Clarissa Ciano College Story Design 2019-2021

Se fosse un tessuto sarebbe il tulle. Si distrae facilmente tranne quando legge Welsh e Márquez. Adora l’ironia delle commedie francesi, e avrebbe voluto avere uno gnomo da fotografare, durante i suoi viaggi, come Amélie Poulain. Ama ogni forma d’arte soprattutto quelle più estreme e controverse. Non passa un giorno senza ascoltare musica, spaziando da Iggy Pop ai Subsonica senza dimenticare i The Prodigy. Si è laureata in Scienze della Comunicazione a Torino e adesso frequenta il College Story Design alla Scuola Holden.

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Data di Nascita: 12.10.1992

Luogo di Residenza: Torino

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  • È inutile, tanto non cambierà mai nulla.

    Quante volte abbiamo sentito questa frase pronunciata durante i pranzi di famiglia, in cui lo zio dalla discutibile fede politica tentava di distruggere la nostra voglia di cambiamento? O l’ha pronunciata la nostra amica che non ha mai ritirato la sua tessera elettorale?

    Questa frase mi è entrata nella testa e ha risvegliato il mio Maggot – il vermicello che incarnava la voce della ragione in La Sposa Cadavere. Così ho rispolverato la mia anima da manifestante, che non si era mai spenta, ed è nato il progetto Centennial al grido di “si – può – fare!”

    Centennial è progetto giornalistico che racconta le storie di giovani attivisti della Generazione Z, filtrate dal mio sguardo da Millennial. Non ci sono imposizioni, giudizi o scontri ma solo la voglia di creare un dialogo aperto in cui mettere in discussione ciò che non ci rispecchia e che vogliamo cambiare. È una rivoluzione che non grida ma risuona in tutto il mondo. È una lotta che parte da piccoli gesti e disegna l'itinerario del cambiamento.

    Si inizia dalla Siria, grazie agli account di Muhammad Najem che ci raccontano la guerra nel suo Paese con onestà e trasparenza, ci si sposta in Inghilterra dove la determinazione di Amika George ha creato la campagna #Freeperiods, e si arriva in America dove Emma Gonzalez lotta contro le lobby delle armi. Questi sono solo alcuni dei nomi che animano le pagine virtuali della pubblicazione Centennial su Medium.

    In questo viaggio non mi sono separata dalle mie origini sabaude che trionfano attraverso le testimonianze di giovani attivisti torinesi, che raccontano la loro voglia di cambiamento con delle live stream sul canale Twitch del progetto.

    Per non perderci lungo la strada che porta al cambiamento abbiamo bisogno di una mappa. La cartina di Centennial è un account Instagram che si colora di sfumature pastello, per dar voce non solo agli attivisti ma anche alla loro lingua. L’account Instagram diventa un piccolo dizionario che spiega i modi di dire della Generazione Z che diventano i titoli degli articoli pubblicati su Medium.

    Centennial è la colonna sonora del viaggio verso il cambiamento ed è cantata dalle voci di giovani visionari.

  • È arrivato il giorno della spesa settimanale. Inizio il rito della vestizione: guanti e mascherina, ma più che i presidi sanitari avrei bisogno di qualcosa che mi preparasse per il mondo esterno. Mi infilo gli auricolari per allietare la mia passeggiata: parte Lust for life. Arrivata davanti alla porta dell’ingresso il ritmo della batteria è sincronizzato con il mio battito cardiaco e sento quella strana euforia da quarantena, che trasforma un momento anonimo e monotono in un evento.

    Il mio entusiasmo si esaurisce quando, aprendo il portone, noto un centipede umano che dal supermercato arriva fino alla fine dell’isolato. Mi tolgo gli auricolari per capire se sto facendo la coda per un concerto di Iggy Pop; ma non vedo fan del punk e nessun nostalgico con la maglietta dei The Stooges. Mi sento un pesce fuor d’acqua. Disillusa e rassegnata cerco la fine della fila e mi metto in posizione: la canzone è finita come il mio entusiasmo.

    Non ho mai assistito al Black Friday americano ma la lunga fila davanti a me sembra un déjà vu. Probabilmente sono in coda da stamattina presto, attrezzati a ogni evenienza per rendere questa esperienza il più confortevole possibile. C’è chi legge il giornale, chi intrattiene conversazioni con sconosciuti e poi il mio preferito: un anziano adagiato su una sediolina da campeggio. A mali estremi estremi rimedi.

    Sono tutti spinti da necessità uguali: comprare il lievito e la carta igienica, beni indispensabili per sopravvivere alla quarantena.

    Inizia a crescermi nelle viscere un senso di impazienza come se fossi in coda in posta. All’improvviso è come se avessi fretta, anche se in realtà non ho altro da fare. Sento l’impulso irrefrenabile di muovere i piedi avanti e indietro e di sbuffare. Sono in coda da meno di cinque minuti e sono tornata indietro di una generazione: da millenial a boomer.

    Le code ti possono cambiare la vita.

