della PMS che fa fare scelte troppo impulsive. Gli stereotipi continuano ad aleggiare come fantasmi nella vita lavorativa e privata di ogni donna. Bisogna adattarsi a certi cliché per poter essere considerate e cercare di combatterli non farà altro che etichettarvi come femministe o peggio ancora come femministe estreme, che credono nella superiorità della donna rispetto all’uomo. E tra estremismi di genere e false credenze, continua una favola che non vede più l’alternarsi di un principe azzurro che salva una principessa indifesa; bensì un essere umano che lotta in un mondo che sembra tutt’altro che fatato.

“Be passive. Be obedient. Endure the pain. Be pleasing. Don’t complain. Let him down easy. Boost his ego. Make him fall for you. Men want what they can’t have. Don’t give yourself away. Make him work for it. Men love the chase. Fold his clothes. Cook his dinner. Keep him happy. That’s a woman’s job. You’ll make a good wife someday. Take his last name. You hyphenated your name? Crazy feminist. Give him children. You don’t want children? You will someday. You’ll change your mind.”

Il tema della accondiscendenza è uno dei principali ingredienti della ricetta perfetta per creare la disparità di genere. Prendete una qualunque donna e rendetela attraente, così che l’uomo possa godere della sua vista, rendetela muta in modo che il capo non debba ascoltare le sue ragioni, lobotomizzatela per poterla plasmare nel modo che credete necessario. Ecco a cosa è ridotta la donna: il simulacro del desiderio maschile.

“Be pure. Be virginal. Don’t talk about sex. Don’t flirt. Don’t be a skank. Don’t be a whore. Don’t sleep around. Don’t lose your dignity. Don’t have sex with too many men. Don’t give yourself away. Men don’t like sluts. Don’t be a prude. Don’t be so uptight. Have a little fun. Smile more. Pleasure men. Be experienced. Be sexual. Be innocent. Be dirty. Be virginal. Be sexy. Be the cool girl. Don’t be like the other girls.”

Un corpo dall’aspetto curato, impeccabile e perfetto; ma attenti a non confonderla con una perfetta tela di un grande artista. Perché in questa favola contemporanea non si parla di arte ma si tratta solo di un piacere visivo, privo di qualunque significato e carico di una sottomissione operata anche a livello inconscio. Siamo bombardati da rappresentazioni di bellezze non naturali, artificiali e talvolta anche pericolose. Bellezze tossiche, canoni sproporzionati ma direttamente proporzionali a una società basata prevalentemente sull’apparenza. Le donne devono essere all’altezza delle aspettative, molto più di un uomo che può tranquillamente far carriera senza che nessuno lo giudichi per il proprio aspetto. Senza dover subire apprezzamenti talvolta espliciti, e altre volte velati e pungenti come i rovi. Così rendono il terreno lavorativo difficile e non fertile, tanto che il 60,7% delle donne lavorano part-time senza che sia una loro libera scelta. E così gli uomini continuano a dipingere le loro Giuditta e le loro Lolita, incasellando le donne, ancora una volta, in banali stereotipi della strega o della femme fatale non riconoscendone i reali aspetti e soprattutto le vere competenze professionali.

Quindi bisogna dedurre che il genere sia direttamente proporzionale alla professionalità? Che un lavoro possa essere svolto da un genere solo? O dobbiamo affidarci a credenze folkloristiche come: l’ostetrica potrà essere solo donna perché un uomo non sa cosa significhi partorire — una buona ginecologa sarà sempre una donna — un militare sarà sempre uomo perché è più forte. La verità è che bisognerebbe essere più visionari e meno tradizionalisti, si dovrebbe guardare il mondo con un paio di occhiali con due lenti ma infinite gradazioni; in modo da poter riconoscere ogni essere umano non in base al genere ma secondo la propria identità, proteggendola ed esaltandola.

“Protect yourself. Don’t drink too much. Don’t walk alone. Don’t go out too late. Don’t dress like that. Don’t show too much. Don’t get drunk. Don’t leave your drink. Have a buddy. Walk where it is well lit. Stay in the safe neighbourhoods. Tell someone where you’re going. Bring pepper spray. Buy a rape whistle. Hold your keys like a weapon. Take a self-defence course. Check your trunk. Lock your doors. Don’t go out alone. Don’t make eye contact. Don’t bat your eyelashes. Don’t look easy. Don’t attract attention. Don’t work late. Don’t crack dirty jokes. Don’t smile at strangers. Don’t go out at night. Don’t trust anyone. Don’t say yes. Don’t say no.”

Si cammina su una strada buia e piena di insidie, non bisogna dare confidenza agli sconosciuti, si deve sempre stare allerta. Bisogna rinunciare alla propria libertà. Bisogna diffidare di chiunque, pesare le parole e pensare ai gesti; perché tutto può essere frainteso e interpretato secondo un codice tutto maschile. La nostra lingua è un altro strumento di sottomissione che non ci permette di esprimere in modo corretto la nostra condizione, il nostro pensiero e la nostra parità. Non esistono parole adatte e molto spesso si sceglie il silenzio invece di dar voce alla propria frustrazione. Attorno al gender gap si è cercato spesso di fare rumore, di creare interesse per poter raccontare ciò che per anni è stato solamente vissuto.

La strada da fare è ancora lunghissima e i pregiudizi da abbattere sono troppi. Bisogna riformare una società che per anni ha reso mute persone che avevano molte cose da dire ma soprattutto ha negato alle persone la possibilità di vivere il proprio genere, anche se il genere umano è uno solo.

Queste sono le frasi del monologo Be a lady they said che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero ascoltare anche solo per porsi qualche domanda e scardinare quelle convinzioni che si sono radicate nella nostra mente come edera inestirpabile. Per poter arrivare tutti alla stessa conclusione: il punto non bisogna metterlo prima della G ma dopo; per sancire la fine di un’epoca e l’inizio di un riconoscimento di pari diritti e pari doveri.

Così attraverso le potenti parole scritte da Camille Rainville si decide di dar voce a tutti gli stereotipi cercando di ribaltarli attraverso le immagini. Un ottimo modo per far riflettere su come il gender gap vive ancora ed esisterà finché qualcuno ci crederà. Proprio come nelle favole.