Davide Martello - Tutti i contenuti

  •     Link al progetto per Opening Doors: Torino Est      
  •     Articolo sull'incontro tra Trump e Kim a Singapore, scritto per Senti Chi Parla    

    Corea del Nord, cosa è andato storto tra Kim e Trump?


    Pare che per il momento Donald Trump dovrà rassegnarsi a non ricevere il premio Nobel per la pace. L’incontro diplomatico dello scorso 28 febbraio tra il Presidente degli Stati Uniti e il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-Un ad Hanoi, in Vietnam, non ha infatti portato alla sperata risoluzione dell’intricata questione del programma nucleare nordcoreano. In tarda mattinata, anzi, il Potus si è presentato a una conferenza stampa convocata in fretta e furia, solo e scuro in volto, annunciando che le trattative con Kim erano state sospese. “A volte è necessario andarsene via e questo era uno di quei casi”, ha commentato laconicamente il Presidente degli USA. Il fallimento di questo incontro è solo l’ultimo tassello di una vicenda iniziata quasi due anni fa e portata avanti dai due leader in maniera spesso inaspettata e imprevedibile. Dalla sua elezione nel 2017, Donald Trump aveva stravolto la strategia degli Stati Uniti per contrastare lo sviluppo di un arsenale nucleare in Corea del Nord. Alla linea attendista di Barack Obama aveva infatti preferito un’opposizione molto più netta. Questa strategia era culminata in aperte e dirette minacce di guerra nell’agosto del 2017, quando il Presidente Usa aveva intimato alla Corea del Nord di interrompere i suoi esperimenti nucleari e missilistici se non voleva incorrere in “fuoco e furia come il mondo non ha mai visto”. Dopo le dure parole di Trump i rapporti tra i due paesi avevano preso una traiettoria su cui pochi avrebbero scommesso. Senza alcun apparente motivo i due leader avevano iniziato un percorso di avvicinamento che li aveva portati ad incontrarsi il 12 giugno 2018 a Singapore (nella foto). Questo storico meeting – il primo tra un presidente americano e un dittatore nordcoreano– aveva sancito un ribaltamento del clima di ostilità fino ad allora esistito tra i due paesi. Sebbene già quell’incontro non avesse portato a significative svolte nella questione  – Kim non si era impegnato a interrompere il programma nucleare e Trump non aveva sospeso le pesanti sanzioni economiche che gravano sul paese asiatico –  aveva tuttavia lasciato l’impressione che i rapporti si fossero distesi e che si potesse inaugurare una stagione di dialogo. Come segnale di buona volontà, la Corea del Nord aveva interrotto i test missilistici e gli Usa le esercitazioni militari in Corea del Sud, da sempre fonti di grande attrito con il regime di Pyongyang. L’incontro di Hanoi della settimana scorsa avrebbe quindi dovuto rappresentare un altro passo in avanti, un passo concreto verso la soluzione del problema del nucleare nordcoreano. Così non è stato. Ma cosa è andato storto questa volta? Come riporta il Guardian, a parere di molti osservatori un esito di questo tipo era scontato. I colloqui di Singapore infatti, pur avendorasserenato i rapporti tra i due paesi, non avevano affrontato nel concreto proprio le due questioni chiave: sanzioni e nucleare. Gli Usa vorrebbero infatti una Corea del Nord senza bomba atomica e senza possibilità di ottenerla. La Corea del Nord vorrebbe la fine delle sanzioni internazionali che strangolano la sua economia e la possibilità di continuare il suo programma nucleare, magari più discretamente di quanto non abbia fatto fino a oggi. Una divergenza di vedute che appena finita sul tavolo ha portato al collasso delle trattative ad Hanoi. “[I coreani, ndr] volevano la sospensione delle sanzioni nella loro interezza e noi non potevamo farlo. Erano disponibili a denuclearizzare una vasta area (…) ma non potevamo, in cambio di questo, rinunciare a tutte le sanzioni”, ha dichiarato Trump durante la conferenza stampa. Diversa nei termini ma simile nell’esplicitare l’inconciliabilità delle rispettive proproste, la versione fornita dal Ministro degli Esteri coreano Ri Yong Ho: “Quello che abbiamo proposto non è la totale sospensione delle sanzioni, ma una parziale. […] Tuttavia durante l’incontro gli Stati Uniti ci hanno richiesto un ulteriore passo oltre allo smantellamento del sito di Yongbyon e quindi è diventato chiaro che non erano in grado di accettare la nostra proposta”. Che i negoziati si siano conclusi in un nulla di fatto e senza che sia stato deciso se e quando continueranno non vuol dire che saranno privi di conseguenze. In primo luogo i colloqui di Hanoi segnano il fallimento del metodo portato avanti da Donald Trump in questo frangente, metodo fatto di rapporti personali tra leader senza l’intermediazione della lenta macchina diplomatica. Il flop dell’incontro dimostra proprio come non ci sia una soluzione rapida per sciogliere rapporti geopolitici esacerbati da anni di ostilità. A parere di molti osservatori, inoltre, se il fallimento del metodo di Trump non ha portato ad alcun beneficio per gli Usa ne ha portati invece diversi per la Corea del Nord. In particolar modo Pyongyang avrebbe colto l’occasione per uscire dall’isolamento internazionale in cui si trovava da decenni, trattando da pari con gli Stati Uniti, senza alcuna reale rinuncia al proprio programma nucleare. Oltre a queste considerazioni l’incontro di Hanoi offre ben poche certezze. Nessuno può dire se il clima di cordialità che ha caratterizzato negli ultimi tempi i rapporti tra Usa e Corea del Nord proseguirà o se questi si deterioreranno rapidamente. Un’eventualità che non si può escludere soprattutto se si considera l’imprevedibilità degli attori in campo.
  •     Articolo sulla sparatoria in Nuova Zelanda, scritto per Senti Chi Parla    