    Dopo essermi riappropriata della mia età osservo chi mi circonda; stanno tutti scalpitando per entrare al supermercato. Ed ecco che la mia impazienza si trasforma in aspettativa: mi sembra che il supermercato sia diventato il Louvre e che una volta entrata possa ammirare Amore e Psiche nel banco dei surgelati, e se sono fortunata tra il lievito e la carta igienica possa intravedere la Gioconda. Se continuo così, arrivata alla fine della coda avrò provato tutto lo spettro emotivo.

    Mentre fantastico sui capolavori della GDO un po’ più avanti vedo un bambino che fa rimbalzare una palla da tennis. Il rumore che crea all’impatto con il marciapiede ricorda un metronomo; il suono cadenzato e angosciante scardina i filtri sociali di un ragazzo che comincia a inveire sulla piccola creatura.

    Non aspettandomi una reazione così plateale mi sporgo verso l’urlatore: è il sosia di Nadal. Capisco che il grunting possa anche aiutare a esorcizzare il nervosismo, ma a quanto pare la madre del piccolo musicista-disturbatore non è un’appassionata di tennis. Il suo viso è identico alla Medusa di Caravaggio e le sue corde vocali sono così tese che sembrano spezzarsi. Davanti a questo quadro il sosia di Nadal si arrende. Match point. Mi rimetto perfettamente incolonnata nella Wimbledon queue, con la speranza che nessuno abbia visto il mio movimento e non inneggi a una retrocessione come avrebbe voluto Standard & Poor’s per l’Italia.

    Il centipede umano inizia lentamente ad avanzare, mi guardo indietro e vedo che la fila si autorigenera come la coda di una lucertola. La coppia davanti a me inizia a discutere della lite tra Medusa e il sosia di Nadal, per poi proseguire con i loro problemi intimi. È incredibile come la privacy, argomento tanto dibattuto in Italia anche con l’arrivo (si fa per dire) dell’app Immuni, sia completamente inesistente durante la pandemia. Inizio a provare imbarazzo quando la ragazza racconta l’assoluto declino del suo desiderio sessuale; guardo il viso del congiunto che è un misto tra un ictus facciale e un sorrisino dissimulatore. Mi sembra di essere in Io e Annie di Woody Allen, cerco di trovare Marshall McLuhan per non lasciarmi sorprendere come la prima volta che l’ho visto. Il mezzo è il messaggio. Vivere 24/24 con il proprio partner può diventare un incubo anche per le coppie consolidate. Privacy inesistente, pazienza al limite e libido ridotta ai minimi termini. Per i prossimi incontri bisognerebbe abbandonare Tinder e iscriversi alla rivista Vita Ermeneutica per vivere nuove esperienze.

    Ma in questo caso il mezzo è preferibile che sia una bicicletta, perché con l’avvento del virus i lavoratori hanno ricominciato a usare la macchina a discapito dei mezzi pubblici, e se si andrà avanti così la prossima quarantena non sarà per via di un virus ma per il collasso della Terra.

    Una ragazza lega la bici al palo accanto a me; sembra che abbia aperto l’armadio e si sia buttata dentro.

    Il suo outfit è un misto tra le prime creazioni di Vivienne Westwood e il giusto abbigliamento per passare la selezione al Berghain. I nostri sguardi si incrociano, senza che apra bocca colgo lo stesso sentimento che ho provato io quando ho visto la coda. Per darle sostegno, accenno un sorriso invisibile sotto la mascherina e rivolgo i palmi verso l’alto scrollando le spalle. Passo falso. Un anziano dietro di me percepisce la mia prossemica come una lamentela e inizia ad attaccar bottone. Mi racconta come il virus sia la risposta divina contro il Papa, troppo aperto verso le nozze gay e il divorzio. Il mio sangue si gela nelle vene e guardando la coda mi sembra di vedere gli animali in fila per salire sull’arca di Noè in vista del diluvio universale. Purtroppo, le parole del vecchio cospiratore vengono colte da un finto podista vestito da jogging, con la speranza di camuffare i suoi spostamenti come attività motoria. Descrive il Covid-19 come un allarme della Terra che sta morendo per colpa degli umani. In men che non si dica si crea un acceso dibattito sulla fuga del virus da Wuhan, la scomparsa dei whistleblower e le teorie di Montagnier. Grazie a Dio, la coda procede e perdo il contatto visivo con i cospiratori.

    Inizio a vedere l’insegna del supermercato: mi sembra l’ingresso di Disneyland.

    Il barlume di eccitazione si spegne quando vedo un’altra insegna: Burger&Co, un locale che fa cibo da asporto. Sembra di essere sul Delta del Po: due file si stanno unendo come affluenti. Panico generale. Il distanziamento sociale non può essere interpretato come pretesto per infilarsi nella fila sbagliata. Così ognuno è in assetto di guerra: c’è chi posa la borsa per terra per segnalare la distanza, e chi tiene le braccia tese per far capire che lo spazio libero è solo il rispetto di una norma.

    Siamo uniti e compatti come una testuggine: dopo così tanto tempo in coda condividiamo le stesse idee: abbiamo creato una comunità. Sento che Vivienne-Berghain discute con un uomo che sostiene di essere sempre stato in coda; o meglio, che un amico ha fatto la coda per lui. La creatività italiana, quando si tratta di stare in fila, non ha limiti. Da chi fa la coda per terzi a coloro che si posizionano davanti al gate sei ore prima dell’imbarco, perché non trovano abbastanza rassicurante avere il posto assegnato.

