Claudia Grande College Scrivere C 2017-2019

Un saluto a chiunque stia leggendo. Mi chiamo Claudia, sono nata a Chieti il 22 dicembre 1990 e mi sono diplomata al Liceo Classico “G.D’Annunzio” di Pescara. Sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bologna (Alma Mater Studiorum). Ho lavorato per due anni presso uno studio legale internazionale che si occupa principalmente di diritto societario. Amo scrivere e disegnare: sul mio profilo, infatti, troverete tanto elaborati scritti, quanto disegni, dal momento che intendo portare avanti entrambi i percorsi. Ho pubblicato tre racconti brevi in raccolte di autori vari ("23" - Raccolta "Strade" edita da Fernandel; "Una ragazza" - Raccolta "Bukowski, inediti di ordinaria follia" edita da Giovane Holden Edizioni; "Testa di cavallo" - Raccolta "L'ultimo bicchiere" edita da Cicogna Editore) e un libro personale di racconti brevi ("Una rosa gialla di carta", edito da Giovane Holden Edizioni) che è attualmente il mio incubo peggiore e mi auguro non leggerete mai. Sono stata espositrice nell'ultima edizione del Salone Internazionale del libro di Torino. Ho ottenuto alcuni riconoscimenti per i miei scritti e i miei disegni (finalista festival letterario di autori under 30 - Premio Garp Under 30; premio concorso di poesia regione Abruzzo "Poesia in Cammino"; premio “Miglior poeta junior" al concorso Oreste Pelagatti; premio concorso di pittura "La vela della Felicità"). Ho lavorato come speaker radiofonica presso Radio Città Fujiko 103.1 fm.
Di recente, ho pubblicato un racconto, intitolato "Like two strangers", nella sezione "Il Cannibale" della rivista culturale Pangea. Ho vinto il bando di racconti "Dopo la fine" per la rubrica "After After" della rivista Neutopia - Piano di fuga dalla rete, con un elaborato intitolato "A bang in the void", pubblicato sulla rivista. Ho iniziato, inoltre, a collaborare con Neutopia come autrice. Per altre informazioni pratiche, consultate il mio Curriculum Vitae.

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  •  

    Ci sono almeno mille modi di descrivere l’estate, e tutti quanti portano il tuo nome.

    Un camioncino sterza sulle note di Pretty Woman.

    Marina punta i piedi sopra i bordi della strada.

    È il 1 Luglio 2017. Piove.

    La pioggia estiva sembra stridente, come le note di Pretty Woman tra i capelli scompigliati di Marina. In cima al camioncino un altoparlante bagna il cielo con la sua canzone di poliestere. Marina detesta i capelli in disordine perché no, le ragazze non sono più belle quando si arruffano tutte, quando la smettono di pettinare i capricci senza provare vergogna del giorno. Le ragazze sono più belle quando si lasciano rubare dallo specchio senza opporre resistenza: è questa la verità.

    Il camioncino svolta l’angolo a sinistra.

    Marina attraversa la strada. È tardi.

    Le dieci in punto si spargono a terra come grosse manciate di sale.

    Troppo tardi per uscire da lavoro, troppo presto per tornare a casa: le strisce pedonali balbettano un sacco di dubbi a cui Marina non ha voglia di rispondere. Ha paura. Non di Bologna o delle sue mura di carta; non della strada che s’incrina sotto le Porte, e neanche di quella sera storta di Agosto, a dire il vero, nonostante la sua ossessione per i segreti degli altri. Ha paura di non riconoscersi. La tua depressione è direttamente proporzionale al tuo successo, Marina, le ripete il capo quando fa le ore piccole in studio. Un professionista serio deve essere stressato: se ti rilassi, sembra che tu non abbia nulla a cui pensare, e ai clienti vanno di traverso gli uomini di legge senza pensieri. Preoccupati sempre, mia cara. E’ questo il trucco del successo. Il capo possiede connotati difficili, di quelli che competono agli avvocati di grido. Ma chi cazzo starò diventando, rimugina Marina.

    Forse, una persona difficile, che non puoi parcheggiare in salotto.

    Una persona senza cornice.

    Le persone senza cornice stonano in ogni salotto.

    Le foto della mia estate non hanno cornice; e infatti, a nessuno piace starle a sentire.

    Marina s’infila dentro il primo locale che si offre di tagliarle la strada: le persone senza cornice sanno abbinarsi soltanto al bancone del bar. Ha molti soldi nel portafogli e poco margine disponibile prima di sedersi alla scrivania, perché le nove di mattina si palesano alla porta quando meno te l’aspetti.

    “Cosa c’è che non va?” dice il barista, spillando una bionda media.

    “Niente.”

    Marina beve con foga, fingendo ci sia qualcuno da raggiungere, un posto dove andare. La prima bionda sparisce in un lampo. Le ciglia di lei ne pretendono un’altra.

    “Mh. Questo niente mi suona male.”

    “Cioè?”

    “Stona con le tue occhiaie.”

    “Oh. Ultimamente dormo poco.”

    Il barista ci pensa un po’. Non più del dovuto.

    “Sembri triste, in realtà.”

    Marina picchietta le dita sul bicchiere ghiacciato.

    “Che vuol dire ‘niente’?”, insiste il barista, mentre lei tenta d’indovinare quanti anni abbia. Adora giocare col tempo degli altri.

    “Niente vuol dire niente. Non serve starcisi a scervellare.”

    “E allora, perché sei triste?”

    C’è un orologio senza lancette sopra un ammasso di bottiglie semivuote: fa eco alla dimensione di tutte le solitudini del mondo.

    “Perché quando sognavo di fare l’avvocato, m’immaginavo altro. Credevo che avrei combinato qualcosa di diverso. Di unico, magari. Credevo che ogni giorno sarebbe stato nuovo, ma nuovo per davvero.”

    Il baccano del locale le concede una tregua: Marina stenta ad esprimersi quando l’ascoltano con troppa attenzione.

    “Non saprei come spiegarmi meglio. Scusa.”

    Il barista fa spallucce. Spilla la terza bionda media e ci abbina due dita di whisky.

    “Questo te lo regalo io.”

    “Grazie.”

    Marina deglutisce senza dissetarsi: certi pensieri sono difficili da mandare giù; si attaccano alla gola e non mollano mica, e allora tocca fare tardi ad ogni costo. Molto tardi. Barcolla fuori dal pub che sono le due passate. Il barista ha smesso di porre domande e lei di sopportare il suo silenzio. Quando si siede alla scrivania, comunque, non ricorda di che diamine abbiano discusso. Meglio così: almeno il whisky è servito a qualcosa.

    Marina tira fuori il cellulare dal giacchino in fresco lana per controllare se il cliente con cui ha riunione si è fatto vivo: è in ritardo. Lei no. L’ipotesi che lui abbia dimenticato l’incontro si affaccia tra i faldoni delle pratiche. Lo schermo tace. Marina è furiosa: odia perdere tempo, il suo tempo. Clicca sulla sezione “Note”, elemosinando una scusa qualsiasi per annullare la riunione: un altro appuntamento, ad esempio; e un appuntamento c’è, in effetti. Una data, un orario, un luogo: 30 Luglio, 05.30, Piazza Maggiore. Marina inclina la testa verso destra, la reazione istintiva del suo corpo ai rimproveri del capo. Non ricorda di aver mai salvato quel promemoria, ma è palese che non si tratti di lavoro. Ha parlato con altra gente, in quello stupido locale, davanti a quel barista senza volto?