    Sparatorie di massa e armi da fuoco, tre presidenti a confronto


    Ci sono paesi dove è possibile comprare legalmente armi semi automatiche di tipo militare molto facilmente, senza che nessuno si chieda per cosa verranno utilizzate. La Nuova Zelanda è stata una di questi paesi fino allo scorso 21 marzo, quando il governo ha approvato una legge con la quale è stata vietata la vendita di un’ampia gamma di questo tipo di armi ed è stato approvato un sistema di “buy-back” per acquistare armi dai cittadini che le possiedono. La decisione è stata presa dopo l’attentato in due moschee nella città di Christchurch, dove il 15 marzo un suprematista bianco di origine australiana ha aperto il fuoco con armi semi automatiche sulla folla riunita per la preghiera, uccidendo 50 persone e ferendone altrettante. Al governo neozelandese sono bastati 6 giorni, per fare questa scelta e trasformarla in legge. Già il 18 marzo la primo ministro Jacinda Ardern aveva dichiarato che il governo da lei presieduto era d’accordo nel riformare la legge sulla vendita e il possesso delle armi. “Il governo è assolutamente unito e netto (nella sua decisione, ndr): l’attacco terroristico a Christchurch di venerdì è stato il più grave atto di terrorismo nel nostro territorio (…) e ha esposto una serie di debolezze nella legislazione neozelandese sulle armi”. La decisione di Ardern ha trovato il favore praticamente unanime dell’opinione pubblica, arrivando a convincere anche il vice primo ministro Winston Peters, leader del partito nazionalista e populista New Zealand First. La riforma delle armi in Nuova Zelanda ha incontrato molti estimatori a livello internazionale, specie negli Stat Uniti, dove la questione delle stragi causate con armi di tipo militare è politicamente incandescente. Diversi membri di spicco del Partito Democratico hanno pubblicamente espresso il loro appoggio alla decisione presa dal governo neozelandese, compresi il candidato alle primarie democratiche Bernie Sanders e la neoeletta deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che su Twitter ha indicato Ardern quale un esempio di vera leadership. Negli Stati Uniti le stragi di massa con armi da fuoco sono purtroppo parte di una quotidianità e fin troppo spesso sparatorie mortali si verificano in luoghi pubblici come teatri o scuole. Negli Usa – come in Nuova Zelanda fino a poco fa – è infatti molto semplice acquistare armi da fuoco letali (complice anche un anacronistico emendamento della Costituzione statunitense, risalente al 1791).  Fino a oggi, tuttavia, a nessuna di queste stragi ha fatto seguito una riforma del sistema di vendita di pistole e fucili, a causa della potenza economica della lobby delle armi e dell’attaccamento dei cittadini statunitensi al loro diritto a possedere armi da fuoco. Dopo aver ascoltato Jacinda Arden parlare di un governo unito e netto nella sua decisione e definire la riforma annunciata come un modo per “rendere la comunità più sicura”è interessante confrontare questa reazione con quelle, in situazioni simili, degli ultimi due presidenti statunitensi. Barak Obama si è trovato ad affrontare diverse stragi con armi da fuoco e ha chiesto più volte al Congresso di riformare le leggi al riguardo. Nel 2012 si trovò a gestire la sparatoria alla scuola elementare di Sandy Hook, dove morirono 26 persone, tra cui 20 bambini tra i sei e i sette anni. “Tutti noi meritiamo un Congresso coraggioso a sufficienza per resistere alle bugie delle lobby delle armi (…) tutti noi dobbiamo richiedere ai governanti, ai parlamentari e agli imprenditori di fare la loro parte per rendere la nostra comunità più sicura”, aveva detto Obama alla conferenza stampa successiva alla strage, visibilmente scosso da quanto avvenuto. Nel 2016 si ritrovò nella stessa situazione, dopo la strage in una discoteca di Orlando dove morirono 49 persone, nell’attentato più grave con armi da fuoco avvenuto fino ad allora. Il tono di Obama nel commentare l’accaduto è molto più distaccato da quello della strage di Sandy Hook, e molto più disilluso: “dobbiamo decidere se questo è il tipo di paese che vogliamo essere, e anche non fare consapevolmente nulla è una decisione”. Nonostante le richieste dell’allora Potus, durante i suoi due mandati il Congresso non legiferò mai per limitare l’uso delle armi da fuoco, nemmeno quando la maggioranza era nelle mani del suo stesso partito. Con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, la riforma delle norme sul possesso di armi non è più stata tra le priorità del presidente. Quello che non è cambiato è la macabra regolarità con la quale negli Usa si verificano uccisioni di massa. Trump si è trovato ad affrontare il più grave attacco nella storia degli Stati Uniti, nel 2017, a Las Vegas, dove un uomo ha fatto fuoco con un fucile d’assalto su una folla radunata per un concerto, uccidendo 58 persone e ferendone 851. Come consuetudine Trump ha tenuto un discorso in seguito alla strage dove però non ha fatto il minimo cenno alla necessità di cambiare le leggi sul possesso delle armi per evitare che eventi del genere si riproponessero. In molte occasioni al contrario, l’attuale Presidente ha difeso il diritto di ogni cittadino di possedere armi, sostenendo anche che una soluzione per le stragi nelle scuole – come quella di Parkland che ha portato un anno fa al movimento March of our lives (qui e qui) – potrebbe essere quella di far sì che “gli insegnanti portino delle armi nascoste e vengano addestrati a usarle. Non ci sarebbero più zone interdette alle armi (come le scuole, ndr) che attirano i maniaci”. L’atteggiamento di Donald Trump non dovrebbe in realtà stupire, se si considera quanto generosa sia stata la Nra (National Rifle Association) – la più importante lobby di produttori e utilizzatori di armi da fuoco – nel finanziare la sua ultima campagna elettorale: 11.438.118 di dollari in supporto diretto e 19.756.346 in supporto a gruppi contro Hillary Clinton.
  •     Articolo sulla Nuova Via della Seta, scritto per Senti Chi Parla    