    Riesco a superare la coda per l’asporto, che è ancora più lunga di quella per il padiglione del Giappone a EXPO 2015. Ma è una coda diversa dalla nostra. È un assembramento chic, un gruppo di individui che non è caduto nell’armadio ma si è vestito di tutto punto. Vedo dei sedicenti imprenditori stile Gianluca Vacchi e delle ragazze che non sembrano aver addosso i chili della quarantena. Questo tipo di persone mi affascina; coloro che sono sopravvissuti alla reclusione attraverso le delivery e l’asporto. Una specie unica e rara, che ha continuato a esibire la propria estetica perfetta generando in alcuni casi distacco e in altri coinvolgimento: dalla disperazione di Vanessa Hudgens che non ha potuto partecipare al Coachella alle generose raccolte fondi di Chiara Ferragni e Fedez.

    Ogni coda ha i propri simboli e i propri rappresentanti come se abitassimo temporaneamente vari microcosmi. Gente come noi non fa code come questa.

    La fila indiana procede e mi ritrovo davanti all’entrata del supermercato. Alla mia destra c’è un signore in una posizione ambigua; non capisco se è in fila o aspetta qualcuno. Mentalmente ripercorro i personaggi incontrati: sosia di Nadal, Medusa, Vivienne-Berghain, i cospiratori ma di lui non c’è traccia. Cerco di chiedergli se è in coda ma non riesco ad attirare la sua attenzione. L’uomo della sicurezza mi fa cenno di entrare: mi versa il gel disinfettante sulle mani, mi misura la febbre e mi dà i guanti. Via libera: sono riuscita a entrare. Cerco di ricordare a memoria le cose che devo comprare perché il biglietto l’ho dimenticato sul tavolo in cucina. Encefalogramma piatto. Così inizio a guardare i prodotti sugli scaffali; ecco tutti i miei lovemark da quarantena. Per ogni prodotto rivedo gli spot, che con una retorica impressionante raccontavano che sarebbe andato tutto bene. Ora mi sento a casa, coccolata dai prodotti che fino a qualche mese fa usavano l’olio di palma ed erano responsabili della deforestazione o sfruttavano i braccianti mentre inneggiavano ai valori della famiglia.

    Alla fine, scelgo di comprare i ceci perché come insegna Zerocalcare sono il legume post apocalittico perfetto.

    Finisco di fare la spesa e mi rimetto in coda alla cassa. Sul pavimento ci sono delle linee colorate per evidenziare le distanze di sicurezza, che insieme alle piastrelle del pavimento sembrano dei quadri di Mondrian. Più che a Disneyland mi sembra di essere a Dismaland. Anche i supermercati hanno perso la loro estetica. La frutta non è più esposta secondo palette dettate da OGM e pesticidi, i prodotti non sono perfettamente allineati come se il caporeparto fosse Wes Anderson e i cassieri non devono più nascondersi dietro all’estenuante gentilezza in stile telefilm americano.

    Il supermercato è mezzo vuoto, alcuni scaffali sono stati completamente depredati e per terra ci sono scatole di cartone con impronte di piedi. Si respira un’aria di desolazione, come se la GDO non fosse più fonte di piacere ma solo l’ennesimo distributore di incertezza durante la pandemia.

    Attendo pazientemente il mio turno, mentre la signora davanti a me si trasforma nella versione femminile di Piero Angela e illustra i touch point tra la Spagnola e il Covid-19. Ma il mio sguardo ricade oltre il vetro dell’ingresso del supermercato: il signore è ancora lì davanti ad aspettare.

    Riverso la mia spesa nonsense sulla cassa incontrando lo sguardo perplesso della cassiera. Pago e metto il bottino dentro la borsa Ikea, che sembra una Balenciaga con un tocco punk grazie al mio gatto che la usa per farsi le unghie. Esco e mi trovo davanti il signore. Cerco di capire se nella frenesia del momento gli sono passata davanti, perché dopo un’ora di coda il supermercato appare come un’oasi nel deserto. Con un timido sorriso smentisce il mio timore e mi dice che non è coda: sta solo aspettando. Non aspetta nessun è l’antitesi di Didi o di Gogo e non sta Aspettando Godot. La coda per lui è diventata l’unica interazione sociale possibile: è un evento a cui tutti i giorni può partecipare. Il timore di rivivere il lockdown ha trasformato le uscite, rigorosamente autocertificate, in momenti in cui scambiare qualche parola e le code in folkloristiche manifestazioni culturali.

    L’annuncio del nuovo decreto è diventato un rito familiare: tutti riuniti davanti alla TV tentando di decifrare, ogni volta, le nuove norme permesse. Una sorta di quiz a cui tutti i membri della famiglia sono chiamati a partecipare ma senza nessun tipo di aiuto da casa.

    Intanto le mie sinapsi si attivano e nella mia mente riecheggia la frase: “Se ami l’Italia mantieni le distanze” quasi come se fosse un mantra.

