Francesco Losapio - Tutti i contenuti

  • Siccome mi era accaduto talora, nei cortei, di accodarmi sotto l'uno o l'altro striscione per seguire una ragazza che turbava la mia immaginazione, ne trassi la conclusione che per molti dei miei compagni la militanza politica fosse un'esperienza sessuale...“

    Interruppi la lettura per accertarmi, con discrezione, che nessuno mi avesse visto leggere la parola sessuale. Una scintilla rotonda, in picchiata nel buio, scoppiò da un arco voltaico fuori dal finestrino e si tramutò in odore di bruciato. Le luci sfarfallarono livide, ombreggiando le pieghe del mio trench, poi si riaccesero del tutto. Tartagliando, il tram riprese la marcia.

    Viaggiare in tram il venerdì sera è una specie di rituale. Da un capolinea all'altro, celebravo inosservato il fenomeno del controesodo del terzo settore, glorificando con loro il falso idolo della pensione e osservando con devozione il mistero del venerdì, ultimo feriale della settimana.

    Mi aggiustai il trench sotto al sedere e ripresi la lettura:

    ...ne trassi la conclusione che per molti dei miei compagni la militanza politica fosse un'esperienza sessuale - e il sesso“

    Alzai teatralmente gli occhi al cielo, quasi solo per intrattenermi. Una ragazza, forse una donna, era concentrata su qualcosa che doveva trovarsi al di fuori di quel tram. Sembrava che avesse continuato a guardare fuori dal finestrino anche con le luci spente, per ostinazione, e che anzi fosse rimasta esattamente nella stessa posizione per tutto il tempo, per rappresaglia.

    Non potevo valutare se quella donna fosse più o meno giovane di me, molto probabilmente avevamo età troppo simili. Uguali addirittura. Si sorreggeva agli appositi sostegni, ma quasi in punta di piedi. Nella calca si aggrappava ad ogni curva, disegnando coi nervi affioranti l'immagine delle sue tensioni. Volli indovinarne almeno una.

    Il riflesso diafano del suo volto sul vetro era percorso da insegne di bar, che scorrevano nel suo sguardo. Gli occhi si allungavano severi, senza trucco, sfuggendo lievi all'esattezza delle sopracciglia, basse sulla fronte alta, chiara e lucente per le fatiche della giornata. I suoi capelli sembravano le ante della finestra di una casa di campagna, scuri, con le nervature brune del legno che resiste alle intemperie, impreziosito dallo scorrere del tempo. La finestra era socchiusa sullo spalancarsi degli zigomi, puliti e tesi, spioventi sopra la bocca serrata.

    Era questa la stonatura nell'insieme, la porta chiusa della casa di campagna. Ero certo che non cercassimo la stessa cosa fuori da quel finestrino, ma cominciai a pensare che stessimo usando lo stesso stratagemma per spiarci. Incontrai i suoi occhi nel riflesso sul vetro.

    ...ne trassi la conclusione che per molti dei miei compagni la militanza politica fosse un'esperienza sessuale - e il sesso era una passione. Io volevo avere solo curiosità.“*

    La mia era solo curiosità. E anche la sua. Mi ha guardato per pura curiosità. Tre fermate all'arrivo. Michele Stoà, sei il peggiore degli illusi. Vuole sedersi. Dovrei chiederle. Se pensasse che le sto dando della vecchia? No, sarebbe un gesto galante. Esiste ancora la galanteria? Penserebbe che voglio attaccare bottone. Si muove. Due fermate all'arrivo.

    Sta davanti alle porte centrali, sempre attaccata agli appositi sostegni, con forza, con la bocca serrata. Io la guardo ancora, col libro aperto sulla stessa pagina. Mi guarda anche lei, si volta di proposito, improvvisa. Si ricorda dov'ero seduto.

    Dietro le finestre della casa di campagna abitavano due sorelle misteriose, scure e riservate. Guardavano fuori, con timore e impazienza, spaventate dalla loro curiosità. Un giorno aprirono la porta della casa di campagna, e videro il mondo e i suoi misteri e sorrisero, e divennero belle e lucenti, come gli occhi di una sconosciuta.

