Gente come noi fa code come questa

Clarissa Ciano

È arrivato il giorno della spesa settimanale. Inizio il rito della vestizione: guanti e mascherina, ma più che i presidi sanitari avrei bisogno di qualcosa che mi preparasse per il mondo esterno. Mi infilo gli auricolari per allietare la mia passeggiata: parte Lust for life. Arrivata davanti alla porta dell’ingresso il ritmo della batteria è sincronizzato con il mio battito cardiaco e sento quella strana euforia da quarantena, che trasforma un momento anonimo e monotono in un evento.

Il mio entusiasmo si esaurisce quando, aprendo il portone, noto un centipede umano che dal supermercato arriva fino alla fine dell’isolato. Mi tolgo gli auricolari per capire se sto facendo la coda per un concerto di Iggy Pop; ma non vedo fan del punk e nessun nostalgico con la maglietta dei The Stooges. Mi sento un pesce fuor d’acqua. Disillusa e rassegnata cerco la fine della fila e mi metto in posizione: la canzone è finita come il mio entusiasmo.

Non ho mai assistito al Black Friday americano ma la lunga fila davanti a me sembra un déjà vu. Probabilmente sono in coda da stamattina presto, attrezzati a ogni evenienza per rendere questa esperienza il più confortevole possibile. C’è chi legge il giornale, chi intrattiene conversazioni con sconosciuti e poi il mio preferito: un anziano adagiato su una sediolina da campeggio. A mali estremi estremi rimedi.

Sono tutti spinti da necessità uguali: comprare il lievito e la carta igienica, beni indispensabili per sopravvivere alla quarantena.

Inizia a crescermi nelle viscere un senso di impazienza come se fossi in coda in posta. All’improvviso è come se avessi fretta, anche se in realtà non ho altro da fare. Sento l’impulso irrefrenabile di muovere i piedi avanti e indietro e di sbuffare. Sono in coda da meno di cinque minuti e sono tornata indietro di una generazione: da millenial a boomer.

Le code ti possono cambiare la vita.

Dopo essermi riappropriata della mia età osservo chi mi circonda; stanno tutti scalpitando per entrare al supermercato. Ed ecco che la mia impazienza si trasforma in aspettativa: mi sembra che il supermercato sia diventato il Louvre e che una volta entrata possa ammirare Amore e Psiche nel banco dei surgelati, e se sono fortunata tra il lievito e la carta igienica possa intravedere la Gioconda. Se continuo così, arrivata alla fine della coda avrò provato tutto lo spettro emotivo.

Mentre fantastico sui capolavori della GDO un po’ più avanti vedo un bambino che fa rimbalzare una palla da tennis. Il rumore che crea all’impatto con il marciapiede ricorda un metronomo; il suono cadenzato e angosciante scardina i filtri sociali di un ragazzo che comincia a inveire sulla piccola creatura.

Non aspettandomi una reazione così plateale mi sporgo verso l’urlatore: è il sosia di Nadal. Capisco che il grunting possa anche aiutare a esorcizzare il nervosismo, ma a quanto pare la madre del piccolo musicista-disturbatore non è un’appassionata di tennis. Il suo viso è identico alla Medusa di Caravaggio e le sue corde vocali sono così tese che sembrano spezzarsi. Davanti a questo quadro il sosia di Nadal si arrende. Match point. Mi rimetto perfettamente incolonnata nella Wimbledon queue, con la speranza che nessuno abbia visto il mio movimento e non inneggi a una retrocessione come avrebbe voluto Standard & Poor’s per l’Italia.

Il centipede umano inizia lentamente ad avanzare, mi guardo indietro e vedo che la fila si autorigenera come la coda di una lucertola. La coppia davanti a me inizia a discutere della lite tra Medusa e il sosia di Nadal, per poi proseguire con i loro problemi intimi. È incredibile come la privacy, argomento tanto dibattuto in Italia anche con l’arrivo (si fa per dire) dell’app Immuni, sia completamente inesistente durante la pandemia. Inizio a provare imbarazzo quando la ragazza racconta l’assoluto declino del suo desiderio sessuale; guardo il viso del congiunto che è un misto tra un ictus facciale e un sorrisino dissimulatore. Mi sembra di essere in Io e Annie di Woody Allen, cerco di trovare Marshall McLuhan per non lasciarmi sorprendere come la prima volta che l’ho visto. Il mezzo è il messaggio. Vivere 24/24 con il proprio partner può diventare un incubo anche per le coppie consolidate. Privacy inesistente, pazienza al limite e libido ridotta ai minimi termini. Per i prossimi incontri bisognerebbe abbandonare Tinder e iscriversi alla rivista Vita Ermeneutica per vivere nuove esperienze.

