Elisa Leoni - Tutti i contenuti

  • Quando arriviamo in città mi tiene aperta la porta della stazione, lasciando l'impronta bianchiccia delle dita sul vetro. Chiede: «Io ero un bambino cattivo?». Ma a me non sembra una domanda.
  • Eppure oggi è una bella giornata. Allo stagno c’erano solo i calabroni. Ho scritto molto, ma temo che saranno opere postume.
  • E mentre mi ridevi «Voltati», ho visto una rondine sbagliare intenzioni. Però ha fatto primavera lo stesso.
  • Per il solito tentativo di allargare il fiato, mentre la linea dei colli si stringe attorno ai polsi, e tira. Prima che l’abbia vinta lei. Prima che il gioco sia di non partire.
  • Stiamo andando su per il vicolo. Mamma dice che non devo aver paura, che stasera torniamo a casa, perché casa è di nonno e finché c’è nonno un modo si trova. Mamma cammina veloce.
  • Il fatto è che io sono ancora qui e tu no. O meglio: il fatto è che ora, quando torno, di tutte le cose che sono qui ad aspettarmi – l’odore della terra, un senso di casa – tu non ci sei più.
  • Si contano sulle dita di una mano, le persone che mi han visto dormire. Il coltello che alzavano nell'ombra era per i miei incubi, non per me. Sentinelle delle mie notti, queste amate.
  • Va a prendere le tazze di là, nella credenza. Ci conserva almeno sette servizi in ceramica. Di solito li impiastriccia all’esterno di caffè versato, cercando inutilmente di pulirlo con le dita.
  • Ale che la sua testa era un flipper in cui lui era il primo a perdere. Ale che aveva scelto, subito, me.