    Saluto Didi-Gogo-non Godot e penso alla citazione “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” della pubblicità Campari. L’idea dell’aperitivo è come una polaroid ingiallita che si custodisce in una vecchia scatola di latta delle pastiglie Leone — che in tempi non sospetti avevano lanciato il gusto Spritz — mi mancano gli aperitivi ai Barbiturici.

    Guardo la coda illuminata durante la golden hour tanto cara alle influencer e improvvisamente il mio quartiere sembra un quadro di de Chirico. Strade deserte e qualche personaggio che evoca uno strano senso di solitudine. Mi ero affezionata al sosia di Nadal, a Medusa, a Vivienne-Berghain e anche ai cospiratori. Fare la coda non serve solamente per testare la propria pazienza; è un modo per sentirsi parte di qualcosa.

    Provo la stessa emozione di quando sono in coda al casello dell’autostrada per rientrare a Torino. La pelle bruciata dal sole del weekend, i capelli pieni di salsedine e le infradito ai piedi. È l’unica coda che vorrei non finisse mai, perché non voglio ritornare alla solita e frenetica routine. L’unica differenza è che adesso non sappiamo neanche quale sarà questa nuova routine.

  • La rivoluzione digitale si trasforma in mobilitazione sociale

    L’acqua è incolore, inodore e informe. È l’elemento indispensabile per la vita: costituisce il 60–65% del corpo umano e ricopre circa il 70% della superficie terrestre. L’acqua è potenza ed energia grazie alla sua capacità di creare nuovi percorsi e non arrestarsi davanti a nessun ostacolo. Le onde continuano a infrangersi contro gli scogli, le barriere e anche davanti all’ostilità umana. Il movimento dell’acqua non è sinonimo di distruzione: è l’inizio di un cambiamento.

    La rivoluzione digitale è stata un’onda che ha travolto prima i Millennial, nati tra il 1981 e il 1995, e poi ha cullato la Generazione Z, i nati dopo il 1995. Questa grande onda ha spinto le nuove generazioni a interrogarsi sulla società in cui vivono, e quando non si sono sentite rispecchiate, gli ha fornito strumenti per alimentare una potente mobilitazione sociale.

    Bubble Up

    Patrisse Cullors, Alicia Garza e Opal Tometi sono le tre Millennial che hanno fondato il movimento Black Lives Matter. Nel 2013 Alicia Garza ha postato su Facebook lo stato:

    Black people. I love you. I love us. Our lives matter, Black Lives Matter.

    in risposta all’assoluzione di George Zimmerman accusato dell’omicidio di Trayvon Martin. Il post ha trovato solidarietà nella rete grazie a Patrisse Cullors che lo ha trasformato nell’hashtag #BlackLivesMatter. Il post e l’hashtag non bastavano a esprimere la delusione di un’intera comunità, così Opal Tometi ha creato il sito che ha contribuito a far nascere uno dei più grandi movimenti americani.

    BLM è un movimento per i diritti umani che non ha un unico leader; è una comunità di persone che si organizza in vari gruppi e singol issue portando avanti i propri ideali. La solitudine del leader non trova spazio nella coralità del progetto, che ha utilizzato i social per informare e sensibilizzare su specifici argomenti. Si è sempre pensato che la giustizia agisse dal basso verso l’alto, ma come sostiene Alicia Garza il movimento è effervescente: si creano bolle che si disperdono solo verso l’alto - bubble up.

    La rabbia non si è esaurita tra tweet infuocati e post incandescenti, si è trasformata in delusione che, come un corso d’acqua, ha inondato non solo il mondo digitale ma anche quello reale.

    Be water

    Un’altra grande onda si è infranta su Hong Kong che dal 2014 ha preso posizione nei confronti del controllo cinese. Le nuove generazioni -e non solo- sono scese in piazza prima con la rivoluzione degli ombrelli nel 2014, e poi negli anni successivi si sono riversate in tutte le principali strade; creando il loro percorso come una cascata inarrestabile.

    Anche il movimento di proteste di Hong Kong non ha un unico capo, ci sono esponenti noti come i GenZ Joshua Wong e Agnes Chow o come il Millennial Nathan Law. Sono una rete fluida di persone senza gerarchie e strutture verticali che comunicano grazie alle nuove tecnologie. Si scambiano informazioni attraverso i social: Twitter, Telegram, Reddit e LIHKG. Usano AirDrop e sistemi di messaggistica crittografata per non essere intercettati, e hanno anche sviluppato un’app per segnalare la presenza della polizia durante gli scontri. I manifestanti si dissolvono nelle strade al grido di Be water, citazione presa in prestito dal maestro di arti marziali Bruce Lee. All’arrivo delle forze dell’ordine i giovani si spostano come la bassa marea che si ritira.

    L’onda d’urto scatenata dalle proteste del porto profumato ha ispirato i giovani di tutto il mondo, che non si riconoscono in determinate architetture sociali e così scelgono di percorrere nuove strade.

