Alessandro Arcadi College Reporting 2017-2019

Ingegnere civile votato all’ordine e alla composizione anche nella scrittura. Ha un posto riservato sul treno della memoria per ripartire dalle persone, dalle storie, da un passato che è fondante.

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Data di Nascita: 08.04.1994

Luogo di Residenza: Torino

Disponibilità al trasferimento: Sì

Curriculum Vitae

Alessandro Arcadi - Tutti i contenuti

  • Durante un corso di graphic journalism con Danilo Deninotti e Giorgio Fontana ci è stato chiesto di ideare un fumetto su temi di attualità. Abbiamo realizzato delle tavole sul tema Brexit, ipotizzando l'uscita della Gran Bretagna dal "punto di vista" del Principe Carlo. Le sue infantili aspirazioni espansionistiche e il rapporto conflittuale con la madre-regina ci sono servite per esemplificare con tono satirico la gestione 'alla Carlona' da parte dei politici britannici.
    Di Alessandro Arcadi, Edoardo Ciarpaglini, Filippo Orlando
  • I luoghi che viviamo sono molto più che semplici spazi fatti di oggetti. Un luogo è un insieme di storie, è un diario vivente. Al suo interno sono scritti i ricordi, le riflessioni e le abitudini di chi ci viveva e ci vive. A partire da essi è possibile ricostruire una consapevolezza, un'identità culturale, che sia principale strumento di crescita e partecipazione attiva. “Luoghi Comuni” è un progetto editoriale ideato per la promozione di un luogo che sia un modello sociale, culturale e/o di business. Parte da una ricerca sul territorio italiano di quegli spazi che abbiano subito una trasformazione, una ristrutturazione o un cambio di destinazione d'uso, e che siano divenuti simbolo del cambiamento di una famiglia, un’azienda, un paese, una regione. Ogni luogo ha un’importanza sia privata, sia pubblica: qualcuno sceglie di tornarci perché ha un valore affettivo, storico, commerciale, architettonico; io scelgo di raccontarlo essenzialmente per il valore umano che assume per le comunità prossime. Per farlo ho pensato a una rivista crossmediale basata su una commistione di testi, foto e fumetti. La lettura dell'evoluzione di una struttura è obbligo e privilegio di tecnici e maestranze che intervengono su di essa. Così anche nella narrazione di un luogo non si può prescindere dalle tracce che il tempo ha lasciato, quelle più visibili, come quelle più nascoste. Per scoprire come è cambiato un palazzo, una fabbrica, un parco, una chiesa, per raccontare bene cosa è oggi, cosa rappresenta, occorre conoscere i suoi fruitori, dove si incontravano, come socializzavano o come lavoravano. Da questa conoscenza può derivare un profondo senso di appartenenza, una nuova progettualità o anche semplicemente il desiderio di condivisione. Nel lavoro di raccolta e selezione sono state evidenziate quattro tipologie di contenuto: reportage, intervista, lettura del tempo, racconto. Queste corrispondono alle proposte di impaginazione qui presenti. Oltre ai testi e alla documentazione fotografica, si è scelto come strumento grafico e narrativo il fumetto che giunge in aiuto dove per ragioni storico-temporali non è possibile una ricostruzione differente. Le 5 impaginazioni, la proposta di copertina e la SplashPage che offre uno spaccato della struttura, fanno riferimento al Numero 0 della rivista dedicata a "Santagaeta - Storiche Dimore" (https://www.santagaeta.it/le-dimore), antico immobile situato nel centro storico di Racale (LE).          
  • Si chiama Laila. Ѐ bionda, rasata. Ha dei magnetici occhi cerulei. La incontro in biblioteca per caso: è seduta di fronte a me. Legge e io la guardo. Sbuffa e io la guardo. Ha un filo rosso intorno al mignolo della mano sinistra. Ci gioca. Fa quel gesto, quel roteare tra le dita i capelli, che molte ragazze fanno per nervosismo o per noia. Ѐ pensierosa. Io la guardo. Si accorge. “Cos’hai da guardare?”, chiede. Ѐ nervosa. Io non la guardo, con gli occhi bassi sulla mia pagina rispondo: “Cos’è quel filo? Sono solo curioso”. Sorride, lascia andare via un lungo sospiro. Con il dorso della mano spinge il mio mento verso l’alto e invita gli occhi a seguirlo. “Ѐ una leggenda d’Oriente, te la racconto un’altra volta”, dice. “Va bene”, rispondo rubizzo in viso. “Cosa leggi?”. Arriccia la fronte e butta fuori un altro soffio d’aria, come se questa risposta richiedesse un impegno aggiuntivo. “C’è un premonitore, un dominatore dei segreti dell’universo intero. Lo chiamano ‘Il Grande Vecchio’. Abita in collina, dicono”. “Gustavo Adolfo Rol!”, replico. “Lo conosci?”