    Le porte del tram si erano aperte e lei scendeva. Due fermate all'arrivo. Avevo infilato il pollice in mezzo al libro, fatto uno scatto e raggiunto le porte. La vedevo sul bordo del marciapiede, proprio davanti alle strisce pedonali. Guardava nella mia direzione, poi nell'altra, infine attraversò.

    Mi mancano due fermate all'arrivo, e forse qualche pagina alla fine del capitolo. Ma posso anche andare a piedi. In fondo, oggi è venerdì. Domani non si lavora.

    * * *

    * U. Eco; Il pendolo di Foucault, cap. 7.

  • Una celebre freddura, talvolta promossa a slogan da stampare su quelle t-shirts che si vendono nelle località balneari, suggerisce che Topolino sia felice perché si fa le topoline, al pari di Paperino che si fa le paperine. Se ne conclude che Pippo, per quanto sembri scanzonato, sia in realtà molto triste. I miei incontri con Pippo però hanno sempre smentito questo adagio.

    La prima volta che ho conosciuto Filippo facevamo entrambi il liceo, e già da quel primo incontro aveva preteso che lo accostassimo al celeberrimo uomo-cane parafrasando un celebre incipit: “Chiamatemi Pippo. “. Era figlio di un alpino con la passione per la fotografia, un uomo che doveva aver avuto un tale ascendente sul figlio da avergli saputo trasmettere, intatte, le sue ispirazioni.

    L'autogestione, nel nostro liceo come in tanti altri, era più simile a una settimana di puerile anarchia tabagista, generalmente conclusa da una denuncia per interruzione di pubblico servizio, danneggiamento e appropriazione indebita a carico di ignoti, antico patronimico di quella tribù malefica che ritiene che autogestione e autodistruzione siano sinonimi. Per me, per noi e per Pippo significava avere la possibilità di tornare ancor più giovani, di spostare tutti i giocattoli dalla nostra cameretta al salone dei grandi, solitamente occupato da funamboliche equazioni e riecheggianti soliloqui sulla terza declinazione. Con la stessa riverenza con cui un bambino ne invita un altro ad assisterlo nell'incollamento ieratico delle figurine Panini, Pippo aveva disposto nell'aula di scienze le sue vaschette ricolme di acidi fatati, accanto a un proiettore dall'aspetto sovietico, per invitarci a testimoniare con lui del mistero dello sviluppo fotografico. Il foglio attaccato sulla porta della sua cameretta recitava: corso di fotografia alpina.

    Assiepati attorno all'alone trapezoidale di una lampada rossa, osservammo Pippo infilare un negativo nella stessa fessura in cui di solito scorrevano diapositive sui piselli di Mendel o sulla struttura cellulare. Come fosse stato affetto da una forma acutissima della sindrome del raddrizzatore di quadri, aveva ossessivamente manipolato un candido rettangolo di carta fotografica fino a farlo combaciare con l'area dove, solo per ragioni di fede, aveva previsto che sarebbe scesa la luce feconda del proiettore.  Poi, con la mano sull'interruttore, si era voltato verso di noi per invitarci a partecipare all'istante più mistico della sua funzione: “Ora contiamo fino a tre. “.

    Con uno scatto meccanico, Pippo disegnò un rettangolo aureo di luce bianchissima. Mi sembrò di vederlo, mentre la carta fotografica si impressionava, muovere silenzioso le labbra lasciandosi scappare qualche suono, un salmo segreto tramandatogli dal padre, sillabe sacre che misuravano il tempo necessario a tramutare l'energia in materia. Spense la luce, e la carta restò invariabilmente candida. Si tolse di tasca delle lunghe pinzette da modellismo, prese la carta da un angolo cercando di non ferirla, e la immerse in una vaschetta.

    La neve scese tutta insieme a disegnare la montagna, poi si delinearono i fili d'erba della valle sottostante, finché tutti i grigi a noi visibili collaborarono ad acquerellare il cielo e le nuvole. La fotografia ci aveva mostrato il bianco, il nero e tutto ciò che c'era stato tra loro, tutti i compromessi a cui erano scesi per poter dire all'attimo: sei così bello, fermati.