    Magari un timido avventore ha digitato quella nota per lei. Forse non è nulla d’importante. Forse è uno scherzo del barista per tirarle su il morale. Marina mette via il telefono e spegne il computer: vuole andarsene presto, almeno per una sera, perché le giornate finiscono in fretta; le alternative si offuscano, le prospettive si diradano. Vola via tutto quanto. Gli avvocati vanno veloce, pensa.

    Campiamo di accelerazioni verso il prossimo dubbio.

    Ma che mi resterà, quando guarderò indietro?

    Cosa succede, quando ciò che possiedi non sei davvero tu?

    Siamo anche ciò che possediamo, mormora tra sé e sé. Non devo scordarmelo.

    Quando arriva il 30 Luglio 2017, l’eterno giacchino in fresco lana sta sorseggiando vodka da quattro soldi nel chiasso dei Giardini Margherita. È domenica; nient’altro che una stupida domenica d’estate, eppure mette spavento. Marina ha ingoiato un discreto miscuglio di alcolici alla festa di laurea di un ragazzo che non conosce. Ce l’hanno buttata dentro i rimproveri degli amici, le accuse di stacanovismo che non riesce a scrollarsi di dosso. Troppo lavoro non fa bene a nessuno, ecco; ma neppure recintarsi dentro parchi stipati d’imbecilli è un esercizio strettamente salutare. Un miagolio di chitarre scordate accompagna la sua insofferenza. Marina non ha racimolato abbastanza coraggio per andarci sul serio, in Piazza Maggiore. È meglio ignorare gli stracci di premonizione che l’universo semina in giro negando le spiegazioni che meritiamo; è meglio chiudere gli occhi su questo massacro di opinioni discordanti, pensa; finché le sue contraddizioni, bisbigliate di soppiatto, la trasportano in Piazza Maggiore, alle ore 05.30 di una domenica d’estate, senza giustificazioni per la corsa a perdifiato oltre il cancello dei Giardini Margherita.

    La piazza è vuota.

    Non succede nulla.

    L’ultimo studente ubriaco striscia verso un appartamento in affitto, tagliando in due il chiarore dei lampioni. Nessuno si avvicina, nessuno le rivolge attenzioni. Il tepore delle stelle non smuove di una virgola il mutismo di Bologna: tutto nella norma. Proprio come temeva. La quotidianità è quanto di più tremendo possa accadere ad un essere umano.

    Marina non ha voglia di piangere.

    La basilica di San Petronio stabilisce che accendere una sigaretta in quel momento sembrerebbe una specie di cliché letterario. Marina si ferma. Aspetta che la pietra bianca le suggerisca di levarsi di torno.

    “Oh, scema! Ma che scherzi fai? Ti ho cercata per un’ora in mezzo ai Giardini, porca puttana. Perché sei scappata così?”

    Le parole di Thomas vibrano come una didascalia tra le pagine dei libri illustrati.

    L’ha trascinata alla festa di laurea, promettendo divertimento e un ingente quantitativo di cocaina: lei non ha potuto fare a meno di credere alla sua voce, capace di spiegare le circostanze oltre ogni ragionevole dubbio. Thomas è il classico studente di medicina – biondo e affascinante – che ottiene sempre ciò che vuole; però non è colpa sua se la cocaina scarseggia, specialmente di domenica mattina, e se le fiancate di San Petronio scivolano nella nebbia beffeggiando Marina perché nessuno si è presentato al suo cazzo di appuntamento.

    “No. Ero solo stanca.”

    “Così stanca che hai corso fino in Piazza Maggiore. Complimenti!”

    Anna sbuca da chissà dove. Ha la voce di una bambina capricciosa.

    Marina la guarda in tralice. Non ha la minima idea di chi sia. Sfoggia un taglio di capelli mascolino e un piercing ad anello sul labbro inferiore: i suoi connotati si scorderebbero facilmente, senza l’intervento di un dettaglio a smorzarne l’anonimato.

    “Sì. Per smaltire un po’ prima di mettermi a letto, altrimenti vomito.”

    “Contenta tu. Beh senti, noi vogliamo vedere l’alba sui colli. Ho la macchina, posso portarvi. Siamo venuti a prenderti perché non siamo a piedi, insomma, sennò col cazzo che…”

    “Saremmo venuti lo stesso. Io sarei venuto. Lei è Anna, comunque.”

    Marina stringe la mano di quella ragazza fastidiosa, evitando inciampi di cortesia. È magra, coi fianchi larghi. Nemmeno un accenno di tette. Marina la squadra con la cattiveria del boia che t’inchioda alla croce. Sfigata.

    “Non so se mi va. Ho sonno.”

    “Eddai che tanto è domenica! Puoi dormire quanto ti pare dopo, che senso ha tornare a casa? Thomas mi ha detto che sei una festaiola, e invece non fai che lamentarti. Hai vent’anni, Cristo! Ripigliati!”

    “Ventisei. Non mi va e basta. Adesso scusate, ma devo…”

    “Ho mantenuto la promessa.”

    Thomas le molla una pacca sul sedere, sfoderando un ghigno che significa esattamente ciò che Marina spera mentre allunga una mano verso la tasca destra. Anna li studia senza capire, stringe le spalle e tira su col naso. La luna è davvero pungente, nonostante i singhiozzi dell’afa.

    “Siete matti voi due. Quindi? Andiamo? Bisogna chiamare Chiara, però. Non so dove sia finita, non risponde al cellulare.”

    Marina sbuffa di collera, spazientita: avrebbe preferito restare sola con Thomas, scolandosi un paio di birre, e magari quella promessa mantenuta; Anna, però, si è immischiata senza chiedere permesso, rovinando i patti della loro amicizia. Marina non ha intenzione di scendere a compromessi: l’ennesimo retaggio dei rimproveri del capo. Anna deve levarsi di torno. E pure la rincoglionita persa della sua amica.

    “E come la rintracciamo? Io non la conosco.”

    “Manco io. Manco Thomas. L’abbiamo incontrata alla festa.”

    “Sarà andata via per i fatti suoi, no? Ma che ci frega di…”

    La basilica di San Petronio trattiene il respiro.

    Ci sono presenze che scavalcano l’avversione degli altri senza la minima forzatura, conservando nello sguardo un silenzio che impreziosisce ogni parentesi di suono. Passi ciondolanti attraversano i portici, contornando le fughe della piazza.

    Chiara.

    Bologna, ad un tratto, sembra meno desolata.

    “CHIARAAAAA eccoti qui! Mi hai fatto prendere un infarto.”

    Anna si precipita verso di lei, saltandole al collo. Chiara non parla. È immersa nell’oblio degli ubriachi. Le sue gambe indietreggiano malferme, rifuggendo il contatto fisico. Anna prova a baciarla. Chiara inclina il collo dall’altra parte, sottraendosi alla lingua adorante. Anna finge di non aver colto quel gesto di ritrosia, continuando imperterrita ad accarezzarle le guance.

    “Perfetto, ci siamo! Possiamo andare. Venite, ho parcheggiato qui vicino. Ho una bottiglia di vino in macchina. Rosso. Beh sì, oggi è caldo per il rosso, però meglio di niente, no?”

    Thomas e Marina si scambiano un’occhiata, suggellando il loro accordo.

    Anna guida un’utilitaria scalcinata, color prugna, talmente sporca che pare appannata di brina. La fiancata sinistra è graffiata in più punti. Marina sfiora la vernice coi polpastrelli: un mazzo di chiavi penetrato in profondità. Qualcuno doveva essere parecchio arrabbiato. Anna apre la portiera del passeggero per fare posto a Chiara, allacciandole la cintura con apprensione materna; poi, rimbecca la curiosità di Marina con tono stizzito.

    “Oh, non farci caso. Un ricordo della mia ex. Certe persone lasciano il segno.”