. “Non ho avuto l’onore”. Accenna un sorriso. “Tu cosa fai?”, mentre chiude di scatto il giornale. “Una ricerca”, dico. “Cosa fai, nella vita…”, ripropone e scuote leggermente il capo. “Ah, il giornalista!”. Vorrei continuare ma mi interrompe. “Perché non vieni a Torino Esoterica? Ѐ il prossimo weekend”. Credo di avere uno sguardo un po’ perplesso. Lei intanto porta la mano sullo schienale della sedia, fa per tirarla indietro mentre si alza. Io sono ancora lì a fissare quel filo rosso. Afferra il giornale. Faccio in tempo a leggere l’anno: 1990. Sono ancora più perplesso. “Ci vediamo…”, dice. “Mi chiamo Alessandro!”, la incalzo. “A presto”. Ci vediamo? Non so nemmeno come si chiama. E, poi, Torino Esoterica? Cerco su Internet. “Spettacoli e letture di carte a cielo aperto come di consueto faranno da cornice a questo incredibile evento culturale e sociale che ha portato l'immagine elegante ed esoterica torinese alle antiche glorie.” Cialtroni, penso. Era davvero carina ma non sono cose per me.   Ci vado, alla fine ci vado. Ѐ sabato 19 Maggio. Sono le 15.00. Ho lasciato un caffè e tre amici meridionali a chiacchierare dell’addio di Buffon. Nemmeno il tempo di fargli disputare la sua ultima partita con la maglia della Juventus che già girano le prime indiscrezioni sul suo futuro. Penso che li rivedrò per il calcetto delle 19.00. Passeggio su via Ventimiglia per raggiungere il PalaVela. Ci sono 27 gradi e io vado a sud. Forse preferirei tornare in Salento. Vorrei prendere l’auto per andare in spiaggia. Una volta ho letto che i luoghi magici, quelle energie misteriose, si raccolgono ad ovest dove il sole va a tramontare e si percepisce la presenza del maligno. Io, invece, vado a sud. Passeggio e guardo manifesti del PD, residui stracciati di campagna elettorale. Torino Esoterica? Come se il futuro di Buffon e il tramontare della sinistra non bastassero, come se non ci fossero già abbastanza misteri in questa città. Arrivo difronte all’ingresso nord. Non c’è nessuno. Avevo letto di code per accedere, di un biglietto. Da quanto so il ricavato va in beneficenza. In realtà, avevo anche letto il programma:
    • SCOPO KARMICO DELL’ANIMA;
    • CONNESSIONE DIRETTA CON IL NOSTRO SPIRITO DIVINO;
    • CANTO MAGICO;
    • IL TAMBURO SCIAMANO PARLA;
    • LA MEDIANITÀ DEI TEMPI MODERNI;
    Vabbè. Il cancello è aperto ed è quello da cui sono sempre entrato nel palazzo. Una coppia di ragazzi è con me. Si tengono per mano. Entriamo. C’è un foglio A4 accanto al distributore automatico che recita: CONFERENZE E WORKSHOP - Aula 2 (Sala 1). Devo avere lo stesso sguardo perplesso di qualche giorno fa. Sono qui per lei, penso. Spengo il cervello come atto di ossequio all’ultraterreno e mi lascio trasportare. Seguo una musica messianica attraverso il corridoio, poi gli spalti. Mi guardo attorno e vedo solo stand di artigianato, tavolini in legno e plastica, fiori e strani aggeggi in ferro. Signore di tutte le età leggono mani e carte come notizie dal mondo. Scendo pochi gradini per raggiungere il parterre, lo spazio che abitualmente ospita la pista di pattinaggio e oggi adibito a fiera. Scendo pochi gradini, tenendomi alla balaustra come per non scivolare, ed è lì: non il ghiaccio, non lei, ci sono Fabio, un tamburo e un violoncello. Su un cartello poggiato alla custodia dello strumento, tra le monete, leggo: FABIO GIOVANNI DI MAIO. CD OFFERTA LIBERA. PRESTO SARÀ RIVOLUZIONE. Il titolo mi incuriosisce: fa una strana accoppiata con questo evento e soprattutto con quel cognome. Ѐ un segno, penso. Cara Sinistra questa è più di una indiscrezione. Approfitto di una sedia libera e mi fermo un po’ ad ascoltare. Non so da dove iniziare a cercarla e un caffè ora servirebbe eccome. Tra bancarelle e tende scovo più di qualche viso interessante. Il mio occhio cade sul bracciale di un uomo robusto, intanto Fabio suona. “Riesce a concentrare la mia energia vitale”, spiega a chi chiede a cosa serva. Ѐ un aggrovigliarsi di ferro lucente: mi ricorda un filo rosso intorno al mignolo. Mi ricorda che sono qui per lei. Mi volto: Fabio ha interrotto, ora sorseggia dell’acqua. Dietro di lui uno striscione espone: “Leggere un giornale significa astenersi dal leggere qualcosa che valga la pena. La prima disciplina dell'educazione deve quindi essere di rifiutare risolutamente di nutrire la mente con chiacchiere inscatolate”. La conosco questa frase. Ѐ di Aleister Crowley, artista, poeta, mistico britannico. Uno che ha fatto discutere di sé ovunque sia andato. Mi ricorda che sono un giornalista e che, anche se è sabato pomeriggio, fa