Ma in questo caso il mezzo è preferibile che sia una bicicletta, perché con l’avvento del virus i lavoratori hanno ricominciato a usare la macchina a discapito dei mezzi pubblici, e se si andrà avanti così la prossima quarantena non sarà per via di un virus ma per il collasso della Terra.

Una ragazza lega la bici al palo accanto a me; sembra che abbia aperto l’armadio e si sia buttata dentro.

Il suo outfit è un misto tra le prime creazioni di Vivienne Westwood e il giusto abbigliamento per passare la selezione al Berghain. I nostri sguardi si incrociano, senza che apra bocca colgo lo stesso sentimento che ho provato io quando ho visto la coda. Per darle sostegno, accenno un sorriso invisibile sotto la mascherina e rivolgo i palmi verso l’alto scrollando le spalle. Passo falso. Un anziano dietro di me percepisce la mia prossemica come una lamentela e inizia ad attaccar bottone. Mi racconta come il virus sia la risposta divina contro il Papa, troppo aperto verso le nozze gay e il divorzio. Il mio sangue si gela nelle vene e guardando la coda mi sembra di vedere gli animali in fila per salire sull’arca di Noè in vista del diluvio universale. Purtroppo, le parole del vecchio cospiratore vengono colte da un finto podista vestito da jogging, con la speranza di camuffare i suoi spostamenti come attività motoria. Descrive il Covid-19 come un allarme della Terra che sta morendo per colpa degli umani. In men che non si dica si crea un acceso dibattito sulla fuga del virus da Wuhan, la scomparsa dei whistleblower e le teorie di Montagnier. Grazie a Dio, la coda procede e perdo il contatto visivo con i cospiratori.

Inizio a vedere l’insegna del supermercato: mi sembra l’ingresso di Disneyland.

Il barlume di eccitazione si spegne quando vedo un’altra insegna: Burger&Co, un locale che fa cibo da asporto. Sembra di essere sul Delta del Po: due file si stanno unendo come affluenti. Panico generale. Il distanziamento sociale non può essere interpretato come pretesto per infilarsi nella fila sbagliata. Così ognuno è in assetto di guerra: c’è chi posa la borsa per terra per segnalare la distanza, e chi tiene le braccia tese per far capire che lo spazio libero è solo il rispetto di una norma.

Siamo uniti e compatti come una testuggine: dopo così tanto tempo in coda condividiamo le stesse idee: abbiamo creato una comunità. Sento che Vivienne-Berghain discute con un uomo che sostiene di essere sempre stato in coda; o meglio, che un amico ha fatto la coda per lui. La creatività italiana, quando si tratta di stare in fila, non ha limiti. Da chi fa la coda per terzi a coloro che si posizionano davanti al gate sei ore prima dell’imbarco, perché non trovano abbastanza rassicurante avere il posto assegnato.

Riesco a superare la coda per l’asporto, che è ancora più lunga di quella per il padiglione del Giappone a EXPO 2015. Ma è una coda diversa dalla nostra. È un assembramento chic, un gruppo di individui che non è caduto nell’armadio ma si è vestito di tutto punto. Vedo dei sedicenti imprenditori stile Gianluca Vacchi e delle ragazze che non sembrano aver addosso i chili della quarantena. Questo tipo di persone mi affascina; coloro che sono sopravvissuti alla reclusione attraverso le delivery e l’asporto. Una specie unica e rara, che ha continuato a esibire la propria estetica perfetta generando in alcuni casi distacco e in altri coinvolgimento: dalla disperazione di Vanessa Hudgens che non ha potuto partecipare al Coachella alle generose raccolte fondi di Chiara Ferragni e Fedez.

Ogni coda ha i propri simboli e i propri rappresentanti come se abitassimo temporaneamente vari microcosmi. Gente come noi non fa code come questa.