    La strada per i colli ruzzola attraverso l’intreccio ramato degli alberi.

    Anna monopolizza la radio e la conversazione, sciorinando i dettagli più intimi della sua storia d’amore col sottofondo che meglio le aggrada. Nessuno interviene, tranne i primi rossori del giorno: sta sorgendo il sole.

    “Fermati qui”, dice Thomas. “Dai che sennò ce la perdiamo, quest’alba di merda. Poi non ti voglio sentire!”

    Anna blatera cazzate persino durante la manovra per il parcheggio. Un odore di fieno reciso riempie l’abitacolo, filtrando attraverso i finestrini abbassati. Marina scruta Chiara, che sonnecchia pacifica, indifferente a tutto il resto.

    Le sue labbra sono a forma di cuore, nonostante Marina voglia inventare un paragone originale, uno degno di lei; ma come altro si possono descrivere, le labbra di Chiara? Marina se lo chiede ancora, qualche volta, sfogliando le loro foto senza cornice. Ben disegnate, carnose, con l’arco superiore ricurvo sui denti. La sporgenza degli incisivi esaspera la sensualità della bocca. La mascella squadrata conferisce al suo viso un aspetto androgino. Marina distoglie lo sguardo poco prima che apra gli occhi, di un nero doloroso. Indelebile.

    “… Siamo arrivati?” balbetta. La voce di Chiara è calda come l’estate a Bologna, quando luglio non ti lascia respirare neanche sotto il mantello dei portici. Marina percepisce una sfumatura cavernosa, appena un accento sull’impronta maschile degli zigomi.

    “Sì, dormigliona!”, squittisce Anna, slacciandole la cintura. Chiara salta giù dalla macchina prima che Anna possa propinarle un’altra dose di effusioni; si arrampica fino in cima alla collina, scomparendo oltre la linea frastagliata degli sterpi.

    “Ma dove vai? Aspettami! Ehi! Torna qui!”

    “Senti Anna, ti piace la cocaina?”

    Thomas arrotola i baffi tra l’indice e il pollice della mano destra, stringendo una bustina bianca nell’altra. Anna si zittisce di colpo, presa alla sprovvista dalla sua impudenza. Ma che razza di domande sono?, borbotta la fronte corrugata. Marina sogghigna, pettinando la chioma corvina. Porta sempre una spazzola nella borsa: detesta le ragazze coi capelli in disordine. Tipo Anna, con quel corto scarmigliato del cazzo.

    “Non lo so. Non l’ho mai provata. Io non credo che dovrei…”

    “Dovere, dovere! Che brutta parola. Vieni con me: c’è una zona su questa collina da cui si vede tutta Bologna. Ci spareremo l’alba più figa del pianeta.”

    Anna non risponde. Setaccia il paesaggio con le pupille dilatate dall’angoscia.

    Cerca Chiara: è sparita.

    “Chiara starà dormendo da qualche parte. Era distrutta, no? Vieni con me, fidati.”

    Thomas ha imparato a leggere nella mente delle ragazze innamorate. Anna si arrende all’assenza: segue il suo cavaliere senza troppo entusiasmo, con una sorta di rassegnazione distratta. Marina aspetta che si dileguino dietro gli arbusti bruciati dalla caligine; poi, segue i passi di Chiara, ripercorrendone i solchi, fragilità gemelle che legano le anime grigie. Chiara è distesa a terra dietro un cespuglio di rododendro. Trema. Ha bevuto troppo. Sente freddo, quasi sviene. Marina si accuccia dietro di lei, stringendola a sé per scaldarla. Intanto, rovista nel giacchino di fresco lana: Thomas le ha sganciato un pezzo di promessa poco prima di allontanare Anna dall’unico ritaglio di quiete a loro disposizione, e Marina lo sa; Thomas ha portato via Anna perché quel ritaglio di quiete appartenesse soltanto a lei, soltanto a Chiara, e Marina lo sa. Sorride. Tira via mezzo filtro da una sigaretta, lecca la parte superiore della carta vergata e la intinge nella cocaina, disposta in piccole righe con la tessera sanitaria sullo schermo del telefono. L’accendino squaglia i margini sporchi del cielo.

    “Fumi?”, dice Marina.

    “Dipende. Cosa?”

    “Una sigaretta. Bagnata.”

    Chiara piega il collo all’indietro per sbirciare le intenzioni di Marina.

    “Non ho mai provato.”

    “Se non ti va non fa niente. Chiedevo e basta.”

    Chiara afferra la sigaretta e aspira una serie di boccate, una di seguito all’altra. Espira con lentezza, mentre l’orizzonte si tinge di bianco dopo il rossore iniziale.

    “Prima ti guardavo.”

    “Come?”

    “Alla festa. Ti guardavo. Stavo venendo a parlarti, ma ho incontrato Anna.”

    La sigaretta torna al punto di partenza. Marina ha le unghie laccate di nero.

    “Oh. Beh, lei è… Interessante.”

    “No, non lo è.”

    Chiara esplode in un colpo di tosse.

    “Ti brucia la gola?”

    Marina è preoccupata: Chiara sembra pallida; un po’ troppo, rispetto al candore ordinario della pelle.

    “No.” Pausa. “Domani parto per Edimburgo. Vado a vivere lì.”

    “Quanto resti?”

    “Non l’ho deciso. Almeno… Tanto. Potresti venire a trovarmi.”

    Marina non risponde. Chiara continua a tremare. Si stringe forte al suo petto.

    Restano così, immobili nell’alba, più vicine che mai per quanto totalmente sconosciute.

    “Pensi che sarai felice, a Edimburgo?”

    “Non lo so. Forse mi mancherà il sole. Dicono che lì piove sempre.”

    “Quando ci manca qualcosa, però, non siamo mica felici.”

    “No. Infatti.”

    “Allora perché parti?”

    Il silenzio spezza il mattino a metà.

    La sigaretta si spegne nell’erba, intrisa di umori notturni.

    “Ti senti sola, Marina?”

    Chiara s’è infilata una camicia di lino per affrontare la festa di laurea. Una camicia arancione, con una serie di arabeschi viola che scimmiottano le filosofie orientali. I bottoni stretti non riescono a nascondere il suo seno: sembra piccolo e turgido. Da mordere.

    “Io sì. Per questo vado a Edimburgo: per stare sola con gente che non conosco. I miei amici non hanno più nulla da darmi. Nemmeno la solitudine.”

    Il vento strappa una manciata d’erba e la getta lontano, disegnando una gabbia sul frinire dei grilli.

    “Anna è innamorata di te.”

    “Mh. E tu sei innamorata?”

    “Lo sono stata. Una volta.”

    Marina accarezza il viso di Chiara, i suoi capelli, le sue labbra.

    Chiara ha le labbra a forma di cuore. Bellissime.

    Forse era questa, la parola giusta; quella che avrebbe inventato per lei.

    “Per caso hai ancora un po’ di cocaina?”

    “Sì. Ce l’ho qua sul telefono. Ti serve una banconota?”

    “… Non voglio sniffare.”

    “Ok. Ti preparo un’altra sigaretta.”

    La luce è cambiata: usa un piglio prepotente, ma solo per gioco, strattonando la camicia di Chiara, l’amarezza che Marina non riesce a confessare. Osservano insieme la polvere bianca che sfrigola sulla colonna di tabacco.

    “Le sigarette bagnate fanno un odore strano.”

    Quanti anni hai, Chiara?

    L’età non è altro che un secondo battesimo, perciò Marina smette di tirare a indovinare: l’età non si cancella, una volta che l’hai ricevuta; e mentre il tempo passa per tutti, le impressioni non vengono via neppure a calcare la mano. Marina non vuole crescere lasciandosi Chiara alle spalle. Vuole portarla con sé nonostante i suoi anni.