    Water games

    La Thailandia è stata sommersa da proteste che chiedono maggiore democrazia e il ridimensionamento del potere monarchico e militare. I manifestanti, molti giovani appartenenti alla Generazione Z, non si sentono rappresentati dal governo che ha preso il potere dopo il colpo di Stato del 2014. Il dissenso ha iniziato a farsi sentire dopo l’abolizione del Future Forward Party, il partito di opposizione che promuoveva un minor potere militare e un programma per migliorare la condizione socio-economica del Paese. La protesta è nata nelle università, in cui sono stati diffusi hashtag su TikTok e Twitter che giocano sui motti delle scuole e il dissenso dei manifestanti.

    Anche in questo caso i social sono diventati un mezzo di protesta che corre controcorrente nella rete e riesce a raggiungere migliaia di utenti. L’onda thailandese si è colorata anche di affluenti pop come l’appellativo rivolto al re Maha Vajralongkorn chiamato He Who Must Not Be Named, preso in prestito dalla saga di Harry Potter, e il saluto a tre dita ispirato alla trilogia di Hunger Games.

    Nella Thailandia moderna stiamo assistendo ai Water Games. Onde di dissenso che lambiscono i giovani studenti che chiedono a gran voce di abbattere la legge di Lesa maestà come Parit Chiwarak e Panusaya Sithijirawattanakul, entrambi attivisti nati nel 1998 che, nonostante la giovane età, sfidano un Paese rimasto immobile negli anni.

    Queste sono solo alcune delle onde che si stanno infrangendo sulle architetture sociali ormai vecchie e superate, innaffiando la terra per far germogliare le generazioni future. Il motore di questi dissensi nasce dalla delusione e non dalla rabbia. La rabbia brucia e si esaurisce dietro una tastiera; la delusione si insinua, scorre e abbatte gli ostacoli come un’onda anomala. La grande onda è il simbolo del cambiamento, della mobilitazione e della voglia di mettere in discussione ciò che fino a qualche tempo fa sembrava immutabile.

    Tutto scorre, anche in un momento di profonda crisi come questo, con la speranza e il desiderio che il terreno torni fertile e rigoglioso per far crescere una società più inclusiva e dinamica.

  • La disparità di genere non è una favola

    “Be a size zero. Be a double zero. Be nothing. Be less than nothing.”

    Il nulla inghiottiva le terre di Fantàsia così come riempie le nostre vite. Il nulla è il protagonista del XXI secolo con tutte le sue sfaccettature: dall’ossessiva smania di apparire attraverso i social, alla mania di aspirare alla perfezione che produce mostri di silicone. Nel nulla si perdono valori e battaglie saranno vinte tra parecchi anni; posticipate a quando la parità di genere diventerà un diritto di ogni essere umano e non una chimera costituita da inutili quote rosa e doppi standard.

    Il gender gap, il punto G della nostra società, non riesce proprio a essere stimolato e di conseguenza diventa un organo atrofizzato e incapace di raggiungere un’erezione culturale. Viviamo un’epoca di progresso in numerosi campi, tranne per quello che riguarda l’abbattimento di una società di stampo patriarcale, in cui i femminicidi continuano a crescere a dismisura perché la donna viene ancora considerata come una proprietà. Una proprietà la cui vita non vale nulla, e questo traspare dalle numerose sentenze che non hanno trovato colpevoli e le numerose pene che sono state ridotte al tempo in cui la capocchia di un fiammifero brucia.

    E mentre in campo giuridico la disparità di genere fa da giudice anche per quanto riguarda la parità salariale le donne vengono clamorosamente duemilasettecentocinque volte sconfitte. Ebbene sì, una donna guadagna 2705 € in meno di un uomo. Su quali basi? Professionalità mancante? Non abbastanza competente?

    “Wear makeup. Prime your face. Conceal your blemishes. Contour your nose. Highlight your cheekbones. Line your lids. Fill in your brows. Lengthen your lashes. Color your lips. Powder, blush, bronze, highlight.”

    Non basta dover essere naturali ma al contempo senza alcun tipo di imperfezione, provocanti ma senza esagerare perché altrimenti ce lo siamo volute, multi-tasking ma senza figli, impegnate ma senza desiderio di maternità, sensibili ma prive della PMS che fa fare scelte troppo impulsive. Gli stereotipi continuano ad aleggiare come fantasmi nella vita lavorativa e privata di ogni donna. Bisogna adattarsi a certi cliché per poter essere considerate e cercare di combatterli non farà altro che etichettarvi come femministe o peggio ancora come femministe estreme, che credono nella superiorità della donna rispetto all’uomo. E tra estremismi di genere e false credenze, continua una favola che non vede più l’alternarsi di un principe azzurro che salva una principessa indifesa; bensì un essere umano che lotta in un mondo che sembra tutt’altro che fatato.

    “Be passive. Be obedient. Endure the pain. Be pleasing. Don’t complain. Let him down easy. Boost his ego. Make him fall for you. Men want what they can’t have. Don’t give yourself away. Make him work for it. Men love the chase. Fold his clothes. Cook his dinner. Keep him happy. That’s a woman’s job. You’ll make a good wife someday. Take his last name. You hyphenated your name? Crazy feminist. Give him children. You don’t want children? You will someday. You’ll change your mind.”