La fila indiana procede e mi ritrovo davanti all’entrata del supermercato. Alla mia destra c’è un signore in una posizione ambigua; non capisco se è in fila o aspetta qualcuno. Mentalmente ripercorro i personaggi incontrati: sosia di Nadal, Medusa, Vivienne-Berghain, i cospiratori ma di lui non c’è traccia. Cerco di chiedergli se è in coda ma non riesco ad attirare la sua attenzione. L’uomo della sicurezza mi fa cenno di entrare: mi versa il gel disinfettante sulle mani, mi misura la febbre e mi dà i guanti. Via libera: sono riuscita a entrare. Cerco di ricordare a memoria le cose che devo comprare perché il biglietto l’ho dimenticato sul tavolo in cucina. Encefalogramma piatto. Così inizio a guardare i prodotti sugli scaffali; ecco tutti i miei lovemark da quarantena. Per ogni prodotto rivedo gli spot, che con una retorica impressionante raccontavano che sarebbe andato tutto bene. Ora mi sento a casa, coccolata dai prodotti che fino a qualche mese fa usavano l’olio di palma ed erano responsabili della deforestazione o sfruttavano i braccianti mentre inneggiavano ai valori della famiglia.

Alla fine, scelgo di comprare i ceci perché come insegna Zerocalcare sono il legume post apocalittico perfetto.

Finisco di fare la spesa e mi rimetto in coda alla cassa. Sul pavimento ci sono delle linee colorate per evidenziare le distanze di sicurezza, che insieme alle piastrelle del pavimento sembrano dei quadri di Mondrian. Più che a Disneyland mi sembra di essere a Dismaland. Anche i supermercati hanno perso la loro estetica. La frutta non è più esposta secondo palette dettate da OGM e pesticidi, i prodotti non sono perfettamente allineati come se il caporeparto fosse Wes Anderson e i cassieri non devono più nascondersi dietro all’estenuante gentilezza in stile telefilm americano.

Il supermercato è mezzo vuoto, alcuni scaffali sono stati completamente depredati e per terra ci sono scatole di cartone con impronte di piedi. Si respira un’aria di desolazione, come se la GDO non fosse più fonte di piacere ma solo l’ennesimo distributore di incertezza durante la pandemia.

Attendo pazientemente il mio turno, mentre la signora davanti a me si trasforma nella versione femminile di Piero Angela e illustra i touch point tra la Spagnola e il Covid-19. Ma il mio sguardo ricade oltre il vetro dell’ingresso del supermercato: il signore è ancora lì davanti ad aspettare.

Riverso la mia spesa nonsense sulla cassa incontrando lo sguardo perplesso della cassiera. Pago e metto il bottino dentro la borsa Ikea, che sembra una Balenciaga con un tocco punk grazie al mio gatto che la usa per farsi le unghie. Esco e mi trovo davanti il signore. Cerco di capire se nella frenesia del momento gli sono passata davanti, perché dopo un’ora di coda il supermercato appare come un’oasi nel deserto. Con un timido sorriso smentisce il mio timore e mi dice che non è coda: sta solo aspettando. Non aspetta nessun è l’antitesi di Didi o di Gogo e non sta Aspettando Godot. La coda per lui è diventata l’unica interazione sociale possibile: è un evento a cui tutti i giorni può partecipare. Il timore di rivivere il lockdown ha trasformato le uscite, rigorosamente autocertificate, in momenti in cui scambiare qualche parola e le code in folkloristiche manifestazioni culturali.

L’annuncio del nuovo decreto è diventato un rito familiare: tutti riuniti davanti alla TV tentando di decifrare, ogni volta, le nuove norme permesse. Una sorta di quiz a cui tutti i membri della famiglia sono chiamati a partecipare ma senza nessun tipo di aiuto da casa.

Intanto le mie sinapsi si attivano e nella mia mente riecheggia la frase: “Se ami l’Italia mantieni le distanze” quasi come se fosse un mantra.

Saluto Didi-Gogo-non Godot e penso alla citazione “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” della pubblicità Campari. L’idea dell’aperitivo è come una polaroid ingiallita che si custodisce in una vecchia scatola di latta delle pastiglie Leone — che in tempi non sospetti avevano lanciato il gusto Spritz — mi mancano gli aperitivi ai Barbiturici.

Guardo la coda illuminata durante la golden hour tanto cara alle influencer e improvvisamente il mio quartiere sembra un quadro di de Chirico. Strade deserte e qualche personaggio che evoca uno strano senso di solitudine. Mi ero affezionata al sosia di Nadal, a Medusa, a Vivienne-Berghain e anche ai cospiratori. Fare la coda non serve solamente per testare la propria pazienza; è un modo per sentirsi parte di qualcosa.

Provo la stessa emozione di quando sono in coda al casello dell’autostrada per rientrare a Torino. La pelle bruciata dal sole del weekend, i capelli pieni di salsedine e le infradito ai piedi. È l’unica coda che vorrei non finisse mai, perché non voglio ritornare alla solita e frenetica routine. L’unica differenza è che adesso non sappiamo neanche quale sarà questa nuova routine.