    La via della seta di Xi Jinping divide Italia e Francia


    Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”. Questa famosa frase attribuita a Mao Zedong descrive probabilmente anche i pensieri dell’attuale presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, al termine del suo tour diplomatico in Europa. Xi è arrivato a Roma il 21 marzo, dove è rimasto fino al 23, ha poi visitato il principato di Monaco e ha concluso il viaggio a Parigi il 26. Il suo passaggio in Europa ha creato non poco fermento nei paesi che l’hanno ospitato, scatenando scompiglio anche a livello di Unione Europea. Una delle questioni che l’arrivo di Xi ha sollevato è quella relativa alla partecipazione al progetto della “nuova via della seta”. Questo è un piano mastodontico di investimenti in infrastrutture, come ben spiega Giuseppe Gabusi su Internazionale, pianificato dalla Cina per facilitare gli scambi commerciali tra Asia, Africa e Europa . A detta di Pechino, la nuova via della seta costituirà un volano economico eccezionale, capace di portare sviluppo e stabilità a tutti i paesi che vi parteciperanno. A parere di molti critici invece, dietro alle promesse di ricchezza e progresso, si nasconde un piano per espandere l’influenza economica e politica della Cina in mezzo mondo. La nuova via della seta era al centro della visita di Xi in Italia. La prima delle 29 intese firmate tra il nostro Paese e la Cina nei giorni scorsi è infatti un accordo politico con il quale l’Italia si impegna – senza vincoli legali stringenti – a fare la sua parte nello sviluppo del gigantesco progetto cinese. L’intesa non avrà conseguenze pratiche immediate ma è stata un passo diplomatico importante di apertura verso la Cina e verso i suoi piani di espansione. Il punto che ha scatenato più polemiche riguarda l’isolamento politico dell’Italia in questa decisione. Il nostro paese è il primo membro del G7 a stringere un patto con la Cina relativo alla via della seta e la decisione è stata presa senza coordinarsi con gli altri paesi dell’Unione Europea. Secondo i critici dell’accordo quindi l’Italia avrebbe indebolito il fronte europeo e danneggiato la storica alleanza con gli Usa, dimostrando alla Cina che è possibile fare accordi individuali con i paesi europei, senza dover passare per l’Unione Europea o per il beneplacito di Washington. I protagonisti della vicenda minimizzano, a partire dal più grande sostenitore dell’accordo con la Cina nel governo italiano, il ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio: “È chiaro che l’Italia è arrivata prima sulla via della seta e quindi altri paesi europei in questo momento hanno delle loro posizioni sulle nostre decisioni che riguardano il commercio che possono essere sicuramente delle posizioni critiche. (…) Nessuno vuole scavalcare i nostri partner europei, noi restiamo ben saldi nell’alleanza euroatlantica”.  “Qui c’erano le migliori imprese italiane”, prosegue il Vice Premier, “e queste realtà produttive hanno firmato accordi importantissimi. E a me interessa quello. Poi a livello europeo tutto quello che potremo fare insieme lo faremo insieme”. Anche Xi è stato attento a sottolineare i buoni rapporti tra i due stati e l’assenza di intenzioni espansionistiche da parte del suo paese: “Cina e Italia sono partner sul piano strategico, con mutuo rispetto e mutua fiducia. Tra di noi non c’è nessun conflitto di interessi fondamentali. Grazie a ciò le nostre relazioni bilaterali possiedono una base politica molto forte”. Dopo l’Italia Xi ha proseguito il suo tour diplomatico in Francia, dove però ha trovato un’accoglienza diversa. Emmanuel Macron, presidente della Francia, ha voluto che al suo fianco nell’incontro ci fossero anche la cancelleria tedesca Angela Merkel e il presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker. A molti osservatori questo è sembrato un modo per dire che i paesi che costituiscono il cuore dell’Europa – Francia e Germania appunto – non hanno intenzione di spezzare l’unità dell’Unione per ottenere vantaggi di corto respiro con la Cina. Nella conferenza stampa successiva all’incontro con Xi, Macron è stato molto chiaro nel rivendicare il ruolo attivo dell’Ue nei prossimi anni: “La via della seta è una decisione molto importante che potrebbe contribuire alla stabilità e alla reciproca amicizia tra i popoli. Da parte sua l’Ue, che è il più grande contributore allo sviluppo mondiale, giocherà la sua parte nell’arena internazionale e penso che unendo queste due iniziative potremmo creare qualcosa di innovativo e di grande importanza”. Conformemente a questa visione unitaria della politica estera europea, Macron ha anche rifiutato di firmare un accordo politicosulla via della seta come è stato fatto in Italia. Roma e Parigi parlano quindi due lingue diverse quando si rivolgono a Pechino? Come detto all’inizio c’è grande confusione sotto il cielo. La Francia si è dimostrata risoluta nel rivendicare l’indipendenza sua e dell’Ue dalla politica estera della Cina ma ha comunque firmato con Xi accordi commerciali per un valore di 30 milioni di euro (quelli italiani ammontavano solo a 2,5), chiaro segno che ormai con Pechino bisogna fare i conti.
  •     Intervista allo scrittore Alec Ash sul libro "Lanterne in volo" (add, 2018), pubblicata sulla rivista della Scuola Holden    
    Intervista a cura di Elisa Bellino, Giulia Fuisanto, Luca Forestieri, Davide Martello del College Reporting.

    La fabbrica del mondo. Il Celeste Impero. L’ultimo rifugio del comunismo. Traditrice suprema delle idee marxiste. Una dittatura sanguinaria e repressiva. La fucina del futuro. La padrona del mondo di domani, anzi la malata del mondo di domani, condannata alla decadenza dall’invecchiamento della popolazione e dalla miopia che contraddistingue tutti gli Stati autoritari. Che cos’è la Cina? Si tratta di una domanda sempre più decisiva per noi europei e alla quale non sembriamo in grado di dare una risposta convincente.

    La potente copertina di Lanterne in volo (via)

    Apre uno spiraglio in questo mondo Lanterne in volo di Alec Ash (add editore, traduzione di M. Emo e P. D’Ortona), scrittore e giornalista inglese che da dieci anni vive e lavora a Pechino, cuore di quell’enigma chiamato Cina. Il libro racconta le storie di sei ragazzi cinesi nati tra il 1985 e il 1990, seguendoli nelle loro vite in precario equilibrio tra le aspettative dei genitori, le loro aspirazioni da millennial e la difficoltà di convivere con un sistema autoritario che sembra l’unico argine al caos che ribolle sotto la superficie di una nazione con più di un miliardo di abitanti. Attraverso queste sei storie possiamo vedere in filigrana cosa sia la Cina contemporanea e cosa potrebbe diventare nei prossimi anni.