    Ho incontrato Pippo altre volte dopo quell'attimo. Fu lui a venire nella nostra cameretta qualche giorno dopo, per ammirare i giocattoli del cinema e del fumetto. Imparammo il significato della parola sodalizio. Ne nacque un film, un lungometraggio eroicamente autoprodotto in cui Pippo, per un vezzo sadico dei registi, moriva trafitto da raggi laser.

    Qualche tempo dopo lo incrociai nuovamente, mentre annaspava per strada aggrappandosi alla fermata di un autobus, a un cartello di sosta vietata, a un passante. Era ubriaco, ma io sapevo che non era quello a renderlo felice. Almeno, non solo. Quando mi vide, allargò le braccia e mi scambiò per un'altra persona. Una persona che, comunque, sembrava davvero contento di aver incontrato.

    L'ultima volta che l'ho visto Pippo, come sempre, era felice. Suonava l'armonica in quello che probabilmente è l'ultimo trio superstite degli anni d'oro del folk italiano, ai bordi di una strada, ad anni luce di distanza da quella montagna. Finse di scambiarmi di nuovo per la stessa persona, ma stavolta sembrò contento di aver incontrato proprio me. Ho lasciato scivolare sessantasette centesimi, tutte le mie monetine, nella custodia di una chitarra, chinandomi perché il tintinnio non interrompesse gli arpeggi. L'ho salutato, e anche quell'attimo, come tutti gli altri, non s'è mai davvero fermato.

    * * *

  • [...] e vede ch'a sé l’umana sede, esso a lei veramente è fatto estrano. “ *

    Come ogni lunedì mattina, il signor Stoà venne colpito dalla sindrome del lunedì mattina.

    Alla sua naturale pigrizia, che per la verità non era molta, se ne aggiungeva altra, finché non si decideva a spegnere la sveglia. A quel punto, cercando di capire se sarebbe stato vittima della sindrome del lunedì anche quella volta, il signor Stoà si metteva seduto sul letto compiendo un unico, fluido movimento, cercando di atterrare sulle ciabatte senza toccare il pavimento freddo coi piedi nudi. Siccome non gli riusciva quasi mai, i lunedì mattina si somigliavano tutti.

    Tuttavia il signor Stoà sapeva anche essere ottimista, e questo di solito gli succedeva quando il suo secondo biscotto era immerso quasi per intero nel caffè; quando le punte delle dita sfioravano appena il caffè, ritirandosi giusto prima che il calore smettesse di essere piacevole, il signor Stoà riusciva a cambiare umore. Si ricordava che la sindrome del lunedì era solo un'altra di quelle malattie fasulle che servivano a riempire di notifiche il suo profilo, senza poi dirgli nulla di nuovo al riguardo. A volte diventava talmente ottimista che, guardando fuori dalla finestra con il biscotto inzuppato in mano, poteva credere che quel lunedì sarebbe stato diverso, poteva sentire che qualcosa avrebbe arricchito la sua giornata. Poi si ricordò che il suo biscotto era già stato inzuppato, e guardandolo scoprì tante piccole crepe nel punto in cui lo stringeva con le dita. Lo rincorse a bocca aperta poco prima che cadesse nel caffè, e gustandosi la pastafrolla amarognola concluse che sì, quello sarebbe stato uno di quei lunedì.

    La luce fredda della metropolitana lo disturbava un po', ma il dondolio tra una fermata e l'altra gli risultava comunque più piacevole delle lunghe frenate, che facevano piegare tutti i passeggeri in posizioni buffe. Il signor Stoà pensò che anche lui doveva sembrare buffo, mentre tentava di restare dritto sorreggendosi agli appositi sostegni, ma per fortuna non poteva in nessun modo vedersi dal di fuori. Tirò fuori il suo telefono dalla tasca. Zigzagò un po' il dito sullo schermo finché quello non si illuminò tutto, poi diede una polliciata decisa per controllare come stava il suo profilo. Cominciò a scrollare le notizie per saltare tutte quelle che non gli interessavano, poi tornò un po' indietro per essere sicuro di non averne saltata nessuna, ma ogni volta le immagini e le parole erano le stesse, e non sembravano interessanti. Qualcuno dietro di lui lo toccò con qualcosa di soffice, che poteva essere una pancia o un sedere, e dopo che tutti i passeggeri ebbero finito di raddrizzarsi, il signor Stoà si voltò a guardare chi fosse e con quale parte lo aveva toccato.