caldo e Buffon saluta la Juventus, io sono qui per una verità. Senza pregiudizi. Mi alzo e tiro fuori dalla zaino la videocamera che ho sempre con me. Passeggio verso sud. Osservo, faccio domande, voglio sapere le origini di pratiche e passioni. Frugo tra l’artigianato, tra spille, collane e carte. Qualcuno si lascia registrare, altri sono scettici. Devo avere sempre lo stesso sguardo perplesso. Sono tutti gentili, disponibili, qualcuno un po’ più riservato, qualcuno è un bel cialtrone. Vorrei infilarmi tra le tende e tra le pieghe dei vestiti. Tutti sorridono, io finisco per infilarmi in un’amaca e lasciarmi cullare. Questa tecnica dovrebbe servire a riscoprire il corpo come mezzo per raggiungere il proprio equilibrio mentale. Rientra nelle arti olistiche. Al “risveglio” ancora dondolo. Sto proprio bene.   Mi congedo e faccio pochi passi. Una ragazza recita, consiglia filastrocche medicamentose, ruota un ombrello e fa segno di entrare. Fabio ha ripreso a suonare. Io vorrei una balaustra a cui appoggiarmi: lei è lì, seduta di fronte a me. Mi riconosce e si alza. Ha una rosa che le copre la fronte e due enormi corna ad ornare il capo. Seguo il cuoio dai capelli, lungo il collo, sino al corpetto che le stringe in vita. I piedi sono abbracciati da dei calzari neri e oro. Una gonna verde si abbandona alla gravità. Ѐ alta: non me ne ero accorto. Mi avvicino. “Salve, sono un giornalista”, dico. A entrambi sfugge un sorriso. “Vorrei sapere che legame c’è tra lei e l’esoterismo”, proseguo. Sta al gioco: “Io vivo nel regno della simbologia e dell’arte. Sono qui per parlare di Iatromusica mediterranea. Mi chiamo Anima Vocalia. Tu puoi chiamarmi Laila”. Finalmente si racconta, penso. Per una settimana ho immaginato i suoi occhi, inventato il suo nome. “Riprendo i segreti del canto degli antichi, estrapolati dagli studi di Demetrio Stratos. Si tratta di una tecnica vocale usata nei canti sciamanici, di guarigione, e vietata dalla Santa Chiesa oltre mille anni fa”. Sembra tesa. Prende uno strano strumento di legno ricurvo e lo agita. Ha il suono della sabbia, di onde sul bagnasciuga. Mi incanto, poi riprendo: “In quanti praticate queste modalità?”. “In Italia sono l’unica”, dice e poi si volta. Accanto a lei è comparso un uomo sulla cinquantina. Ha un ciuffo grigio, un gilet in camoscio e tra le mani un tamburello con la pelle dello stesso colore del gilet. La bacia. Io sorrido, abbasso lo sguardo come volessi tornare sulla pagina di quel libro in biblioteca. Ringrazio e vado via. Tra conferenze, attività ricreative, artisti e amache sono scoccate le 18.00. Ho una partita che mi aspetta e devo andare. Forse avrei dovuto riprenderla, mi dico. Poi passo la mano tra i capelli e la porto sugli occhi a cercare l’uscita come fosse terraferma. La intravedo. Salgo pochi gradini e sono tra gli spalti. Imbocco il corridoio e vedo la biglietteria. Serve mostrare il ticket per uscire. Cavolo, penso, e ora cosa gli dico? Riconosco la coppia con cui sono entrato intenta a spiegare alla sicurezza come il cancello del lato nord fosse aperto. Pochi secondi e sono lì accanto. Mi sporgo. “Anche io come loro”, dico. La ragazza fa cenno di sì con la testa. “Dovete rientrare?” chiedono. “No!”, rispondiamo decisi. “E allora non importa, andate via!”. Non me lo faccio ripetere due volte. Uscendo dal lato sud, vedo anche gli stand di street food. Non ho fame: vorrei solo il mio caffè. Penso alla frase di Crowley, alle chiacchere inscatolate. Sorrido. Sono contento di essere venuto. Forse per tre ore non sono stato io. Forse per una settimana. Ma ho capito che per dare valore a qualcosa bisogna conoscerlo e soprattutto crederci. In una cornice di divertimento e relax ho visto gente seguire un bisogno e una passione. Ho visto tante persone ridere e lasciarsi incuriosire. Ho capito l’impegno sociale che c’è dietro: Torino Esoterica con il suo ricavato promuove un progetto interno volto a denunciare la cialtroneria e le truffe che dilagano in questo ambiente. Finanzia uno “sportello donna” e fa chiarezza su un mondo misterioso e pertanto potenzialmente ingannevole. Ho capito quanto sia importante ascoltare e ancor di più chiedere. Mi affianca una signora in bicicletta, guarda verso il Palavela e mi domanda: “Figliolo, che evento è? Si mangia?”. Abbasso la testa, mi accarezzo le dita. Ho un filo rosso intorno al mignolo della mano sinistra. Il mio sguardo è sereno. Alzo gli occhi e rispondo cordiale: “No, mi spiace, qui non si mangia”.
  • ALBANIA: Valona, la crisi silenziosa della cultura turistica