    Perché hai scelto di trasferirti in Cina? Sono arrivato in Cina per caso. L’ho visitata per la prima volta quando avevo ventun anni, avevo appena finito di studiare letteratura inglese all’università. Volevo andarmene il più lontano possibile dall’Inghilterra e la Cina era a 6000 miglia di distanza: mi sembrava una distanza sufficiente. Come prima cosa ho insegnato inglese in una provincia del Tibet. Mi ha affascinato così tanto, anche se non lo capivo quasi per niente, che ho deciso di ritornare per imparare la lingua e provare ad andare sotto la sua pelle. Pensavo di restarci per poco tempo, ma alla fine sono dieci anni che ci vivo e ancora non posso dire di averlo capito. Forse capisco meno di quando ci sono arrivato. Questo è il motivo per cui quando ho cominciato a scrivere della Cina ho scelto di raccontare storie di singoli individui. È un Paese pieno di contraddizioni, è difficile generalizzare senza contraddirsi. I miei protagonisti sono sei giovani che vengono da ambienti diversi e che sono cresciuti nella “nuova era” della Cina, l’era in cui è diventata più sicura di sé e rispettata nell’arena internazionale.

    Ho pensato che le storie di questi ragazzi nati alla fine degli anni ’80 fossero emblematiche per spiegare come sta cambiando la Cina.

    Quando ho iniziato a viverci, al tempo dei Giochi Olimpici del 2008, il Paese era visto come la nuova frontiera, il posto da cui aspettarsi il cambiamento. Forse anche questo è un motivo per cui ci sono andato, per vedere come il XXI secolo sarebbe stato governato dall’oriente. Per capire questo cambiamento dovevo guardare ai giovani che tra una ventina di anni governeranno il Paese.

    Molti dei personaggi del tuo libro hanno gusti occidentali ma raramente vediamo un movimento opposto: giovani occidentali attratti dalla cultura cinese. Come mai siamo così impermeabili alla cultura orientale mentre loro sono così sensibili alla nostra? C’è una sorta di sbilanciamento che percepisco chiaramente quando torno in Europa. Qui sappiamo molto meno della Cina rispetto a quello che i cinesi sanno dell’Europa e del mondo occidentale. Penso che questo sia dovuto al fatto che la generazione di cui scrivo ha un accesso molto meno limitato alla cultura occidentale rispetto a quello dei propri genitori.

    Imparare l’inglese con Walter (via)

    Un chiaro esempio di questo è l’insegnamento della lingua inglese. Uno dei personaggi del libro, Mia, vuole diventare stilista e si rende conto che a scuola non può imparare l’inglese come vorrebbe dato che il metodo d’insegnamento è molto incentrato sulla grammatica e su frasi impostate impostate: “Come stai? Io sto bene, grazie”. Per impararlo preferisce quindi guardare le serie tv americane come FriendsSex and the city o Breaking Bad.

    Attraverso musica, film e programmi televisivi, un’intera generazione in Cina è cresciuta con dei modelli provenienti dalla cultura occidentale. Spesso, però, questo si è tradotto in un’immagine distorta della realtà. C’è da dire, però, che adesso la musica e i film prodotti in Cina hanno una diffusione immensa, perché si avvicinano di più i gusti delle nuove generazioni. Una cosa che non accadeva per chi era adolescente negli anni Novanta.

    Nel libro racconti che l’opinione dei giovani cinesi nei confronti del Partito Comunista è diversa da quella dei loro genitori. Molti di loro non si interessano alle vicende politiche del loro Paese e alcuni sono apertamente critici nei confronti del Partito. Come pensi che cambierà la Cina quando questa generazione si affaccerà sulla scena politica? Spero che questa generazione cambierà la Cina. A volte sono molto ottimista, perché questi ragazzi e queste ragazze mi piacciono, sono più liberali rispetto ai loro genitori, sono più cosmopoliti, attenti alla libertà di espressione, sono più consapevoli di cosa succede nel resto del mondo. Altri giorni mi sento più pessimista a causa del nazionalismo dei giovani cinesi e del loro patriottismo miope.

    Libretto rosso e sorrisoni (via)

    Quando mi chiedono di commentare le idee politiche di questa generazione di giovani cinesi mi torna in mente una delle mie citazioni preferite sulla Cina, detta da Charles de Gaulle: “la Cina è un Paese molto grande con tante persone”. I giovani cinesi di cui scrivo sono 320 milioni, la stessa popolazione degli USA, quindi lo spettro di opinioni politiche è immenso: molte persone sono anti-autoritarie, molte sono nazionaliste, molte sono tutte e due le cose. Probabilmente l’attitudine maggioritaria nei confronti del Partito e della politica è di moderata insoddisfazione. Il Partito è lì da sempre, non c’è nessuna alternativa e i media e la rete non danno la possibilità di conoscere qualcosa di diverso: c’è un po’ di rassegnazione nei suoi confronti ma anche un sentimento di riconoscenza perché la vita di molti cinesi sta migliorando e questo è il motivo per cui la maggioranza dei giovani cinesi non trova ragioni per lamentarsi.

