Sara Urdiroz College Digital 2017-2019

Legge da quando la noia esiste ed esiste da quando sa leggere. Per questo ha deciso che scrivere è una delle basi della sua esistenza e appena finito il liceo ha preso un volo per Torino, e nello specifico, per la Scuola Holden.

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Data di Nascita: 21.01.1999

Luogo di Residenza: Torino

Disponibilità al trasferimento: Sì

Curriculum Vitae

Sara Urdiroz - Tutti i contenuti

  • Quella mattina George Wellington si era alzato di buon umore. Il mondo gli  sorrideva. Baciò sua moglie mentre lavorava tra i fornelli, accarezzò in modo simpatico la testa dei suoi due figli, diede un biscottino al cane, che più che un cane, sembrava un cuscino peloso, e uscì di casa valigia in mano, fischiettando qualche canzone inesistente. Nel tragitto verso la fermata del pullman, gli passarono accanto un paio di signore che si scambiavano gesti di sorpresa e stranezza, mormorando "ma quello lì è pazzo...". Lui, incuriosito, continuò a camminare guardandosi intorno, per capire cosa aveva turbato la noiosa chiacchierata di quelle anziane. Nel giardinetto di fronte alla fermata del autobus c'era un uomo vestito da operaio che scavava. Sembrava che volesse piantare un fiore dato il buchino che stava facendo con la paletta. Ma al signor George non le sembrò un atteggiamento strano : si trattava semplicemente di un lavoratore, probabilmente addetto alle piante, che stava compiendo con i suoi doveri. Nei dintorni non c'era nessun avvenimento incomprensibile, e il nostro uomo, incuriosito, chiese al lavoratore: "Mi scusi, buon uomo, non è che ha visto qualcuno di sospetto in questa zona?" "Oh no, io non ho visto nulla." "Capisco. Scusi il disturbo." E cosìGeorge lasciò l'uomo e continuò la sua giornata in ufficio. Quando ritornò, il lavoratore non c'era più, "sarà andato a casa" pensò, e si avvicinò a vedere cosa aveva fatto. Il buco che la mattina era grande appena una palla di ping pong era diventato più grande e profondo. Troppo per essere destinato a contenere qualche fiore. Ma era stanco e non si fece più domande, tornando a casa tra sbadigli. Il giorno dopo si alzò come sempre, sorridente e carico di energia. Baciò la moglie, accarezzò i figli e diede il biscottino al cane. Uscì di casa e incrociò le stesse signore che di nuovo, sorprese da qualcosa o qualcuno, si scambiavano gesti di incredulità. Si ricordo dell'uomo e il suo buco, e appena arrivò nel giardinetto davanti alla fermata dell'autobus,vide che più che un buco ormai aveva raggiunto le dimensioni di una fossa. Un po' inquieto, cominciò a domandarsi se quel tipo fosse veramente un lavoratore o un pazzo scavabuchi. Si fece coraggio e decise di avvicinarsi : "Mi scusi, non vorrei interromperla, ma vorrei capire cosa sta facendo." L'uomo si fermò di colpo, si girò e lo guardò fisso negli occhi, con l'aria impietrita. George non aveva notato la freddezza del suo sguardo fino a quel momento. "Sto lavorando" rispose secco, e continuò all'opera. Wellington, non soddisfatto dalla risposta, decise di insistere: "Posso vedere che lei sta lavorando. Ma a cosa sta lavorando?". L'uomo si rigirò nello stesso modo di prima, e senza cambiare il tono, rispose : "Sto aggiustando questo buco." George rabbrividì. "Sto qua è pazzo" pensò, allontanandosi dopo aver salutato il tipo (non poteva fare a meno di essere cordiale, anche con i casi umani). Passò tutta la giornata a pensare alla risposta del tipo. "Aggiustare il buco", apparte qualche metafora spudorata, non le veniva in mente nessuna spiegazione logica per l'atteggiamento di quel signore vestito da operaio. Non sapeva nemmeno come si chiamava. La sera, scese alla fermata, come faceva ogni giorno, e di nuovo notò l'assenza