    L’ambizioso progetto del lungomare divenuto sede di movimenti anti-turistici

    3 settembre 2023, Internazionale

    “Il viaggiatore di un tempo era una persona che andava in cerca della conoscenza, e a cui gli indigeni erano fieri di mostrare e raccontare le cose interessanti del posto. Questo atteggiamento di reciproco interesse è svanito da un pezzo.” Così scriveva Robert Byron (1905-1941), eccentrico scrittore inglese, nel suo libro La via per l’Oxiana. Ora che siedo qui sul lungomare di Valona, ho l’impressione che avesse ragione. Quando agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso si iniziò a parlare di turismo popolare, turismo sociale, turismo per tutti, probabilmente Robert Byron non aveva neppure immaginato quel viaggio tra Persia e Afghanistan, oggetto del suo capolavoro. Negli stessi anni in Albania si festeggiava ancora tra fucili, bandiere e bianchi cappelli. Si celebrava il 3 settembre 1920 il ritiro delle truppe liberal-imperialiste italiane, volava alta l’aquila bicipite del Principato (1914-1925). Dopo aver buttato giù costruzioni abusive, hotel e ristoranti non in regola, tra alte palme, stralci di mare e cultura, cento anni dopo sventolano ancora le bandiere, vola l’aquila, con uno stile più sobrio ed accogliente. Fiera si accompagna al vento di Libeccio, alle grida di chi pretende una nuova, l’ennesima, liberazione. La stagione turistica è quasi conclusa, l’estate si prepara a fare i bagagli e il Paese ha già registrato il record di presenze per la nona volta consecutiva. Nonostante questo non si arrestano le manifestazioni ‘anti-turistiche’. Non basta l’aumento del numero dei visitatori stimato circa al 12% in più rispetto all’anno precedente; non basta che siano stati risolti i problemi edilizi, la mancanza di energia elettrica in alcune zone, la fornitura di acqua potabile e la pulizia delle spiagge; non basta lo sviluppo costante del turismo nautico, sebbene attualmente le infrastrutture siano ancora deficitarie o gestite da aziende italiane. Tutto questo non è sufficiente. I cittadini parlano di una città assediata dal traffico, di forme di divertimento chiassoso e molesto, di inciviltà sulla costa, scarsa attenzione alla cultura locale, sovraffollamento degli spazi pubblici e aumento del costo della vita. E così sull’onda del sentimento d’intolleranza verso gli eccessi del turismo di massa non si fermano le pubbliche rimostranze. “Valona non è in vendita!”, urlano centinaia di manifestanti. “My home is not your home” (La mia casa non è la tua), recita un sempre verde slogan, verde come il lungomare di Valona. Mentre siedo tra stabilimenti e banchi di souvenir, i residenti marciano e protestano. I turisti sono andati via e qui restano solo campi da gioco semivuoti, pini marittimi, una donna che lamenta la mancanza di appartamenti disponibili per affitti a lungo termine. C’è chi condanna l’impatto ambientale su spiagge e spazi verdi, chi parla di sovraffollamento, di gentrificazione delle zone periferiche. Ci sono due anziani artigiani che raccontano le loro precarie condizioni lavorative e la distruzione del modello economico tradizionale. A coloro che hanno sempre creduto nella parabola del turismo apportatore di soli benefici economici sembrerà strano, ma la realtà non è assolutamente quella che gli abitanti del luogo avevano immaginato quando il ministero dello Sviluppo Urbano e del Turismo albanese aveva presentato il progetto di attuazione Lungomare Skelë – Tunel (2014). Mentre percorro lentamente la larga passeggiata che fiancheggia il mare, scivolo un passo dopo l’altro lungo l’arco discendente di quella parabola. Cammino fianco a fianco con chi ha conosciuto l’idillio nella rinascita e nell’accoglienza e ora, difronte all’altra faccia del sistema, vive la separazione nella non collaborazione e nella protesta. Se le “colpe” del turista sono l’indifferenza per la cultura ospitante, l’imposizione delle proprie abitudini, il livellamento delle diversità, la “vera colpa” è di una società che non educa. E se per l’Albania si può parlare di una cultura turistica assente, o quantomeno “rudimentale” sino a dieci anni fa, sembra che sia l’Unione Europea a non aver ancora risolto la sua carenza legislativa in materia. Difatti, un reale intervento comunitario non c’è stato. “Il turismo è fonte di ricchezza economica e culturale, sprone alla convivenza e contributo all’Europa dei cittadini e, dunque, alla costruzione europea”, si leggeva nell’approfondimento della “Politica turistica nell’Unione allargata”. Non si era a Valona, ma a Katowice (Polonia). Non era il settembre del 2023, ma l’aprile del 2005, e sembrava evidente che si fosse di fronte a un fenomeno la cui crescita non dovesse essere lasciata all'improvvisazione ma gestita in maniera specifica e professionale. Si parlava dell'esigenza di un ruolo guida nell’evoluzione della società contemporanea, di un settore trasversale che avrebbe dovuto rafforzare le identità territoriali, da cui le istituzioni stesse traggono fondamento. Invece si è assistito alla sempre più marcata spettacolarizzazione di un prodotto. “Quando crei un mondo per turisti crei un falso, una coperta patchwork fatta di stracci, diceva Mary Lee Settle, nota scrittrice americana. Si genera uno spazio turistico “post-moderno”, una coperta fatta di immagini e di icone, di assenza di relazioni, di riferimenti al racconto del luogo più che al luogo stesso. Si costruisce un mondo “esaustivo”, una riproduzione infedele, fatta di schemi e linguaggi del passato, in cui il turista si muove facilmente e testimonia di averlo fatto. Si crea una coperta cucita apposta per chi vuol vedere senza guardare. Quando nell’estate 2014 a Valona si valutava la realizzazione di quello che sarebbe diventato il tratto più rappresentativo della città, a Gallipoli un corteo di abitanti animava la protesta contro il turismo di massa. E io, poco più che ventenne, assistevo attonito. Mi sembra ieri quando, affacciato sul mare dai bastioni del castello di Otranto, distinguevo chiaramente un camioncino muoversi ondeggiando tra i tornanti del monte Maja e Këndrevicës (Sud Albania). Quando il vento spazzava la bruma, amavo osservare al di là delle navi, oltre le onde. Dentro il contorno di quelle cime accennate dipingevo un mondo bucolico da cui arrivava ancora l’eco di una ricostruzione. Oltre le onde, al di là delle navi, ora che siedo qui sul lungomare di Valona, distinguo ancora quell’eco e ho l’impressione che avessi ragione.  
  • Titolo originale: FIRST MAN Regia: Damien Chazelle Interpreti: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal, Pablo Schreiber, Kyle Chandler, Jason Clarke, Corey Stoll, Patrick Fugit, Lukas Haas Distribuzione: Universal Durata: 141′ Origine: Usa 2018