    Nonostante Edimburgo.

    “Oggi sei bella, Marina. Scommetto che lo sei tutti giorni.”

    “Penso sia ora di andare. Dovremmo proprio andarcene via.”

    Chiara sorride senza voltarsi. I suoi passi non fanno più rumore.

  • Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi. Carl ha conosciuto questa sensazione quand’era priva di significato. L’ha scovata nella pancia del Tresor, prigioniera dell’atrofia muscolare. Annaspava per una sorsata di calore, qualcosa che gli restituisse il battito cardiaco. All’improvviso, la pressione si abbassa. Carl assaggia un odore di gesso nell’aria; di gesso e di muffa. Luci spente, cassa tesa, fragore di torce nel buio. Molto chiasso, troppe facce. Facce a intermittenza, facce bagnate di musica techno. Facce inzuppate di occhiaie, vene rigonfie che battono al ritmo dei synth. Sudore. Sudore in pista, sotto le suole di gomma; schizzi di piscio tra gli amplificatori. Schizzi e piastrelle grondanti di fango; piscio sui muri scavati di fresco. Il Tresor ha la faccia scavata dagli anni che passano. Il Tresor ha la faccia escoriata di droghe. In questo locale c’è birra a sufficienza per ogni vescica della città, calcola Carl, grattandosi le nocche consumate d’inverno. Sono l’unico sfigato col bicchiere vuoto: è il momento di rimediare. Il bar si scatena un paio di spintoni oltre il cesso che lo tiene in gabbia. Carl ha una pasticca in tasca: un regalo di Beda, pronto da scartare; però sente la gola secca, deglutisce a fatica persino l’ossigeno: cede all’impressione di respirare catrame bollente. Ha schiumato una canna di troppo. Una striscia di carta vetrata gli raschia l’esofago. Beda, maledetto figlio di puttana: quest’erba non è forte, aveva giurato, sputando dai denti marci il tedesco sbilenco che si ritrova; puoi gustartela con calma e andartene a spasso dove ti pare. Volerai in paradiso, te l’assicuro. Paradiso un corno, razza d’imbecille. La canna di quel bastardo mi sta trapanando le tempie; ma d’altra parte, lo diceva mio padre: mai fidarsi dei bavaresi. Sono una razza pericolosa. Ho lo stomaco ribaltato, Dio mio. Sto per svenire. Se scartassi il mio regalo, se ingoiassi la mia ecstasy, allora sì che filerebbe tutto liscio; e filerebbe tutto liscio lo stesso, cazzo, se non mi fossi fidato di un dannatissimo bavarese senza denti. Anche quest’ecstasy è roba sua, ma riconosco il disegno: ne ho viste a bizzeffe, di pillole così. Fila tutto liscio, e per davvero; è tutto nella norma. Anzi, questa roba è proprio buona. Fanculo, la prendo. Carl manda giù la sua medicina. La lingua si asciuga come un campo da golf. Il fumo serpeggia attraverso le sbarre di ferro incastrate nel cemento. Fumo in pista, fumo sotto cassa, fumo fin dentro al cesso, il suo cesso: il rifugio dei tossici. Le ciglia scure s’inquinano di lacrime. Il fumo incolla i passi dei tedeschi sulla soglia del locale. Il buttafuori lo ha rimbalzato mentre tentava di mischiarsi coi bambocci trasandati del Tresor, senza lo straccio di un amico o di altri animali da compagnia: sei qui per spacciare, aveva ringhiato. Si vede lontano un miglio. Avanti, scimmione, aveva sbottato Carl, fammi divertire un po’! Non essere stronzo. Non cacciarmi proprio adesso. Ti mando un regalo da parte di Beda. Sì, proprio quel Beda. Ci siamo intesi? Scartalo pure. Ora, per piacere, posso godermi la serata senza rotture di palle? Carl esce dal bagno. Le sue gambe hanno impellenza di ballare. Barcolla verso il centro della pista. La ragazza coi capelli rossi sta guardando da un’altra parte. Chi è? Non l’aveva mai incrociata prima; non a Berlino, non al Tresor. È minuscola e colorata: sembra una caramella. Forse non è di Berlino. Forse non le piace ballare. I suoi riccioli cinguettano canzoni di zucchero. Ti capisco, caramellina, nemmeno a me piace ballare. Vengo al Tresor perché il silenzio di casa mi spacca il cervello. Forse scriverò di te, sai. Scriverò dei mille modi in cui desidero scoparti, ma le ragazze coi capelli rossi non danno retta ai ragazzi coi capelli neri: siamo creature troppo comuni, troppo terrene, per quelle come te. E poi sono ubriaco, sono strafatto e non posso, non devo neppure sfiorarti, ma… Cristo santo, quanto ti vorrei. “Ti piace, quella lì? E a chi non piacciono le fighe con le tette enormi!” Le voci profonde descrivono un volto meglio di qualsiasi aggettivo spendibile per abbozzarlo. La giugulare di Carl schizza via dal fianco della carotide; il cuore sobbalza dove non dovrebbe. Ha paura. È una lepre braccata dai lupi. “Ehi, calmati. Che hai? Non agitarti. Sono un amico di Beda, mica uno sbirro. Oddio, più che amico, un collega. Uno come te, insomma, ma qualche gradino più in alto. Mi chiamo Dietwolf.” “… Carl.” “So anche questo.” “…Ci conosciamo?” “Sei sordo? Sono amico di Beda, quindi anche tuo: mi parla in continuazione di quello che fai. Gli vai proprio a genio. Beh, la vuoi, quella lì? La ragazza, intendo. Capelli rossi.” Carl digrigna le mascelle. “Non è una passeggiata provarci con lei. Guarda come sono ridotto.” Dietwolf snocciola incisivi di plastica: sembra soddisfatto, nella sua bolla artificiale. Berlino, d’altronde, t’impone soltanto una regola: non c’è nulla di vero, dentro al Tresor. Non c’è nulla di vero, né mai dovrà esserci. “Invece è facile. Facilissimo. Molto più facile di quanto ti aspetti.” Il barista indossa un rossetto fluorescente e una spolverata di paranoia sulle guance. Ho caldo, grida la spossatezza condensata sulla fronte. Voglio andare a letto. “Ma quanto è bella? Una bambola. Io sono uno schifo, invece. Ho il naso gigante e le occhiaie da insonne. Ho le lentiggini, porca troia, come faccio a rimorchiare con le lentiggini?” “I miei denti sono finti e ho la schiena storta, se è per questo, ma le cose brutte si apprezzano un poco per volta. Non avere fretta, Carl: il diavolo è un tipo paziente, non lascia indietro nessuno.” Due anfibi consumati calpestano una lattina rattrappita. “Vieni con me.” Dietwolf si butta a capofitto nella folla. Carl lo segue a ruota. C’è fumo, ci sono le solite facce a intermittenza. C’è il bagno, di nuovo. Dietwolf spalanca l’unica porta con la serratura funzionante. “Entra.” “… Insieme a te?” “Beh, che c’è? E muoviti, prima che ci veda qualcuno.” Dietwolf sigilla la porta. Carl sgattaiola dietro la tazza del cesso. Il conforto ambivalente della musica formicola dietro i bulbi oculari: annusa il puzzo di una nota disarmonica, come una specie di curvatura dissonante, ma non è capace di tirare il bandolo dei suoi perché. È solo con Dietwolf, ormai, a mollo in un metro quadrato di spazio. Ci affogherei dentro questo metro quadrato. Lo spazio mi toglie il respiro. “Hai un piano d’appoggio?” Lo spacciatore trastulla una bustina