    Il tema della accondiscendenza è uno dei principali ingredienti della ricetta perfetta per creare la disparità di genere. Prendete una qualunque donna e rendetela attraente, così che l’uomo possa godere della sua vista, rendetela muta in modo che il capo non debba ascoltare le sue ragioni, lobotomizzatela per poterla plasmare nel modo che credete necessario. Ecco a cosa è ridotta la donna: il simulacro del desiderio maschile.

    “Be pure. Be virginal. Don’t talk about sex. Don’t flirt. Don’t be a skank. Don’t be a whore. Don’t sleep around. Don’t lose your dignity. Don’t have sex with too many men. Don’t give yourself away. Men don’t like sluts. Don’t be a prude. Don’t be so uptight. Have a little fun. Smile more. Pleasure men. Be experienced. Be sexual. Be innocent. Be dirty. Be virginal. Be sexy. Be the cool girl. Don’t be like the other girls.”

    Un corpo dall’aspetto curato, impeccabile e perfetto; ma attenti a non confonderla con una perfetta tela di un grande artista. Perché in questa favola contemporanea non si parla di arte ma si tratta solo di un piacere visivo, privo di qualunque significato e carico di una sottomissione operata anche a livello inconscio. Siamo bombardati da rappresentazioni di bellezze non naturali, artificiali e talvolta anche pericolose. Bellezze tossiche, canoni sproporzionati ma direttamente proporzionali a una società basata prevalentemente sull’apparenza. Le donne devono essere all’altezza delle aspettative, molto più di un uomo che può tranquillamente far carriera senza che nessuno lo giudichi per il proprio aspetto. Senza dover subire apprezzamenti talvolta espliciti, e altre volte velati e pungenti come i rovi. Così rendono il terreno lavorativo difficile e non fertile, tanto che il 60,7% delle donne lavorano part-time senza che sia una loro libera scelta. E così gli uomini continuano a dipingere le loro Giuditta e le loro Lolita, incasellando le donne, ancora una volta, in banali stereotipi della strega o della femme fatale non riconoscendone i reali aspetti e soprattutto le vere competenze professionali.

    Quindi bisogna dedurre che il genere sia direttamente proporzionale alla professionalità? Che un lavoro possa essere svolto da un genere solo? O dobbiamo affidarci a credenze folkloristiche come: l’ostetrica potrà essere solo donna perché un uomo non sa cosa significhi partorire — una buona ginecologa sarà sempre una donna — un militare sarà sempre uomo perché è più forte. La verità è che bisognerebbe essere più visionari e meno tradizionalisti, si dovrebbe guardare il mondo con un paio di occhiali con due lenti ma infinite gradazioni; in modo da poter riconoscere ogni essere umano non in base al genere ma secondo la propria identità, proteggendola ed esaltandola.

    “Protect yourself. Don’t drink too much. Don’t walk alone. Don’t go out too late. Don’t dress like that. Don’t show too much. Don’t get drunk. Don’t leave your drink. Have a buddy. Walk where it is well lit. Stay in the safe neighbourhoods. Tell someone where you’re going. Bring pepper spray. Buy a rape whistle. Hold your keys like a weapon. Take a self-defence course. Check your trunk. Lock your doors. Don’t go out alone. Don’t make eye contact. Don’t bat your eyelashes. Don’t look easy. Don’t attract attention. Don’t work late. Don’t crack dirty jokes. Don’t smile at strangers. Don’t go out at night. Don’t trust anyone. Don’t say yes. Don’t say no.”

    Si cammina su una strada buia e piena di insidie, non bisogna dare confidenza agli sconosciuti, si deve sempre stare allerta. Bisogna rinunciare alla propria libertà. Bisogna diffidare di chiunque, pesare le parole e pensare ai gesti; perché tutto può essere frainteso e interpretato secondo un codice tutto maschile. La nostra lingua è un altro strumento di sottomissione che non ci permette di esprimere in modo corretto la nostra condizione, il nostro pensiero e la nostra parità. Non esistono parole adatte e molto spesso si sceglie il silenzio invece di dar voce alla propria frustrazione. Attorno al gender gap si è cercato spesso di fare rumore, di creare interesse per poter raccontare ciò che per anni è stato solamente vissuto.

    La strada da fare è ancora lunghissima e i pregiudizi da abbattere sono troppi. Bisogna riformare una società che per anni ha reso mute persone che avevano molte cose da dire ma soprattutto ha negato alle persone la possibilità di vivere il proprio genere, anche se il genere umano è uno solo.

    Queste sono le frasi del monologo Be a lady they said che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero ascoltare anche solo per porsi qualche domanda e scardinare quelle convinzioni che si sono radicate nella nostra mente come edera inestirpabile. Per poter arrivare tutti alla stessa conclusione: il punto non bisogna metterlo prima della G ma dopo; per sancire la fine di un’epoca e l’inizio di un riconoscimento di pari diritti e pari doveri.

    Così attraverso le potenti parole scritte da Camille Rainville si decide di dar voce a tutti gli stereotipi cercando di ribaltarli attraverso le immagini. Un ottimo modo per far riflettere su come il gender gap vive ancora ed esisterà finché qualcuno ci crederà. Proprio come nelle favole.