    «SCEGLIAMO DI ANDARE SULLA LUNA ENTRO 10 ANNI NON PERCHÉ SIA FACILE MA PERCHÉ È DIFFICILE E PERCHÉ UNA META DEL GENERE CI AIUTERÀ AD ORGANIZZARE E METTERE IN CAMPO IL MEGLIO DELLE NOSTRE ENERGIE E ABILITÀ».

    First man, il nuovo film Damien Chazelle, è tutto qua: riassunto nel discorso di J.F. Kennedy del 1962. La parabola di un’umanità spaccata e non pronta a fare un grande passo per la sua Storia, ma viva e convinta nel continuare a sognarlo. Il viaggio di Neil Amstrong, un uomo sofferente, a tratti costipato (anche nell’interpretazione dell’attore Ryan Gosling), ma deciso a portare se stesso e la sua famiglia lì dove aveva promesso, sulla Luna. Un regista consacrato al genere musical che si avventura in un Biopic non epico, non storico, a momenti piatto e prevedibile, ma non per questo incapace di raccontare e emozionare con una regia egregia e sobria.   Chazelle porta sullo schermo una spettacolarità limitata che però trascina lo spettatore attraverso la contrapposizione tra la claustrofobia dei luoghi e l’immensità dello spazio, tra la vita bucolica e l’interiorità capovolta, tra il rumore alienante di allarmi, bottoni, cerniere e il silenzio, i respiri, le preghiere.   Neil Amstrong, ingegnere e pilota, è il primo civile a raggiungere lo spazio. “Ho scelto lui perché era un uomo stabile”, afferma Jane Shearon, tormentata moglie dell’astronauta, splendida nell’interpretazione di Claire Foy. E stabile si rivelerà Neil negli anni che lo porteranno dalla prematura scomparsa della figlia al primo passo sulla luna; stabile nel lutto, nella perdita di colleghi amici, come nel giocare coi suoi bambini. La sua bimba Karen tornerà nel viaggio per tenerlo a Terra e allo stesso tempo per condurlo dove nessun uomo è mai stato. Lui supererà tutti i limiti della propria emotività, del proprio corpo, anche di una NASA “cattiva e scricchiolante”, e raggiungerà quel satellite che ha lungamente osservato col cannocchiale. Ha una missione, lo sa, e la porterà a termine con la compostezza, la morale e il lavoro duro.   First man si inserisce silenziosamente nell’epica cinematografica dell’esplorazione spaziale, è un “film di contrapposizioni”, un compendio di generi che non delude, anche se forse pecca nella volontà di inserire troppi contenuti e punti di vista. Si chiude in un silenzio che sa di fatica, di miglioramento e di liberazione  per l’astronauta, la famiglia, anche per il regista. D’altronde si è scelta questa storia, si è deciso di andare sulla Luna perché è difficile e perché una meta del genere aiuta ad organizzare e mettere in campo il meglio delle nostre energie e abilità.
  • Devo ammetterlo: quando ho ricevuto la mail del caporedattore che mi chiedeva di scrivere un pezzo su “La mafia degli assorbenti” ho sorriso. Mi sono detto ‘Cosa? Ma davvero?’. La sera l’ho incontrato per un drink e anche lì la domanda è sorta in automatico: ‘perché parlare di una cosa simile?’. E lì ha sorriso anche lui: un po’ per dire che magari la prossima volta potrei degnarmi di presentarmi alle riunioni di redazione, un po’ perché sapeva di avermi messo in difficoltà. Oggi sono comunque orgogliosamente qui che scrivo. E dico orgogliosamente perché, come ogni persona che non conosce bene un argomento (e io colpevolmente non lo conoscevo affatto), mi sono informato e ho notato che nella stragrande maggioranza dei casi chi ne scrive è una mia collega donna. Questo mi ha fatto pensare molto, più di ogni riflessione femminista o complottistica sul tema. Mi ha fatto pensare che se “noi giornalisti uomini”, noi che dovremmo avere la presunzione di informare, consideriamo ancora le mestruazione come “le loro cose”, un argomento scomodo o imbarazzante, figuriamoci cosa pensano i lettori, gli amici del bar, i ragazzi delle medie. Ho preso dunque coraggio, sono andato a casa di due amiche e ho incominciato a fare domande. Io di spalle annotavo sul mio taccuino ancora leggermente in difficoltà e loro invece ne discutevano serene di assorbenti, come se io non ci fossi. E la cosa mi è piaciuta. Si sono confidate e contraddette. C’è chi li preferisce con le ali, chi predilige i tamponi interni. C’è chi si sente sicura, chi non lo è mai abbastanza. Gli animi si sono scaldati a tratti come per rimarcare che non ci sono e non ci devono essere luoghi comuni sul ciclo, nemmeno tra donna e donna. Ognuna lo vive a modo proprio e questo va rispettato, va capito e parlarne aiuta. Il giorno dopo sono andato al supermercato e ho percorso la corsia dedicata con fare discreto, guardandomi attorno. Detto sinceramente più per qualche residuo di vergogna che per la riservatezza dell’inchiesta. Comunque, ho fissato lo scaffale degli assorbenti e ho cercato di capirne qualcosa (fidatevi che è dura!). Ho letto le istruzioni su un paio di confezioni, i materiali, i consigli e poi ho iniziato a metter ordine, a capire quante specificità ci sono e quanto poco ne so, quanto poco se ne parli. Ho fatto pressoché la stessa cosa nelle mie ricerche online e ora sono qui che provo a semplificarvi la vita “amici uomini” e non solo. Le mestruazioni sono un tema di cui si è soliti parlare poco in casa, in tv, sui social, in ogni luogo fisico e non. Un tabù? Certo che fa strano dirlo nel 2018 ma purtroppo è ancora così. Di mestruazioni si soffre, si ride, si guadagna, ma non si parla. Purtroppo così facendo, oltre a non abbattere il pregiudizio, si alimentano falsi miti e si favorisce chi ancora promuove alcuni slogan e alcuni prodotti piuttosto che altri. Parlare di “mafia” sicuramente è eccessivo, ma