    Se domani ci fossero delle elezioni sono sicuro che il Partito Comunista le vincerebbe. Questo non vuol dire che le persone in privato non lo deridano o abbiano delle opinioni più complesse nei suoi confronti.

    Uno dei personaggi del libro, Dahai, cresce nella base militare in cui lavora suo padre. Arrivato all’università si rende conto delle potenzialità di Internet come mezzo per manifestare le proprie opinioni. Ma la ribellione che ribolle in rete non si riesce a indirizzarla veramente verso la politica perché questa è come l’aria che si respira, è un presupposto che non può essere messo in discussione.

    Nel giugno del 2017 è entrata in vigore in Cina una nuova legge sulla cybersecurity, ancora più restrittiva di quella precedente. È solo l’ultima delle misure legislative che entrano a far parte del macro-progetto di censura e sorveglianza avviato nel 1998, noto come Great Firewall. Seguendo le vicende di Dahai, notiamo che gli utenti usano il social network Weibo più come una valvola di sfogo che come il mezzo per far nascere una possibile rivoluzione. Non credi che l’inasprimento della censura possa quindi dimostrarsi controproducente? Internet e tutti gli spazi per la libera espressione in Cina erano già strettamente controllati, ma ora sono persino ridotti, perché la strategia nazionale di Xi Jinping mira a inasprire il controllo sui media. È questo ciò che racconta la storia di Dahai: quando andava online per la prima volta, dal 2005 al 2007, leggeva i blog; nel 2010 poi uscì Weibo, l’equivalente di Twitter e Facebook in Cina, e lì trovava tutte le persone come lui che cercavano un canale per esprimersi. Ora, quasi dieci anni dopo, è molto più difficile farlo. Lo spazio online condiviso dalla maggior parte delle persone è WeChat, che è solo un’app di messaggistica, mentre Internet, blog e Weibo sono sottoposti a una censura sempre più raffinata.

    La Cina vuole controllare Internet, considerando questo controllo come parte della strategia di sicurezza nazionale.

    Il fatto che sia molto più difficile esprimersi non significa che le opinioni non siano ancora presenti. Forse la metafora giusta per spiegare la situazione è quella di una pentola a pressione che per non esplodere deve lasciar uscire del vapore oppure deve essere molto robusta. Un tempo Internet fungeva da valvola di sfogo per il vapore. Adesso ci sono meno posti in cui questo vapore può uscire. Non voglio sviluppare ulteriormente la metafora e arrivare a dire che il vapore ha un potenziale esplosivo: la maggior parte delle persone con cui ho parlato vorrebbe riforme, non la rivoluzione.

    Affronti il tema della dipendenza da Internet (che in Cina è considerata come caso clinico dal 2008). In Italia si è iniziato a parlare dell’argomento nello stesso periodo, proprio facendo riferimento ad alcuni episodi accaduti ad Hong Kong che vengono citati anche nel libro. Come viene trattata la questione della sanità mentale in Cina? Come sono visti i centri di recupero? La prima definizione di dipendenza da internet in Cina risale al 2006 e si riferisce a chi trascorre più di sei ore al giorno davanti ad uno schermo. È un aspetto interessante se lo leghiamo all’importanza assunta dalla tecnologia nelle nostre vite, a quanto è radicata nel tessuto sociale. Per i millenials cinesi si tratta di un nuovo modo di comunicare: a volte Internet è un sistema silenzioso per ribellarsi al governo, spesso è un modo di reagire all’impatto negativo delle politiche repressive imposte dal Partito.

    Alienazione tecnologica nel video di “Gosh”, di Jamie XX (via)

    Quella che racconto nel libro è la storia di un ragazzo che proviene da una zona di campagna molto povera. Quando negli anni della scuola dell’obbligo tutti scelsero un nome inglese lui decise di chiamarsi Snail, perché amava le lumache e sorrideva al pensiero di portarsi la casa sulla schiena, soprattutto nel momento in cui si sarebbe allontanato dal villaggio in cui è nato. Fu il primo della sua famiglia a frequentare l’università: i suoi genitori, nonni e bisnonni avevano lavorato i campi per tutta la vita. Era una novità importante, quindi, il fatto che il figlio andasse a studiare e a lavorare in città: si trasferiva per vivere una vita migliore. Snail studiò moltissimo durante il liceo per poter essere ammesso all’università. Quando arrivò a Pechino, però, la pressione fu troppa per lui, soprattutto quella che arrivava dalla sua famiglia. E così iniziò a giocare: gli internet café in Cina sono pieni di ragazzi, molti dei quali giocano a videogiochi online. Snail iniziò giocando un paio d’ore al giorno a World of Warcraft, poi passò a sei ore fino ad arrivare a trascorrere l’intera giornata all’internet café. Passava intere nottate a giocare con il suo personaggio avatar.