del tipo. Ma il buco, ormai fossa, ogni volta era più grande. "Sto qua ci vuole ammazzare tutti e buttarci in quella fossa. Diventerò uno dei nomi inchiostrati in nero del giornale di domani sotto il titolo 'Massacre nel giardinetto davanti alla fermata dell’autobus' ". Guardò dentro al buco e vide che non vi era niente di strano. Era un semplicissimo buco. Un pezzo di terra senza terra. Quella sera piove tantissimo e George continuava a pensare al buco. Né i bei voti dei bambini, né il fantastico kitsch di verdure a cena, ne la partita delle 21, ne i gemiti della moglie a letto, lo tirarono fuori dal pensiero dello sconosciuto che stava “aggiustando quel buco”. La mattina dopo si alzò, diede un biscotto a i figli, accarezzò la testa della moglie, baciò il cane e uscì coperto dalla giacca impermeabile. Quella mattina non incontrò le signore, forse per la pioggia, pensò. Arrivato alla fermata, cerco il tipo, e non lo vide. Si avvicinò e capì. La fossa era talmente profonda che da fuori non gli si vedeva. Ma lui era lì, sudato, a petto nudo, pieno di fango, paletta su paletta giù. Rimase a fissarlo per un po'. Forse il buco era solo una filosofia di vita, un hobby dell'uomo. Vi era qualcosa di ipnotico nel svuotare la terra. Si guardò intorno. In fondo gli altri continuavano con la propria vita e non si fermavano nemmeno a controllare chi fosse il tipo che scavava a caso. Davano per scontato che fosse uno che lavorava per il comune. Pure lui aveva commesso quell'errore. Ma aveva imparato. Guardò l'orologio, era volata un'ora da quando si era fermato sotto la pioggia a fissare l'uomo. Non aveva smesso di spalettare. Decise di prendere il bus e andò a lavorare. Tornando s'aspettava già il buco vuoto. Infatti non si sorprese quando vide quello che era un buchino per i fiori ormai si era trasformato in una fossa grande quanto una piscina. Tornò a casa stanco, preoccupato, con la testa piena di strane idee. A cena guardò la sua famiglia, tranquilla, ognuno con la testa ai fatti loro, che non avevano neanche idea di chi fosse il tipo che aggiustava i buchi. Dormí poco quella sera, ma prese una decisione : doveva aiutare il tipo a scavare. Non aveva niente da perdere. Si alzò alla stessa ora di sempre. Non badò né alla moglie, né ai figli, né al cane. Vestito in tuta e maglietta, con i scarponi da montagna e la paletta che usava sua moglie per piantare i tulipani nella loro terrazzina in primavera, si incamminò verso il giardinetto. Incrociò le due anziane, che lo scrutarono duramente con lo sguardo, ma lui le ignorò, e continuò. Voleva compiere lo scopo più semplice dell'uomo: lavorare le materie prime, senza farsi troppi problemi. O forse era semplicemente un padre di famiglia impazzito. I suoi pensieri si fermarono nel giardinetto. Spalancò gli occhi: non c'era più la fossa. Solo erba bagnata. Nessuna traccia dell'uomo. Come se niente fosse accaduto. Turbato, si sedette in mezzo al giardinetto. Forse se l'era immaginato tutto. Assorto nei propri pensieri, cominciò a bucare la terra con la paletta e rendendosene conto, continuò a farlo. Si fermò solo un secondo quando la voce di uno sconosciuto lo interruppe. "Mi scusi, ma cosa sta facendo?"
  • Il piccione e il classismo emojitivo di Sara Urdiroz Quando avevo 14 anni mia madre mi propose di fare quattro mesi in un liceo linguistico. A Torino. Una volta arrivata qui, la prima cosa che mi colpì fu l'abbondante quantità di anglicismi che voi, nativi delle terre della cara madre nostra lingua latina, usavate nella vostra quotidianità e che, alla fine, mi sono ritrovata a ripetere anche io. Dai jeans al cinema, l'uso di tutte queste parole non latine mi suonava strano, visto che in Spagna abbiamo l'abitudine (nel bene e nel male) di tradurre tutto. Fu in quei quattro mesi che mi sono aperta un profilo Facebook per chattare con le mie compagne di classe, condividerci meme e commentarci le foto a vicenda con termini come LOL, XD, e così via. Termini che oggi evito spudoratamente di usare, per mettere in salvo la mia dignità digitale (già abbastanza limitata) e per far sì che non venga messa in discussione.   