per chi li usa, come per chi li produce lo stato normale è non avere le mestruazioni: la donna si deve adattare a questa realtà, come se non esistessero. Il ciclo mestruale è una legge naturale che non trova ancora una posizione giusta nella legge sociale e chi ne ha le chiavi si nutre dell’ignoranza e dell’omertà di chi non vuole vedere, di chi fa finta che non esista. Paragoni azzardati a parte, gli assorbenti usa e getta, il prodotto di più largo consumo (apparentemente l’unico sul mercato), sono nati nel 1888 (ma inutilizzati per decenni perché troppo costosi); gli assorbenti come li conosciamo oggi, con la striscia adesiva sul lato esterno, sono comparsi nel 1980 e da quel momento non si sono evoluti molto, anche perché non ne hanno avuto la necessità. Sono cambiati i materiali, le forme, gli spot, ma più per adattarsi al costume e alle leggi giuridiche che a quelle di un mercato sempre fiorente. Diamo qualche numero. In Italia sono circa 20 milioni le donne in età mestruale. Ognuna ha il ciclo per più o meno 30 anni, almeno 12 volte all’anno. Fanno circa 400 volte in una vita: oltre 2.000 giorni di mestruazioni. Nel mondo l’impatto è ancora più impressionante con 3 miliardi di donne come potenziali clienti. Dal 1980 ad oggi gli assorbenti non sono cambiati perché la domanda è inesauribile e la concorrenza in pratica non esiste, o meglio anche di questo non se ne parla. Quello che non sappiamo (uomini e donne) è che esistono aziende sparse per il mondo, con alcune eccellenze in Africa dove la necessità è in questo caso di grande aiuto, che sono composte e gestite da donne, e da anni lavorano con dedizione per trovare soluzioni innovative ed ecocompatibili. Esistono ormai moltissimi prodotti riutilizzabili per il ciclo che non ci chiedono di rinunciare alla praticità e addirittura danno maggiori garanzie in termini di salute rispetto a tamponi e assorbenti usa e getta. Parlo di assorbenti in cotone biologico, bambù, canapa, lavabili in lavatrice. Esistono perfino corsi “Fai da te!” per cucirli e farlo col proprio, giusto, grado di assorbenza. Parlo di spugne marine. Parlo in particolare di coppette mestruali. La coppetta mestruale esiste dal 1920 eppure è il prodotto più moderno per l’igiene intima femminile. Facile da usare, rispetta l’ambienta e utilizzandola correttamente ha una durata fino a 15 anni. Costa 30 euro, a fronte dei circa 3.000 euro che si spendono per i 12.000 assorbenti usati in media durante la vita riproduttiva, ma nonostante ciò il suo utilizzo è ridottissimo. Purtroppo i pochi acquisti ne fanno un modello di business “debole”: i ristretti margini costringono le aziende che le producono a non investire in pubblicità. C’è da dire che il basso consumo è giustificato anche da motivazioni pratiche: l’inserimento manuale nella vagina è un gesto di familiarità col proprio corpo tutt’altro che banale, soprattutto se ci si avvicina in età più adulta. Ma vabbè, un primo bilancio fa comunque pendere l’ago dal lato della coppetta mestruale eppure, anche se questo strumento fa bene alle donne e all’ambiente, diffonderne l’uso sinora non è stato di interesse pubblico. Come mai? Beh, occorre fare i conti con “la mafia, la lobby degli assorbenti”: avete idea del business che gira intorno all’acquisto di 200 milioni di assorbenti al mese? Inoltre, se le mestruazioni non occupano una posizione degna nella legge sociale, di certo non se la passano meglio a livello giuridico. In Italia infatti gli assorbenti hanno un’Iva del 22%, simile a quella sui ben di lusso, e purtroppo, lo sappiamo, quando ci sono dei ricavi (consiglio di dare un’occhiata a questo video autorevole - https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/iva-assorbenti-in-italia/f12ec14a-424d-11e8-9398-f8876b79369b-va.shtml), per quanto illusori nelle finanze di uno Stato, è sempre difficile farne a meno. La proposta di legge per ridurre l’imposta risale ormai al 2016 e da allora nulla è cambiato. Parliamo di aliquote applicate a mobili, trattamenti di bellezza, apparecchi informatici, abbigliamento, acqua minerale in bottiglia ed elettrodomestici, oltre a carta igienica e pannolini per bambini (anche qui ci sarebbe da discutere!).   E l’ambiente? Abbiamo pensato all’ambiente? Macché. Gli assorbenti non sono dei rifiuti comuni: 3 miliardi di donne sanguinano per quasi 40 anni con una media di 25 pezzi al mese. Potete intuire le dimensioni del fenomeno e quanto costi smaltire un tale quantitativo di prodotti a fine vita (breve vita) con tempi lunghissimi (500-800 anni in discarica). Senza contare i residui di sostanze chimiche, gli strati di materiale sintetico, bustine in plastica e applicatori che finiscono in mare. Senza contare la spesa per produrre un assorbente usa e getta che necessita di ingenti quantità di polpa di legno, plastica e di processi chimici per garantire il massimo grado di assorbenza. Ecco che non stupisce se essi rientrano tra quei numerosi prodotti di plastica usa e getta che la Commissione Europea vorrebbe tassare per ridurne il consumo e salvaguardare l’ambiente. Tassa che ricadrebbe ovviamente sulle donne, che in molti paesi dell’Unione Europea, non solo in Italia, su questi prodotti di prima necessità pagano già l’aliquota massima appunto. In questo caso, viene da ridere a dirlo, ma fortunatamente il tabù aiuta. Infatti, «nessun membro del Parlamento vorrebbe essere ricordato per il suo voto a favore di una tassa sugli assorbenti», ha recentemente commentato Ariadna Rodrigo di Greenpeace. Per cui probabilmente nessuna tassazione, ok, ma