nelle mutande. La sua gestualità ricalca la sagoma dello scheletro, un diagramma di spigoli sotto la t-shirt giallo mostarda. “Sì. Tieni.” Carl estrae un frammento di vetro dal giacchino di jeans. Ha rotto lo specchio di Barbel per procurarselo, indovinando che la vanità di sua madre gli sarebbe tornata utile, un giorno o l’altro. “Io non voglio pippare. Sono a posto.” “Non dobbiamo pippare un cazzo. Zitto e osserva.” Dietwolf tira fuori una pillola ovale, viola, grossa come uno nocciolo di ciliegia. “Che roba è? Anfetamina? Viagra?” “Viagra viola, questa mi mancava. Sono un uomo così banale, secondo te?” Carl si stringe nelle spalle. “No. Secondo me sei un coglione.” “Non ti convinco, lo immaginavo. I giovani sono tutti uguali: prendono per vero ciò che già conoscono. Non siete a vostro agio, a camminare nelle tenebre; ma sai che c’è? Devi farci l’abitudine. Devi piantarci lo sguardo: solo allora le pupille si dilatano e ti accorgi che, per quanto possa essere profondo, dentro al buio c’è sempre, sempre qualcosa.” Carl fissa lo specchio di Barbel. Tace. Detesta parlare se non ha nulla da dire. “Non sei un gran chiacchierone, eh? Dammi una carta, su. Quella lì va benissimo.” Dietwolf allunga l’artiglio sinistro e sfila una tessera dal giacchino di jeans. “Tu sei un tipo creativo, no? Un artista. Me lo ha detto Beda. Ha detto che scrivi.” La tessera comprime la pillola sopra lo specchio. “Cosa scrivi, Carl?” “Non lo so. Tutto e niente.” “E che cazzo vorrebbe dire?” “Che sto cercando la mia voce.” “La tua voce. Ok.” La pillola si spacca a metà. Dietwolf ne ingoia una parte, porgendo l’altra a Carl. “No. Quella di Beda era forte, non mi va di esagerare.” “Ancora? Io la droga la offro alle fighe con le tette grosse, mica ai froci come te. Guarda questa pasticca e basta. Con attenzione, però.” “Ma che… Cos’è questo? Un microchip?” Dietwolf batte un palmo sulla coscia destra. “Esatto! Una chicca di ultima generazione.” “Credevo fosse droga. Non sei un collega di Beda?” “Sì, ovvio. Com’è ovvio che quella lì è droga: è pace sinteticaPace pura al cento per cento. Però ad Irene manca un ingranaggio, non è pronta per competere col mercato tedesco. Non funziona come dovrebbe.” “… Irene?” “È il nome della pasticca. Quella che vedi aspetta il suo Ghost.” Carl si morde la lingua. “Che cos’è un Ghost?” Dietwolf asciuga il moccio sul dorso della giacca in pelle. “Te lo spiego con un esempio pratico: la ragazza coi capelli rossi.” “Lei che c’entra?” “Irene sovrascrive i ricordi.” “… Non sono sicuro di aver afferrato.” “Cancella i ricordi negativi attraverso eventi positivi, preparati dai Ghost. Un Ghost deve scrivere storie, raccontare ai clienti il passato che sognano; storie che Irene impianta nei loro cervelli e zac, il gioco è fatto! Sono tutti quanti in pace, perché ottengono ciò che vogliono. In pace con se stessi, con gli altri e col mondo.” Uno sciacquone minaccia la quiete qualche metro più in là. “OH. CAZZO. Cazzocazzocazzo. Tu sei malato. Tu sei un deviato bastardo. Mi stai dicendo di stuprare quella ragazza, perché se le do Irene, non lo ricorderà più.” “Proprio per niente. Ascolta: ogni pasticca contiene storie diverse. Non possiamo rifilare a tutti la stessa pappardella, no? I ricordi di Irene sono calibrati rispetto alle esperienze dei clienti, altrimenti non sembrerebbero autentici. Come la ragazza coi capelli rossi: suo padre l’ha violentata, perciò il suo Ghost ha confezionato la storia di un uomo affettuoso, che non ha mai toccato la sua bambina.” “Quindi, i Ghost…” “… Liberano le persone dalla zavorra del loro passato. Esatto.” “… E sono più di uno?” “Sì. Ne stiamo reclutando a bizzeffe per offrire ai clienti un’ampia gamma di stili di scrittura. Di voci, come le chiami tu. Vedi, ogni persona ha le sue esigenze: le ferite non sono tutte uguali, Carl; una lama non colpisce mai due volte nello stesso modo. Un bravo Ghost ascolta le ferite degli altri e rielabora il dolore, tirandone fuori una storia che lo sconfigga. Non è magnifico? Voi artisti avrete un potere immenso, nel futuro di Irene.” “…” “Non sei d’accordo. Mh. Eppure, la ragazza coi capelli rossi è felice grazie a Irene. Io la conosco, sai?” Carl non emette un fiato. “Vieni, torniamo in pista. Ti darò qualche dritta su di lei: per me, non ha segreti.” Dietwolf si ficca dentro un amplesso di membra sudate che non possono spegnersi. Le palpebre di Carl s’inchinano al rumore dell’acqua: la coscienza avanza e si ritira, avanza e si ritira; trattiene il respiro e poi libera l’alta marea. Fiotti di sonno e di veglia s’infrangono contro le sue palizzate: sono vivo, pensa Carl. Sono morto. Le cose avvenute tornano ad avvenire, una per volta, una per tutte. “Oh, mi senti? Apri gli occhi. Apri questi cazzo di occhi, dai. Non mi svenire qui dentro perché l’ambulanza te la sogni.” Dietwolf ha alzato i toni, quasi urla. Carl si tappa le orecchie con gesti convulsi. “Sto bene. Scusa.” “Non la reggi l’ecstasy, eh?” “Poco. Ma dove siamo? Cos’è questo casino? Tutta questa gente in bagno? Io…” “Ma che bagno e bagno, coglione! Siamo sotto cassa, adesso.” Dietwolf scrolla via dalla t-shirt il riflesso distorto del neon. Caramellina balla a pochi metri dal dj, accaldata e impaziente. Tiene le palpebre socchiuse, ma non è affatto stanca: è sanguigna, euforica; scuote i fianchi nella lucida ebbrezza di qualche sostanza psicotropa. Solleva appena la canotta di cotone, scuotendola sulla pancia per farsi aria; non indossa biancheria. Ha i capezzoli inturgiditi. Il seno sobbalza nell’esaltazione collettiva: mette voglia di toccarlo. La lingua di Carl scivola sulle labbra steppose. La ragazza coi capelli rossi è perfetta per la mia generazione schizofrenica. Sembra che l’abbiano fabbricata qui dentro. Sembra figlia del Tresor. “Perché l’hanno aiutata a dimenticare? Chi le ha dato Irene?” Sprazzi d’elettricità sforacchiano le pupille dilatate di Carl. Dietwolf caccia lo smartphone dalla tasca e digita caratteri a caso sullo schermo, poi lo mostra a Carl. È stufo di strillare. ‘Perché quel trauma avrebbe rovinato il suo futuro.’ “Ma che stronzate stai blaterando?” Le corde vocali palpitano assieme alla vibrazione dei bassi, sovrastando il frastuono di un’epoca in bilico sull’orlo del suo solipsismo. “Non è giusto che abbia scordato suo padre. Lui deve pagare per quello che ha fatto.” Le falangi di Dietwolf schioccano una per volta, con trasporto misurato, come quando si abbandona un peso a cui si è affezionati, nonostante l’oppressione. Lo scricchiolio delle ossa serpeggia attraverso la musica fino ai timpani di Carl, come se la figura dello spacciatore, per quanto esile, riuscisse a squarciare qualsiasi presenza, inghiottendo le mille infinità del presente, i rumori cabalistici che infestano le altre anime. È giusto pagare per una colpa che nessuno ricorda? Il male è ancora male, se non ha conseguenze negative?’ Lo schermo lampeggia scintille di follia. “Smettila con le tue cazzate, SMETTILA, PORCA PUTTANA! FAMMI USCIRE DA QUI!” Una presenza fiabesca sfiora le spalle di Carl come un giglio bagnato di rugiada. Carl si rannicchia dietro un amplificatore, stringendo le ginocchia contro il petto. “HO DETTO SMETTILA! LEVATI DI TORNO, LEVATI DALLA MIA TESTA!” Un’unghia scivola lungo la schiena, sotto la maglietta, sotto tutto ciò che sembra inconfessabile, solleticando lasciva i suoi desideri. Carl alza lo sguardo: la ragazza coi capelli rossi è lì, proprio , a una spanna dalla patta dei pantaloni. “Ma… Ma… Che sta succedendo?” Caramellina, ti prego, basta: non guardarmi così. I tuoi occhi mi spaccano il cervello come il silenzio di casa. Mi stai fracassando la scatola cranica a colpi di disordine; e adesso, i pensieri mi cascano a terra, sbattendo sopra il nostro beat. I miei pensieri s’infilano dentro l’ennesimo disco e pesano, quando prendo l’ecstasy, rifiutano di starsene in ordine. Affondano dentro la carne. Dentro la traccia. Per questo scrivo: costruisco morbidezza, così quando i pensieri mi cascano a terra diventano meno assordanti. Meno gravi. Caramellina, ti supplico, ti scongiuro, chiudi gli occhi. Non puoi farmi questo. Risparmiami. “Ti presento Lilo”, grida Dietwolf. “La ragazza più felice di Berlino, senza i suoi brutti ricordi.” Lilo. E’ così che ti chiami, piccola mia? Lilo e Dietwolf. Che coppia. Eppure, una come lei non dovrebbe elemosinare droga da uno come lui. Avrà dozzine di spasimanti che gliela rifilano gratis, e di qualità superiore a quella che il vecchio coglione può permettersi con un aggancio del cazzo quale è Beda. Che avranno da spartire? Dimostra la metà dei suoi anni, magari ne ha pure di meno. Com’è che si sono incontrati? Dietwolf sussurra qualcosa nell’orecchio di Lilo. Lei ridacchia e accosta la bocca a quella di Carl, arruffandogli i baffi col fiato tiepido. “Ciao Carl. Sei carino. Vuoi ballare con me?” Lilo ha le parole arrugginite. Pare quasi di udire lo sfrigolio delle sinapsi mentre si sforzano di suggerirle una conversazione spontanea: il suo trasporto emotivo è miseramente robotico. Lo sguardo velato di rimmel mastica il fascino della perdita di coscienza. Carl ignora l’invito, sbracciandosi in direzione di Dietwolf. “Levamela di torno, è strafatta. Cristo, ma l’hai vista? Non capisce nemmeno dove si trova. Fa impressione. Non la toccherei con un dito, messa in questo stato.” Attimi di euforia s’infrangono contro l’osso occipitale: l’ecstasy torna a farsi sentire. Le meningi di Carl si piegano allo sciabordio della percezione; spartiti accartocciati nel vento, note che vanno e che vengono, come le onde del mare, finché qualcosa grida basta, e per fermare il mare è sufficiente una sola parola, pensa Carl, è sufficiente dire basta. I muscoli, però, non rispondono ai comandi. Dietwolf gli si piazza davanti, sferrando un calcio a una bottiglia di birra. “ALZATI.” I cocci schizzano in ogni direzione, ritagli d’orrore catalizzati dalle frequenze medio-acute. “Non… Non ci riesco.” Dietwolf accuccia le gambe fino a raggiungere l’interlocutore. Carl si fa piccolo come un bambino in punizione: preferiva il tepore di Lilo; la presenza di Dietwolf gli stritola le viscere. L’istinto suggerisce che si è sentito così, tempo addietro: un topo in gabbia. Ha già provato la tortura dell’impotenza. Ma quando? “Colpa, colpa, colpa… L’unica cosa che conta, ormai, è la responsabilità: di chi è, su chi scaricarla, come punirla. Pare che un essere umano abbia meno valore dei suoi sbagli.” “Ogni sbaglio ha il suo peso, infatti. Non possiamo fingere il contrario.” “Carl… Il male non esiste, se non in funzione degli altri. Sono gli altri a stabilire se siamo giusti o sbagliati, perché tengono a mente le conseguenze negative delle nostre azioni, schiacciandoci sotto una valanga di ricordi. Lo capisci, quanto diamine pesa il passato? Lilo ha scelto di accantonarlo ed è serena: DIMENTICARE È UN SUO DIRITTO. Suo e di suo padre. Meritano entrambi una vita normale, quella della scrittura dei Ghost.” Carl trattiene i singhiozzi in gola: ha bisogno di piangere, deve piangere, ma non ne rammenta il motivo. “Dammi la mano. Tirati sù. Non puoi restare seduto qua tutta la sera.” Carl si solleva a fatica dal pavimento. Le ginocchia tremano. Le tempie pulsano. Lilo ha spalancato le braccia e piroetta su se stessa, sempre più veloce, scolorando nel riverbero della grancassa. Sbarra gli occhi dentro la memorizzazione analogica dei segnali sonori: sono azzurri come quelli di Dietwolf. “Dai, balla con lei. Si vede che vi piacete. Io vado a prendere un paio di cocktail.” Dietwolf si allontana verso il bancone. Carl rimane immobile ai bordi della pista: non ha voglia di tuffarsi in un gomitolo di gente. I Ghost sono il punto di rottura della coscienza, l’estrema dissociazione tra colpa e responsabilità. Sono l’inizio di una nuova epoca. Ma quale epoca? Lilo gli sorride da lontano. Fa cenno di avvicinarsi. Lui non ha voglia di tuffarsi in un gomitolo di gente, ma si muove verso il centro della pista. Lei conficca le iridi, affilate come il cielo a primavera, fino in fondo al suo costato. Il cielo limpido, sgombro di nuvole, infligge le ferite più crudeli. “Ciao.” Carl ha gridato per farsi sentire. “Io sono… Beh, sai già come mi chiamo. Volevo solo… Volevo dirti che…” Lilo poggia l’indice sulle labbra carnose: a che serve discutere dentro una discoteca? Meglio abbandonarsi all’orgasmo premeditato della serotonina. Carl acconsente. Ondeggia insieme a lei, tentando di emulare il suo ritmo, la disinvoltura che i movimenti conquistano grazie al Tresor. Tutti sembrano in ordine, dentro quel locale: belli e giovani, nel posto giusto al momento giusto. Soltanto Carl è fuori luogo. Fuori luogo in ogni luogo: persino a Berlino. Persino al Tresor. Come sei bella, caramellina. Somigli al mio primo amore, Lisa. Avrò avuto undici, dodici anni: sarà passato un secolo e mezzo, ma i capelli di Lisa sono uno di quei particolari che non si possono scordare. Rossi come i tuoi, caramellina. Rossi come il sangue. Come il fuoco. Sembri felice, sai. Sembri a tuo agio mentre scuoti il culo dentro questo buco di merda, nonostante tuo padre abbia fatto esattamente quello che vorrei tanto farti io, qui e ora, proprio in mezzo alla pista, proprio in mezzo al gomitolo di gente in cui non avevo intenzione di tuffarmi. Comunque, sono contento che stai bene. Dico sul serio. Dietwolf ti ha compreso molto meglio del sottoscritto. Forse avevi il diritto di dimenticare. Forse ce l’abbiamo