Ricordo sempre con un sorriso quella volta che ho fatto gli auguri di compleanno a una amica con un commento pieno di parolacce e blasfemie sulla sua bacheca Facebook: noi ci parlavamo così, scherzando (ah, la fredda brezza della ribellione adolescenziale). Qualche ora dopo, tornando a vedere il post, mi sono resa conto che una zia della mia amica aveva risposto con foto di Padre Pio, chiedendo perdono a Dio per le mie parole. Fu in quel momento che capii che non tutti viviamo le parole sui social allo stesso modo e che bisogna capire un attimo a chi è perché stiamo parlando. È per questo, in parte, che tanti ragazzi della mia generazione si sono avvicinati a Instagram, appena ha fatto capolino: uno spazio senza adulti che ci permetteva di pubblicare qualsiasi cosa, in qualsiasi modo e in qualsiasi momento. Anche se, devo ammettere, per me capire gli hashtag era e resta ancora un’incognita: termini come #tbt #tbh etc sono così frequenti che mi ritrovo spesso a cercare su Google il loro significato, finendo poi a consultare l’Urban Dictionary. C'è anche un'altra questione linguistica innegabile: ormai si impara più inglese sui social media, che nelle aule di scuola. Considerato il monopolio (quasi inevitabile, direi) degli influencer anglosassoni nei nostri cari social, molti di noi si sono dovuti adattare al gergo internazionale. Già solo il termine influencer, che ormai viene considerato un lavoro, fa un po’ effetto a chi ha dovuto scegliere di essere medico o avvocato per non deludere i propri genitori. Posso solo immaginare in quanti modi diversi mi manderebbe a quel paese mio padre se gli dicessi che voglio mollare l'università e iniziare a postare foto su Instagram, come mestiere di vita. Altre parole come crush o mood - che se pronunciate davanti a mio nonno di 86 anni generano in lui una espressione di confusione estrema - sono ormai parte del mio vocabolario, sia digitale che analogico. Ho followato nonsochi o ho stalkerato il profilo di quellolà sono frasi che io e le mie amiche condividiamo spesso.   Poi ci sono gli emoji, il nemico di ogni filologo o, semplicemente, amante dell’italiano. Io li trovo interessanti in certi contesti. Come nelle reazioni ai post su Facebook o Instagram. Ma devo ammettere che più una persona  usa emoji, più io diffido della sua capacità comunicativa. Ho chiamato questo fenomeno classismo emojitivo, e spero nessuno mi rubi l'idea. Devo ammettere che l’ampia varietà di emoji che Zuckerberg aggiunge ogni anno alle nostre tastiere di WhatsApp sono una tentazione: io uso il piccione perché è talmente ambiguo che fa ridere.   Ma forse è anche questo il bello dei social e il loro confronto con la realtà: ormai ti puoi trovare di tutto in quella rete fatta di codici dei quali non sono capace manco a immaginare il funzionamento. Forse in questo momento c'è una donna polacca di 45 anni che sta postando video su YouTube, parlando in mandarino su quanto mangi il suo gatto obeso Ernesto. E avrà pure qualche centinaia di follower. Tutto è possibile e nessuno dà per scontato niente. Siamo nell’internet, ragazzi. Quella dei social è un’evoluzione linguistica continua e inesorabile. Infatti, ora sono io che faccio un’espressione confusa quando mio fratello di 14 anni parla di eventi digitali intraducibili al mio linguaggio. Ma mi consolo pensando ai trip che si farebbe Darwin, oggi, con l’emoji del piccione.