perché non produrre delle campagne di educazione al consumo per prodotti riutilizzabili (come le coppette mestruali) o di informazione sul corretto smaltimento di tamponi e assorbenti monouso? Vedremo. Per inciso, se la proposta sulla riduzione delle imposte avrebbe potuto toccare gli interessi di qualcuno, che dire di quella sul congedo mestruale? Anche qui, ancora nessun riscontro, come a testimoniare che ci sia sempre più bisogno di una sensibilizzazione che tocchi tutti, in ogni strato sociale. Non si tratta di “quote rosa”, né di un trattamento speciale per il “sesso debole”, ma di prendere atto delle diversità senza negarle, rendersi conto che la salute viene prima della produttività (che poi bisognerebbe effettivamente valutare cosa rende di più). Infine, ma di certo non per importanza, la realizzazione degli assorbenti tra l’altro non sempre prende in considerazione i rischi per la salute delle donne. Quali materiali si adoperano, quali processi chimici intervengono nel processo di realizzazione, in che condizioni si producono e lavorano le persone impiegate in questo settore? Molto spesso non si sa. E non lo si vuole far sapere. Tra le marche di assorbenti industriali è d’uso comune rendere noti soltanto alcuni materiali quali la cellulosa, il polietilene (una delle plastiche più comuni), carta siliconata, cotone, poliestere, polipropilene (tela di plastica non intessuta), polpa di carta sbiancata e aromatizzata. A volte nemmeno questi. Vi invito a verificare di persona: le donne a casa propria, gli uomini facciano come me un giro nell’apposita corsia al supermercato senza vergognarsene. E se qualcuno chiede, rispondete che state verificando il prezzo di essere donna, madre, figlia, perfino Terra. Parlatene e spiegate che non farlo è un rischio per la loro salute, per le loro tasche e per il pianeta, oltre che una evidente discriminazione di genere.
  • Salvo le puntate di Dragonball viste con mio fratello, le lotte per cambiare canale, i salti sul letto, gli schiaffi, salvo il telecomando rotto. La piscina in quarta elementare, la fila per due, i suoni del pullman, le urla, le canzoni, la strada e poi la colazione condivisa al rientro. Salvo i litigi tra mamma e papà, le feste andate male, gli inviti rifiutati, le partite a ping pong, la chitarra che rotola. Le gare di tiro libero al minibasket, quei quindici minuti a palleggiare, il sentirsi incapace. Salvo la bambina che mi sedeva affianco e considerava suo fratello, le recite, il catechismo, Inter-Udinese e il fatto che poi mi abbia abbandonato. Salvo l’ultimo banco… Le crepes di mia nonna Teresa, il rollè di tacchino, le patate al forno, la pasta con le cozze, il bitter, l’orzata, il pensiero innocente – suo come di mamma – che a volte quel dare qualcosa, qualcosa di concreto, fosse amare abbastanza. Salvo mio nonno Paolo, la sua bicicletta da corsa, la carne in scatola e le partite a carte. Salvo le scale fatte col fiatone, il divano che lo culla, la frisa e la canotta bianca al mare. Salvo le camicie gialle e rosa, i mutandoni, i suoi cappotti beige. Salvo il “porti fulmini an capu” come il giorno del suo funerale. Cecilia e quella piccola bara bianca. Noi ragazzini si rideva in processione. Salvo l’inconsapevolezza di cosa stesse accadendo. Salvo i quaderni, Raikkonen campione del mondo 2007, il professore Fedele che mi butta fuori dall’aula. Le riunioni in bagno e quell’uscire dalla classe per cercarle. Salvo i rifiuti, gli insulti, Mario, Rossella, il gioco con le scimmiette. Salvo Spyro2, PES2, GranTurismo e Metalslug. Le domeniche in salagiochi, le gare in bicicletta, le partite a pallone per strada, le lotte con i limoni, il nascondino, le qualificazioni… Salvo Paolo, Mario, la signora Annalina, il preside Fazzi, Gino e la Maria. La signora Rina e la Surano. Il mio odio per il canto. Salvo il gioco “Kinder Pingui – Fetta al latte”, il “lupo mangia frutta”, la mattonella rotta. Salvo Pippi ‘Sguincio’. Salvo il giro della morte, i racconti per quindicenni, le rose rosse, i compleanni sotto gli scantinati.   Salvo la mia vespa e ovunque mi abbia portato. Salvo le collane e i bracciali che non ho mai indossato. Il giubbino della Cresima e la palestra in cui mi allenavo ogni sera.   Salvo la mia bici gialla, gli 883 e la corriera per il mare. Il lido la Cueva. Salvo Torre dell’Orso e una adolescenza di trasgressione. Le intrusioni notturne, il clan e tutto quello che non avrei dovuto fare.   Salvo la mia amata professore Lagna, la succursale delle superiori e le trasferte a Brindisi per ridimensionare il nostro crederci dei campioni.   Salvo mia Nonna Gina e la sua lasagna, la forza e la premura. Quel nostro vederci ogni sabato all’ora di pranzo, i baci dovuti, gli arredi della cucina. Salvo le sue stampelle.   Salvo il Nonno Gino e quel bicchiere di vino di troppo, la Polo stationwagon e le pizze a Santa Maria al Bagno. Salvo un bene lontano e comunque profondo.
  • Nonno Alessandro e suo nipote Antonio. - Guarda Antonio! Guarda qui, guarda dal finestrino. Cosa vedi? - Sempre le stesse cose, nonno! Le stesse di una settimana fa. - Non dire così. Guarda meglio. - Allora… gli alberi, la stazione, i binari merci, le postazioni di lavaggio. Lì c’è la polizia ferroviaria, là le officine. Ah, il pub. Certo, il pub sul ponte. - E basta? - Nonno… - Guarda, Antonio. Partivo da qui. Binario 10. Partivo ogni settembre, ogni Pasqua, Natale, poi giugno, luglio, insomma ogni estate. E ogni volta, che nevicasse o ci fossero 35 gradi, sapevo cosa avrei visto. - Ora lo so benissimo anche io.