tutti quanti. “Ehi, ti piace il gin tonic? T’ho preso questo. Bevi.” Dietwolf è tornato dal bar con due bicchieri spruzzati di limone. “Lilo è astemia. Usa soltanto MDMA.” “Da quanto la conosci?” Dietwolf tira un lungo sorso dal suo cocktail. “Allora, hai deciso che farne, della tua scrittura? Vuoi essere un Ghost oppure no? Guarda che questo progetto è una bomba. Ti conviene salire a bordo.” Berlino tira le somme al posto di Carl. Quando si era gettato tra le braccia della facoltà di lettere, non si aspettava che sarebbe stata tanto dura: i suoi romanzi fruttavano meno di zero. Era diventato collega di Beda senza curarsi di dove l’avrebbe condotto; spacciava per racimolare due spicci, per concedersi uno svago, o per tracannare l’illusione di avercelo eccome, uno scopo, un perché, anche se il suo perché non era proprio dei migliori. Che amarezza. Che vita di merda. Eppure, la vita degli scrittori sembrava semplice, prima che gli piombasse sull’osso del collo: sua madre, ad esempio, se la passava discretamente. Punta di diamante di una nota rivista di gossip, Barbel ci si guadagnava la pagnotta, con le quattro scemenze che scarabocchiava quand’era strafatta. Vegetava sul divano, ingozzandosi di biscotti al burro e tirando cocaina. Tralasciava persino di cucinare qualcosa di commestibile o lavargli i vestiti. Semplice, no? Semplice al punto che andare via di casa non era stato poi così traumatico, per Carl. Figlio unico, orfano di padre, con una madre dipendente dalla cocaina e dai biscotti al burro: non aveva dovuto imparare nulla dalla solitudine, era già degnamente assuefatto all’assenza. Ma la sua voce? Qual era il suo compito, il fine ultimo della scrittura? La sua arte non era al servizio di Beda: meritava di più. “Ci sto. Sarò il tuo Ghost.” “Fantastico. Da questo momento, però, non potrai tornare indietro.” Carl è soddisfatto. Non ha mai sopportato le decisioni reversibili: l’irreversibilità è l’essenza della scelta. Tornare indietro è un eterno sprofondare verso un limbo d’incertezza. “Più tardi ti darò qualche altro dettaglio. Ora, però, balliamo.” Lilo è la copia sputata di Lisa, pensa Carl. Persino i nomi conservano lo stesso suono, lo stesso sentore d’infanzia: sembrano la stessa persona, però declinata in due modi diversi. Che strano. E che strana, l’infanzia: ha il sapore delle cose belle che finiscono troppo presto. Come il mio amore per Lisa. Chissà dove sei, Lisa. Chissà che combini. Riesco ancora a vederti se mi concentro, e sembri vera, cazzo; sembri presente, in carne ed ossa, viva e calda proprio come Lilo. In questo momento ti vedo, Lisa, ti vedo forte e chiaro: risplendi nel buio degli occhi di Lilo, sempre un po’ fermi, un po’ meccanici, tristemente perduti dentro questo gomitolo di gente. Occhi talmente azzurri da scottare la pelle. Occhi così… Silenziosi. Oh. Merda. Il volto di Lisa si squarcia a metà. Carl è nudo, ammanettato alla testata di un letto qualsiasi nella giornata qualsiasi di un mese qualsiasi, dentro un appartamento sconosciuto. Ha dieci anni. Deglutisce una, due, tre volte, ma un terrore lancinante gli ha prosciugato i pensieri. I contorni della realtà sono sbavati dalla penombra: è sera. Il crepuscolo si affaccia sulla soglia dell’ultimo sole. Le lenzuola sono punteggiate di macchie umide. Carl preferirebbe non chiedersi di quale secrezione organica si compongano. Non è imbavagliato: potrebbe urlare, ma qualcosa gli suggerisce di non farlo. Tende l’orecchio per assorbire indizi dal torpore circostante. Un respiro cadenzato si aggira nella stanza. Da dove proviene? Forse da quella poltrona lì, in fondo ad un raggio metallico, inginocchiata sotto la luna di carta. Carl aguzza la vista: una figura minuta giace in mezzo ai braccioli, cullata dal sonno profondo. Considerate le dimensioni ridotte, conclude, potrebbe trattarsi di un bambino come me. “Ehi. Ehiii. Mi senti?” Sussurra, temendo di destare un nemico ancora ignoto. “Ehi, tu. Tu sulla poltrona.” Il fruscio degli arbusti strapazzati dalla brina s’insinua attraverso gli stipiti delle finestre. “Ehi, girati. Sono qui. Per favore. Devi aiutarmi. Devi…” “Stai zitto, Carl. Non fare rumore, altrimenti si sveglia.” Una voce femminile, carica di sensualità ancora acerba. Una voce familiare. “…Chi?” “Zitto. Ti scongiuro.” Un pianto sommesso tintinna ai piedi del letto. “…Lilo?” “E chi altro vuoi che sia? Siamo soli dentro questa baita; ma in fondo, lo siamo sempre stati, chi prendiamo in giro. Soprattutto a casa nostra.” Lilo ha quindici anni. Indossa soltanto un perizoma di pizzo, incuneato nelle fenditure delle ombre; scivola verso Carl come un lembo di seta, visibilmente preoccupata. “Sei parecchio confuso, ma non scotti. Niente febbre. Boh, sarà stato il Rohypnol. Ho scoperto che papà ce lo versa dentro l’acqua prima di… Prima di…” L’interruttore immola l’attesa sul torace glabro di Carl. Il pavimento è duro e freddo, cosparso d’indumenti che hanno l’aria di non essere mai appartenuti a nessuno. Lilo trattiene le lacrime dentro un palmo di mano. “Ragazzi? Che state combinando?” Dietwolf si materializza sulla soglia della porta; strofina il mento, punteggiato di barba grigiastra. È nudo anche lui. “Carl sta male, papà. Non mi riconosce. Dovremmo portarlo in ospedale. Dovremmo…” “Bene, bene, bene, Carl. Sei tra noi, finalmente! Ero convinto che il Rohypnol ti avesse stroncato, stavolta; ma poi mi sono detto: il mio bambino è robusto. Il Rohypnol gli farà il solletico.” Dietwolf avanza adagio verso le lenzuola sfatte. Lilo si fa da parte, balzando sulla poltrona. La luna di carta distoglie lo sguardo di sottobosco da quella baita maledetta. Non ha il coraggio di sopportare certe scene: serve uno stomaco di ferro, per mandare giù l’aberrazione; servono occhi silenziosi, occhi senza spirito, che non lascino traccia di sé dentro il cuore degli altri. Proprio come quelli di Dietwolf. Proprio come quelli di Lilo. “Allora, figlioli: dov’eravamo rimasti? Ah, Carl… Per oggi, niente Rohypnol. Ti farà bene ricordare un po’.” Un sipario bianco cola sopra l’inferno. L’acufene sputa fuori Carl dall’amnesia di colore, al centro della pista, proprio accanto a Lisa. Accanto a Lilo. Lilo rimprovera il suo vacillare. “Che ti prende? Non hai una bella cera.” Una corrente di nausea si arrampica attraverso lo stomaco di Carl, srotolando fiotti d’acido in ogni anfratto delle membra. Vomita per due minuti abbondanti, l’alcol e il cibo innaffiano il palato, le narici, i pori della pelle, come un boato di fetida espiazione. “MA CHE CAZZO! Siamo in pista! Vuoi che ti accompagni…” “LILO, VATTENE DA QUI. SCAPPA.” Carl sente i conati sbattergli sui denti, fin sopra al cervello; precipita verso il bagno, inciampando nei pantaloni sempre