  • Grinta, tenacia e ambizione. Questo è il trinomio che caratterizza i Millennial, instancabili stacanovisti che devono fare i conti con la crisi economica e il tasso di disoccupazione al 22%. Nonostante siano spinti da emozioni positive, questi ragazzi, noti anche come Generazione Y, hanno sviluppato un senso di angoscia per il futuro e frustrazione in ambito lavorativo. Sono la generazione con il 54% di laureati, ma solo una piccola parte trova lavoro. I Millennial, nati tra il 1981 e il 1995,  faticano a raggiungere una stabilità economica e a emanciparsi dalla famiglia. Oggi, con l’emergenza sanitaria, il senso di incertezza si è amplificato ulteriormente.

    Negli anni, la Generazione Y si è rimboccata le maniche e ha cercato di lasciare un segno. Ha reagito alla crisi con lasharing e la gig economy, e si è adattata a contratti più precari e modelli lavorativi più dinamici come le startup. Ha abbattuto barriere spaziali e temporali con lo smart working e ha cercato posti di lavoro creativi e autentici dove potersi esprimere. I Millennial non si sono lasciati influenzare dalla xenofobia e hanno contribuito a creare una società cosmopolita. Inoltre, hanno iniziato a interessarsi alle cause del cambiamento climatico, che diventerà poi un argomento fondamentale per la Generazione Z.        

    Tuttavia, questi sforzi non hanno riservato un ruolo di primo piano a questa generazione, che cerca di affermarsi in un tessuto sociale che l’ha spesso esclusa. I Millennial sono stati definiti fannullonisenza valori e choosy dalle precedenti leve che non si sono mai interrogate su che eredità hanno lasciato alla generazione successiva. Tutto ciò ha generato uno spettro emotivo che si riflette nel digitale e coinvolge diversi ambiti della vita: dalle relazioni sentimentali consumate in uno swipe, all’acquisto compulsivo con un semplice click fino alla bulimia di contenuti disponibili su ogni device.

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    Tinder e la dopamina: la felicità apparente

    L’amore coinvolge le stesse aree del cervello che vengono stimolate dall’uso di sostanze stupefacenti. L’ipotalamo rilascia la dopamina, un neurotrasmettitore che agisce sulla sensazione di piacere, attenzione e ricompensa. Lo stesso procedimento si verifica anche in dimensione digitale: il like di Facebook o il match di Tinder contribuiscono al rilascio di dopamina, che pervade il corpo dei Millennial di un’apparente felicità e fa aumentare l’autostima. Tinder, in particolare, rappresenta l’alternativa alla difficoltà di costruire relazioni durature perché offre una quantità di rapporti usa e getta che alleviano il senso di solitudine. Questa situazione è completamente ribaltata nell’ambiente familiare, in cui i Millennial si sono nutriti spesso di illusioni sul loro futuro, producendo così, una frattura tra la realtà e il digitale.

    La frammentazione del tempo dei Millennial favorisce, alcune volte, l’uso di app a sfavore dei tradizionali approcci in luoghi di svago. Vivere in una società caratterizzata da narcisismo e individualità rende necessario un allenamento affettivo per poter riscoprire il piacere di incontrarsi di persona e innamorarsi. 

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    Amazon e i lovemark: l’affetto per i marchi

    Il cervello suggerisce gli schemi di comportamento da attuare deducendoli da esperienze passate. Ecco un esempio: quando si cerca qualcosa su Amazon il cervello riceve uno stimolo che si attiva e funziona da trigger, in questo modo l’attivatore si collega a emozioni presenti nella memoria a lungo termine. Gli store online replicano un processo analogo attraverso i cookie, suggerendo all’utente un profilo di acquisti customizzato. Per i Millennial fare shopping significa innanzitutto stringere una relazione con i marchi, che rispondono all’esigenza di distinguersi e ricercare prodotti personalizzati. In questo modo chi compra vive un senso di esclusività e di appartenenza a una comunità.

    Il gesto dell’acquisto è dettato da un fattore emozionale; al contempo, i brand cercano la memorabilità attraverso la produzione di molti contenuti, in modo da lasciare un segno ed emergere tra i competitor. Così si instaura un rapporto di fiducia e affetto che intensifica l’affinità con il marchio, e imbastisce una narrazione emotiva. Un esempio brillante è Apple, che è riuscita a rendere i suoi prodotti uno status a cui molti Millennial non riescono a rinunciare. I lovemark sono brand che toccano e coinvolgono le emozioni dei Millennial, che diventano parte attiva della storia che il marchio vuole raccontare.

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    Netflix e le web-radio lo-fi: l’impazienza della Snack Culture

    Il cervello riconosce l’ambiente e le esperienze già vissute in modo da sapere quali schemi di comportamento adottare. Se, però, si vive in un ambiente sovraccarico di contenuti, il cervello inizia a non riconoscere più le esperienze che si riducono a flussi confusi. Ogni video, informazione o immagine è consumato attraverso appetizer culturali, ovvero brevi anteprime che non sedano la fame di conoscenza, ma solo il bisogno di occupare ogni minuto del proprio tempo. Così la Snack Culture si ciba della Generazione Y.

    Netflix e le piattaforme di streaming sono fonti di contenuti divorate dai Millennial, che non hanno appreso i meccanismi di attesa e sono abituati a ottenere subito ciò che desiderano. L’offerta di numerose informazioni crea una paralisi decisionale: i Millennial sono sopraffatti da un senso di ansia.