    Mi disse che preferiva quella realtà virtuale al mondo reale: gli dava soddisfazioni, era importante, forte, potente. Cos’aveva nella vita reale?

    Quando arrivarono i genitori a prelevarlo dall’internet café, senza che lui lo sapesse, non poteva crederci. Volevano costringerlo a disintossicarsi in un centro specializzato in dipendenze. In posti del genere, ragazze e ragazzi sono controllati, non hanno accesso ai computer. La terapia solitamente dura tre mesi. Alcuni utilizzano addirittura l’elettroshock. Per dare una risposta globale a questa dipendenza sia utile comprendere anche il divario generazionale. Quando scrissi la storia di Snail, ciò che volevo far emergere è la differenza generazionale che lo separa dai suoi genitori.

    Come mai hai raccontato le storie di sei giovani con un percorso abbastanza simile? È necessario restringere il campo di osservazione del proprio lavoro. Perciò ho scelto di concentrarmi su sei storie diverse che fossero però in qualche modo attraversate e connesse da un tema: l’ambizione, la voglia di realizzarsi in una città enorme come Pechino.

    Mi interessava molto vedere come sei persone provenienti da angoli diversi della Cina si trovassero tutte, a un certo punto, nella capitale per esplorare i propri sogni e le proprie ambizioni

    Questo è anche il tema della Cina più in generale: la voglia di realizzarsi. Le storie di questi ragazzi abbracciano ci raccontano qualcosa anche della storia della Cina.

    Pechino futuristica (via)

    Un personaggio di una popolare serie tv pronuncia questa frase sui giovani cinesi: “Quando erano a scuola, l’università era gratuita; quando sono arrivati all’università, le elementari erano gratuite. Quando non lavoravano ancora, la gente veniva assunta; quando sono entrati nel mondo del lavoro, non sapevano dove sbattere la testa per tirare avanti. Quando non guadagnavano nulla gli appartamenti erano abbordabili, quando hanno cominciato ad avere uno stipendio, il mercato era salito alle stelle”. Problemi analoghi vengono affrontati dai giovani occidentali. Pensi che ci sia ancora qualcosa che fa della Cina un posto diverso dagli altri? O si è occidentalizzata? Quando ho iniziato a conoscere i miei coetanei in Cina ho notato quanto mi assomigliassero e quanto fosse universale l’esperienza di essere giovani e alla ricerca della propria identità. Non sono solo gli occidentali ad avvertire le pressioni della diseguaglianza sociale: anche i giovani cinesi sono cresciuti in un ambiente molto competitivo, dove le disuguaglianze sono in aumento, le case sono troppo costose e il lavoro scarseggia.

    I millennials cinesi che ho raccontato sono simili ai loro coetanei sparsi per il mondo, ma sono cresciuti e vivono in un ambiente molto particolare.

    Immaginate se i giovani italiani fossero quasi tutti figli unici e dovessero sopportare un’enorme pressione della famiglia che vuole vederli avere successo. Oppure immaginate ancora se i vostri genitori invece di essere cresciuti nell’Italia degli anni ’60 e ’70 fossero cresciuti nella campagna venerando un figura equivalente a Mao Zedong. Durante la giovinezza in genere si conoscono persone e si cerca qualcuno con cui condividere la vita. In questo Cina e Italia non differiscono, ma in Cina, come conseguenza della politica del figlio unico, ora ci sono 120 ragazzi ogni 100 ragazze. Questa generazione ha quindi 20 o 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne e molti ragazzi fanno fatica a trovare una compagna. I genitori poi sono preoccupatissimi che i loro figli rimangano soli. Questo ha dato vita al mercato dei matrimoni: nei parchi delle grandi città cinesi è frequente trovare coppie di genitori che distribuiscono fogli dove elencano le qualità dei loro figli, nel tentativo di trovare una compagna per i loro rampolli. Tutte le peculiarità della Cina non fanno altro che ingigantire i problemi di una fase della vita che è comune in tutto il mondo: la giovinezza.