troppo larghi quando meno te lo aspetti. Dietro di lui, un aborto di verità arranca lungo la sequenza percussiva. Inesorabile. Carl si barrica dentro l’unico cesso con la serratura funzionante. Non riesce a bloccarla. Rinuncia. Si arrende ai suoi demoni. Il vomito scroscia sulla tazza, incrostata degli umori di una schiera di tossici imbastarditi come lui, ovattando il baccano dell’esterno e le sue circostanze più meschine. Tipo i passi di Dietwolf. Tipo la serratura che adesso sì, funziona eccome, maledetta traditrice; scatta sulle spina dorsale di Carl, sulla sovrapposizione progressiva di loop in due battute, negando margini di errore tanto alla musica, quanto alla sofferenza. “Che hai, figliolo? Tutto a posto? Mi ha detto Lilo che sei corso via come un pazzo.” Figliolo. Cristo. “Sei un mostro.” “Mostro? Ma se neppure mi conosci! Come fai a…” “ADESSO BASTA, PAPÀ! BASTA! IO MI RICORDO, MI RICORDO TUTTO QUANTO!” Dietwolf stiracchia i lineamenti felini in un ghigno crudele. “Ricordi pure come ti sei procurato Irene, per te e per Lilo?” Carl rimane pietrificato, chino sopra l’acredine che ha rimesso. “Oh… Questo non lo ricordi, a quanto a pare.” Sospira. “Beda sta gestendo una grossa partita di Irene, in questo momento. Ci ha tirato dentro con lui: ha detto che avremmo guadagnato un mucchio di soldi. E tu… Beh, ne hai sgraffignata un po’.” Altro sospiro. “E ricordi che hai scelto le storie per le vostre pasticche? Volevi cancellare ogni dettaglio di questa famiglia: non soltanto le gite alla baita di montagna, ma persino i legami di sangue. Hai deciso di rimanere orfano del tuo paparino spacciatore e pervertito. Hai deciso di non avere una sorella, perché temevi che il suo ricordo avrebbe riportato a galla anche il mio. Ti sei tenuto Barbel, però: la cara, dolcissima Barbel. La cocainomane che correva dietro al direttore di quella rivista del cazzo. E che mi ha lasciato, ovviamente. Spezzandomi il cuore.” Silenzio. “Ti rendi conto di che significa, rinnegare i legami di sangue?” Dietwolf scuote il capo con estrema contrizione. “Significa tradire se stessi, figliolo; ma per fortuna, il tuo Ghost non era molto bravo. Beda si è trovato scrittori di merda per la sua partita di Irene; e però, pur essendo un bavarese bastardo del cazzo, mi ha messo in guardia. Mi ha riferito ciò che hai combinato. Problema: i suoi Ghost sono un branco di fannulloni ignoranti senza la terza media. Beda ha confessato che tu e Lilo rischiavate un rigetto dei nuovi ricordi, a causa loro.” “…Che?” “Vedi, quando un Ghost non scrive storie convincenti, il cervello rigetta Irene, perché non crede a ciò che racconta. Scrivere bene è importante, lo sai meglio di me; e per scrivere bene, emozionare è fondamentale: serve a portare gli altri dove ti preme, incollandoceli per tutto il tempo che vuoi. Il tuo Ghost era un incompetente. Il suo lavoro è piatto, banale, al punto che lo hai rigettato subito. Per non parlare dei buchi nella trama: il falso ricordo di una certa Lisa avrebbe dovuto sovrascrivere quello di Lilo. Che idiozia. A tua sorella è andata meglio; evidentemente, lei ha una storia decente. Una che funziona. Comunque, non è colpa d’Irene, se stai soffrendo così tanto; lei ti avrebbe donato la pace che cerchi. È colpa del tuo Ghost: non è uno scrittore abbastanza bravo perché ti fidassi della sua voce. Però, potresti fidarti della tua.” Carl scoppia a piangere. “Perché mi stai facendo questo? Perché?” Dietwolf ride di un riso tenero e fatale insieme. “Perché so che vuoi dimenticare, e la scrittura è l’unico strumento che hai. Ho letto quello che scrivi, e… hai un dono, figliolo: le tue storie sono reali; fanno venire la pelle d’oca! Costruiresti ricordi straordinari. Potresti cancellarmi per sempre. Potresti impedire che altri clienti rigettino i loro ricordi. A Irene serve un Ghost come si deve: uno con le palle, che ti ci trapana il cervello, con la sua cazzo di voce. Uno come te.” Pausa. “Sono sicuro che saresti un Ghost eccezionale.” Carl serra i pugni e le mascelle. Dietwolf gli cinge il collo con un braccio. “Levami le mani di dosso.” “Figliolo, calma. Rifletti: non puoi pensare soltanto a te stesso. Pensa anche a noi: a Lilo, a Barbel. A me. Dai un’altra possibilità alla nostra famiglia: vorrei convincere Barbel che le cose rotte si possono mettere a posto. Lei mi ha detto che una cosa rotta non può tornare uguale a prima, ma Irene le dimostrerebbe il contrario. Diventa la sua voce, Carl! Fallo, e Irene diventerà la tua, di voce, proprio quella che stai cercando: ci trasformerete nella famiglia perfetta che non siamo mai stati. Capisci che potere straordinario avresti, come Ghost? Il potere di cancellare il male. Nei secoli dei secoli.” Carl si divincola dalla presa di Dietwolf, intasando le vene dei sintetizzatori con un torrente di lava nera: urla. Brandisce lo specchio di Barbel. “STAI ZITTO, SCHIFOSO BASTARDO, ALTRIMENTI TI SGOZZO! LO FACCIO, HAI CAPITO? LO FACCIO PER DAVVERO! IO NON VOGLIO DIMENTICARE, NON PIÙ! LA SCRITTURA NON SARÀ LA MIA LOBOTOMIA!” Dietwolf arretra sulla difensiva. Carl incomincia ad ansimare. Si squadrano a vicenda, ponderando le rispettive debolezze, i nervi scoperti, i lividi inflitti dal quotidiano, dalla loro parentela violentata: bruciano più forte della notte che divampa sopra i tetti di Berlino. I comignoli hanno il petto incandescente, ma sentono freddo. Un freddo polare, fin dentro al midollo. Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi. Carl ha conosciuto questa sensazione, scoprendo troppo presto che significa: suo padre ha gli occhi vuoti di storie. Non hanno nulla da raccontare, non conoscono neppure la sua, di storia: non sanno chi sia, da dove venga; non sanno cos’è che ami. Non sanno per cosa morirebbe, perché chi non ama, non possiede nulla per cui morire. E allora che senso ha vivere, che senso ha tirare a campare, se non sai per cosa saresti disposto a buttare via tutto quanto, o perlomeno la tua parte più vera? Le persone che non sanno amare non sanno neppure morire, ma imparare a morire è l’unica legge che conta per vivere. Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi perché non sanno vivere. Io non sono questo: oggi ho imparato a vivere. Ecco perché ho scelto di morire. Lo specchio di Barbel affonda nella giugulare del figlio come un coltello nel burro: sono così fragili, i bambini di vent’anni; nient’altro che una soffice nuvola di sentimenti, sospiri e occasioni sprecate. Dietwolf si ritrae dal cadavere, cascato a faccia in giù nella tazza del water, evitando gli spruzzi di saliva e rimorso. L’ultima traccia impressa sul vinile accarezza le gote delle stelle. Berlino si chiude sopra il cuore ghiacciato di Carl come una scatola senza buchi.