    Anche in ambito musicale si percepisce un senso di angoscia con l’ascolto di web-radio lo-fi che trasmettono il più delle volte brani senza alcuna evoluzione musicale. Un’ipnosi sonora che aumenta il senso di ansia percepito dalla Generazione Y e curato a suon di xanax rap. La musica tappezzeria arreda le pareti dei lavoratori in smart working, che si destreggiano tra ritmi frenetici e assenza di orari per raggiungere i loro ambiziosi obiettivi. 

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    Il cambiamento dello spettro emotivo

    I Millennial hanno vissuto una transizione da analogico a digitale che ha cambiato le loro abitudini in ogni campo: dalle relazioni all’intrattenimento. Le emozioni che derivano da questo cambiamento sono differenti dalle precedenti; hanno nomi diversi che riflettono come il digitale è entrato a far parte della realtà della Generazione Y: 

    • Tinderness – le relazioni sentimentali che si muovono online
    • Amaffection – l’affetto e la fiducia che si prova per alcuni brand
    • Netxiety – l’abbuffata di contenuti consumati su ogni device e in ogni momento

    I giorni che stiamo vivendo contribuiranno a un ulteriore cambiamento emotivo per i Millennial, che condivideranno le stesse emozioni con il resto del mondo. 

    La quarantena farà riscoprire il valore delle relazioni umane vissute nella realtà, ed evidenzierà quanto il calore emotivo sia necessario per un’esistenza serena. Le code nei negozi renderanno l’attesa un valore aggiunto, e la scarsa reperibilità di alcuni marchi global farà diminuire l’affetto per i lovemark, diversificando l’acquisto e indirizzandolo verso il local. Infine, la grande quantità di tempo renderà l’intrattenimento un bisogno specifico, in modo da ottimizzare e riempire le giornate scandite da nuovi ritmi lavorativi. 

    Probabilmente questa pandemia potrà originare un nuovo spettro emotivo per i Millennial, mirato allo sviluppo di una maggior pazienza e un diverso tipo di affetto. E chissà, forse finalmente il cambiamento socio-economico potrà riservare un posto a questa generazione.

  • Ho sempre detestato le code. Sono una di quelle persone che regola i suoi desideri in base ai tempi di attesa previsti.

    Ai concerti faccio una prima perlustrazione delle postazioni bar per trovare quella più efficiente, alle sagre cerco di delegare agli amici più intraprendenti il compito di prendere da mangiare e in discoteca mi riempio le tasche di tagliandi per evitare di fare troppe code. Insomma, non sono un animale sociale che ama stare spiaccicato in mezzo ad altre persone e condividere il loro eccitamento per un evento.

    Ma da quando è scoppiata la pandemia ho dovuto rivoluzionare la mia vita. Forse perché sono costretta a fronteggiare ogni giorno una coda, anche solo per prendere il giornale. O forse perché ho iniziato ad appassionarmi alle relazioni sociali che si instaurano tra sconosciuti. Sono diventata, a mia insaputa, un’assidua frequentatrice di conglomerati di persone. E sono arrivata a una conclusione: nessuno sa esattamente cosa sia un assembramento. Addirittura, molte persone continuano a pronunciarlo assemblamento; pensando che un gruppo di individui si può trasformare in un mobile Ikea.

    Così ogni giorno mi imbatto in queste meravigliose installazioni umane che le persone chiamano code, ma che per me sono la nuova frontiera della socialità ai tempi della quarantena.

  • Diffidate da chi vi dice che non guarda l’aspetto fisico in una persona.

    Non credete ai sapiosessuali, agli amanti delle connessioni intellettuali e ai radical chic che vi abbordano citando Kant. L’aspetto conta: è la prima cosa che vediamo nella persona che sta davanti a noi in fila. Notiamo il ragazzo con i capelli afro e gli occhi penetranti, la ragazza bionda con le labbra a cuore e notiamo addirittura la figura longilinea del levriero che abita accanto al nostro appartamento.

    I nostri occhi cercano l’estetica; scansionano il mondo secondo vari canoni di bellezza. Ma adesso è tutto cambiato.

    Quando usciamo incontriamo personaggi mistici, simili alle raffigurazioni degli amici di Zerocalcare. Vediamo figure tutte bardate che scoprono solo polsi e caviglie; non possiamo più perderci negli occhi di qualcuno mentre siamo sul pullman, non possiamo più fantasticare sulle labbra carnose della barista. Ci rimane solo il levriero della porta accanto.

    Non riusciamo neanche più a riconoscere un vero hipster dalla folta barba, perché i parrucchieri riapriranno a giugno e la quarantena ha lasciato, quasi, gli stessi segni su tutti noi.

    Il dramma più grande riguarda noi miopi: sfigurati da occhiali perennemente appannati dal nostro respiro che elude i confini della mascherina. Ma soprattutto non potremo più vivere i nostri colpi di fulmine lampo nel tragitto casa-lavoro o università-bar perché il distanziamento sociale si è fuso con le nostre diottrie, trasformando il mondo in un quadro di Monet.