    Disillusione e compromesso finiscono per essere il filo che lega i sei protagonisti. Quanto incide questa condizione nel rapporto tra politica e cittadino in Cina? Dei temi centrali nel tuo libro sono il compromesso e il disincanto. Ma potrebbe esserci anche un altra lettura: è possibile rimanere ottimisti e ambiziosi anche dopo aver sbattuto contro un muro. Ho scelto l’immagine di copertina del libro, le lanterne dei desideri, per rappresentare i sogni dei giovani cinesi di trasformare le proprie vite che, proprio come le lanterne di carta, corrono il rischio di bruciarsi, di cadere o di essere spazzate via dal vento. È una metafora di quello che può succedere quando cerchi di avere successo in un Paese come la Cina dove la disuguaglianza è pazzesca, non c’è nessuna strada per l’espressione politica e le uniche persone che sembrano avere successo a volte sono quelle corrotte o che si piegano al potere. Questo ha causato malessere e disillusione: c’è un’intera generazione che sente di non avere il controllo sulla propria vita. Allo stesso tempo, però, ci sono ambizione, entusiasmo e un desiderio di cambiare la propria esistenza. La storia di Mia cattura tutte le meravigliose contraddizioni e dissonanze cognitive della Cina di oggi.

    Si dice che il Partito Comunista, per questioni prettamente demografiche, eserciti una pressione continua nei confronti delle donne over 25 per far sì che possano sposare “i rami vecchi”, ovvero i tanti giovani scapoli causati della legge sul figlio unico. Quanto è sessista la Cina? Quante donne abbandonano gli studi per sposarsi? Quanto e come è attivo il femminismo in Cina? XiaoXiao è l’esempio di una ragazza totalmente indipendente: ha dei sogni, vuole aprire il suo locale, ha delle ambizioni e porta avanti le sue idee nonostante non rappresentino ciò che i genitori vorrebbero per lei. XiaoXiao non ha nessuna intenzione di cercare un marito, è semplicemente felice di essere single. A vent’anni inizia a discutere con la madre, una donna della vecchia generazione, molto tradizionalista. La madre inviare martella la figlia con messaggi sempre uguali e riassumibili in una domanda: “quando trovi un marito?”. La vecchia generazione ha l’aspettativa di accoppiare le proprie figlie una volta finite le scuole. Non amano l’idea che possano voler intraprendere una carriera e diventare indipendenti. Credo che moltissime giovani donne abbiano condiviso la medesima sorte: è un aspetto culturale radicato nella società, e anche in questo caso la risposta va cercata nel divario generazionale. Quando le madri erano giovani la sicurezza in Cina era diversa: per una donna era più sicuro avere un uomo al proprio fianco fin da molto giovani. L’epoca in cui stanno crescendo le figlie è completamente differente, le idee dei genitori risultano obsolete.

    Chi ha paura delle donne? (via)

    Quella di XiaoXiao è solo una delle storie che riguardano la pressione esercitata nei confronti delle giovani donne per indurle a sposarsi e, pur essendo molto comune, non può essere generalizzata. Esistono infatti anche storie positive che riguardano il movimento femminista in Cina: molte donne organizzano incontri, manifestazioni e campagne. Non tutte vivono la storia di XiaoXiao e forse, in futuro, la carriera sarà davvero più importante del matrimonio.

    Hai lavorato al libro per 4 anni: come hai fatto ad ottenere la fiducia di quelli che poi sono diventati i protagonisti del tuo lavoro? Il primo passo è stato essere sincero: ho chiarito subito che volevo scrivere un libro su di loro. Non ci sono state interviste formali fatte con il taccuino alla mano. Ho trascorso mesi insieme a loro, li ho conosciuti fino a diventare loro amico. Le interviste vere e proprie sono arrivate dopo. Ho viaggiato a lungo con ciascuno di loro, ho visitato i loro luoghi d’origine, ho parlato con i loro genitori e con i loro amici, ho cercato di avere più di una fonte di informazioni sulla loro vita.

    I dettagli più interessanti non sono nati da un’intervista ma da conversazioni casuali fatte mentre ero in loro compagnia.

    Averli frequentati per un lungo periodo mi ha permesso anche di essere testimone diretto di molti degli avvenimenti che ho poi raccontato nel libro. Una sera stavo cenando con Dahai e mi ha detto che il giorno dopo avrebbe scalato una montagna per recuperare un diario che aveva seppellito quando aveva 18 anni e di cui non mi aveva mai parlato. Questa scena è diventata l’incipit del libro. Le loro storie sono passate attraverso il filtro della mia esperienza, non possono essere in alcun modo considerate una narrazione completa delle loro esistenze. È proprio qui che si inserisce l’aspetto più artigianale del lavoro: trovare un equilibrio tra i fatti delle loro vite e la necessità di scrivere una storia interessante per il lettore, dall’inizio alla fine.

  •     Ho fatto parte della redazione del Web Magazine che copriva gli eventi del Festival del giornalismo di Perugia del 2018