    Una signora non molto alta, né troppo magra, stava in piedi proprio dietro di lui e non arrivava al sostegno più vicino, così che una frenata un po' troppo lunga l'aveva sbilanciata un po' troppo. Guardando in alto attraverso dei buffi occhialoni, la signora non troppo magra disse “ Sorry ” e sorrise, stringendosi al petto con tutte e due le mani una grossa borsa rossa. Il signor Stoà preferì credere che fosse stata la borsa, che sembrava molto soffice, ad averlo toccato, e sorrise anche lui spostandosi un po' di lato, per dar modo alla turista di reggersi. Si sorrisero ancora per un po', poi il signor Stoà le diede le spalle e tornò al suo scrollamento.

    Diede altre quattro o cinque polliciate sperando di essersi sbagliato, ma niente, anche ad un accurato controllo il risultato era inequivocabile: non c'era niente di diverso.

    Un forte rumore di porte che si chiudevano fu interrotto da un altro rumore, ancora più forte, di qualcuno che sbatte su una porta scorrevole che si sta chiudendo. Il signor Stoà, voltandosi appena, vide un uomo infilare l'uscita del vagone passando proprio all'ultimo momento. Se ci si dimentica di scendere può succedere di andare a sbattere, pensò, e con più foga di prima tornò al suo scrollamento. La sua fiducia in un lunedì migliore andava svanendo.

    I passeggeri si erano appena raddrizzati che, strillando come un'aquila, la signora americana disse “ Ommaigò! ” e rovistò furiosamente nella grossa borsa rossa. Disse anche tante altre cose che il signor Stoà non riusciva a capire, ma capì benissimo cos'era successo.

    Qualcuno si era alzato per far sedere la signora, che intanto si strofinava via le lacrime con gli occhialoni tutti storti sulla fronte. Le sue infradito pendevano fin quasi a toccare il pavimento, al quale la signora non riusciva ad arrivare coi piedi, e mentre si sistemava con le mani i capelli tinti qualcuno le passò un fazzoletto. Poi i passeggeri raccolti in circolo si inclinarono di nuovo.

    Al signor Stoà piaceva percorrere a piedi la strada che da sottoterra sbucava in superficie e lo portava fino all'ingresso del grosso palazzone in cui lavorava. La percorreva guardando dritto davanti a sé, voltandosi ogni tanto per controllare se c'era qualche collega in vista proprio su quel viale. Di solito, la mattina non aveva molta voglia di salutare.

    Arrivò davanti alla lunga cancellata aperta solo per metà, e tirò di nuovo fuori il telefono dalla tasca per controllare l'ora. E quarantacinque era un po' troppo presto, pensò, e dopo un attimo di esitazione zigzagò, spolliciò e scrollò per l'ultima volta prima di decidersi ad entrare.

    Niente, assolutamente niente. Scrollava con rabbia, ma il suo profilo non migliorava. Si ripromise che alla prima occasione si sarebbe messo a seguire qualcosa di più interessante. Mentre aveva ancora gli occhi abbassati sullo schermo luminoso, sentì dire “ Buongiorno ” ed ebbe un sussulto, come se fosse stato colto in fallo. Il signor Arriano, un ometto sempre ben vestito che lavorava in contabilità, si avvicinava con studiata disinvoltura alla cancellata semiaperta, facendo pendolare una valigetta col braccio, mentre l'altro era appena alzato in cenno di saluto.

    Salve ” disse il signor Stoà, e subito ripiantò gli occhi sullo schermo, fingendo di fissare una foto che invece non lo interessava affatto. Vide con la coda dell'occhio il contabile oltrepassare il cancello e solo allora si voltò a guardarlo mentre, con un certo anticipo, attraversava il cortile interno verso la grande porta a vetri che dava accesso al palazzone.

    Il telefono fece ftùp e lo schermo si scurì tutto, riflettendo il muso lungo del signor Stoà. Probabilmente, quel lunedì sarebbe stato esattamente come tutti gli altri.

  • [...] l'altra proprietade si è che

    più va velata de li raggi del Sole

    che null’altra stella. “ *

    Tra la settima e l'ottava porzione di finestra si poteva vedere la lunga siepe di mortella control pi, che di certo doveva delimitare tutto il cortile esterno control esse, anche se in effetti non aveva mai controllato se ci fossero, magari sul lato non visibile, punti in cui la palizzata control pi di profilati in cemento restasse sguarnita, unico segno del confine tra il cortile e un'altra piatta distesa control esse di terra battuta, visibile solo tra la sedicesima e la diciassettesima porzione di finestra, contando dal fondo, attraverso la veneziana abbassata. Control pi.

    Il signor Stoà, osservando meglio il paesaggio nella veneziana, pensò che la lunga siepe avrebbe avuto bisogno di una potatura di fino, per restituirle l'aspetto squadrato col quale abitualmente si presentava. Controllò lo schermo del computer, cliccò a vuoto, poi premette di nuovo control esse. Giunse le mani davanti a sé, poi le sollevò tenendo le braccia tese. Un crescendo di piacevoli assestamenti delle giunture nelle sue spalle gli segnalò che probabilmente la pausa caffè era vicina. Un ronzio sommesso punteggiò il suo campo uditivo, durò appena il tempo di una “ T “ in codice morse, poi cessò del tutto. Il signor Stoà rimase in attesa di altri ronzii, supponendo che qualcuno lo stesse chiamando al telefono. Ma così non fu.

    Poiché il telefono era attaccato a un trasformatore infilato ad una presa installata sulla parete più distante dalla sua scrivania, il signor Stoà non riusciva, per quanto audacemente si reclinasse sulla sua sedia da ufficio a rotelle, a capire se l'indicatore luminoso del telefono fosse ancora posizionato su “ Rosso ” o se si fosse colorato di “ Celeste “, segno certo di un messaggio in attesa del destinatario. Purtroppo, una striscia di luce solare filtrava dalla veneziana, abbagliando proprio quell'area cruciale e rendendo impossibile una diagnosi adeguata. Tornato in una posizione più consona all'orario d'ufficio, il signor Stoà si preparò a premere control pi quando un altro ronzio, questa volta più simile a una “ M “, lo interruppe.

    Tese l'orecchio tenendo premuto control e guardando pi: un altro ronzio, stavolta simile al primo.

    Si alzò spingendo via la sedia con decisione, poi si aggiustò gli slip mentre si avvicinava alla parete di fondo. La lucetta persisteva nel suo bagliore rubizzo, noncurante delle aspettative del signor Stoà, che volle comunque zigzagare il suo dito sullo schermo per assicurarsi che non ci fosse proprio nessun messaggio.

    Fu lo squillo improvviso del primitivo apparecchio della sua postazione, dall'inquisitoria voce starnazzante, a fargli cadere di mano il telefono. Il signor Stoà restò per un po' con lo sguardo fisso verso il basso e le mani teatralmente artigliate a mezz'aria, come se consultasse un'immaginaria sfera di cristallo fluttuante. Il responso doveva attendere.

    Con alcuni lunghi passi raggiunse la scrivania e sollevò la cornetta.  

    Sì? ”

    Avrei dovuto rispondere pronto.  

    Sì pronto, è l'archivio fotografico? Stoà? ”

     

    Sì .”

    Ma dì qualcos'altro, non sai chi potrebbe esserci all'altro capo. Almeno “chi lo desidera?“.  

    Abilità. “

     

    Come scusi? “

     

    Sono Faveri della contabilità. “

     

    Buongiorno mi dica. “

     

    Ascolti ci sarebbe da consegnare una busta al dottor Smith. So che non è il suo compito ma la segretaria del dottore è in maternità e dobbiamo ancora sostituirla. Ho chiamato lei perché la sua stanza è proprio di fronte alla mia, perciò se non le dispiace può venire a ritirarla in mattinata. “

     

    Sì nessun problema, sono da lei tra un minuto. “

     

    Gentilissimo grazie. “

     

    Grazie a lei. “

     

    Tu tu tu tu. “

    Il signor Stoà riagganciò muovendosi al ralenti, chiedendosi per quale motivo avesse ringraziato a sua volta e perché mai Faveri non avesse consegnato la busta di persona. Si ricordava del dottor Schmit, ed era certo che Faveri avesse pronunciato male il suo cognome. Era tedesco, non americano. Solo in seguito gli tornò in mente del telefono, sdraiato a faccia in giù proprio sotto la finestra. Sempre alla moviola mosse gli stessi pochi passi e si chinò a raccoglierlo. Niente di rotto. Lo riattaccò al trasformatore. Si aggiustò nuovamente gli slip e si voltò per raggiungere la porta, quando l'ennesimo ronzio, stavolta decisamente più vigoroso, lo colse impreparato. Luce rossa. Un nuovo ronzio, prolungato e troppo intenso. Avvicinatosi alla veneziana divaricò le lamelle impolverate con le dita, come aveva visto fare nei film noir, e guardò fuori. Un uomo di spalle, con una salopette blu consumata da troppe centrifughe, potava la mortella, eliminando solo i rametti sporgenti con ampi gesti armonici. Decespugliatore elettrico a batteria. Ma pensa. La stanza di Faveri era effettivamente di fronte alla sua, e quando il signor Stoà bussò sulla porta socchiusa lo sguardo del contabile aveva già incrociato il suo.  

    Ah Stoà la ringrazio, mi scusi se mi sono rivolto a lei, ma in fondo ci conosciamo bene e so che posso fidarmi. “

    Intende dire che ci salutiamo ogni tanto all'ingresso?  

    Si figuri, nessun problema. “

     

    Ecco, la busta per il dottor Smith è questa, le conviene andarci subito perché alle dodici esce a pranzo e non rientra prima delle due. “

     

    Certo Faveri, lo raggiungo subito al sesto piano. “

     

    Settimo, settimo. “

     

    Settimo, certo. Grazie. “

    Mentre aspettava l'ascensore nell'atrio del secondo piano, il signor Stoà alzò lo sguardo per consultare l'orologio a muro che sormontava gli ascensori di ogni piano. Si sarebbe perso la pausa caffè. Premette sette e le porte si richiusero con una certa pigrizia. La piccola busta era leggera e candida, senza intestazione, e sembrava vuota. Avrebbe potuto contenere al limite un biglietto da visita, uno scontrino o una marca da bollo.  Una banconota, forse. Rigirandola e tastandola il signor Stoà si accorse che il lembo superiore era semplicemente stato infilato nella busta, non leccato, e nient'altro che la correttezza e il timore d'esser visti impedivano una rapida ispezione. Quando le porte si aprirono, il signor Stoà aveva già deciso che non avrebbe guardato dentro la busta, malgrado la stesse ancora fissando.  

    Buonciòno! “

    Il corpulento dirigente occupava l'interezza del suo campo visivo, e le flosce guance ben rasate erano decorate da qualche capillare esploso.  

    Buongiorno dottor Schmit, Faveri della contabilità mi ha chiesto di consegnarle questa. “

    Mentre si sporgeva oltre le porte dell'ascensore con la busta in una mano, con l'indice dell'altra teneva premuto il pulsante che impediva alle porte di richiudersi.  

    Oh kratzie, mi ha risparmiato un fiàcio, signor? “

     

    Stoà. “

    Le corte dita ben curate del dirigente ispezionarono la busta non appena l'ebbero ricevuta: una striscia di carta, lunga e stretta, accuratamente ripiegata.  

    Allora buona giornata dottor Schmit. “

     

    À lèi à lèi! “

    Il signor Stoà premette due. Il destinatario del misterioso pizzino si stava già allontanando, ma poi si voltò.  

    À proposito! “

    Il signor Stoà tolse rapidamente la mano dagli slip, che stava nuovamente sistemando.  

    É Schmitz, non Schmit. “

    Le porte si richiusero con una certa pigrizia.

    * * *

    * Dante, Convivio; Trattato secondo, XIII, 11.