    (Sorridono)

    Alessandro riprende.

    - Avrei visto me e un altro viaggio, un’altra partenza, un altro ritorno. Avrei visto mio papà, Ant… - Si, si, è a lui che devo il mio nome. - Esatto. Sapevo avrei visto Rosanna, mia mamma, la ricordi? - No, nonno, come potrei? - Già. Era perfetta. Gonna nera, giacca, trucco e capelli a posto. Che nevicasse o ci fossero 35 gradi, lei era là. Bellissima. Mi aspettava al binario 2, accanto al sottopassaggio. Oppure in auto, quando papà parcheggiava in doppia fila e la lasciava lì. Di fretta. - Si, si, poi posavi le valigie, chiudevi lo sportello e ti chiedevano “come stai, figliolo?”. Nonno? Ma non ti stanchi a raccontare sempre le stesse storie? - Hai ragione, Antonio, se ti annoio la smetto. - No, no, dai! Solo dimmi qualcosa che non so. - Qualcosa che non sai… - Mmm... - Allora… Asti e Alessandria non sapevo se esistessero davvero. - Come il Molise! - Sì, esatto…12 anni in Piemonte e mai che abbia avuto occasione di andarci. Ho dovuto aspettare che mi convincesse tua nonna. A me le stazioni bastavano. - Perché c’è altro da vedere? - Non saprei. Comunque, dopo Alessandria c’è Piacenza. Ѐ grigia: km e km di foschia e campi piatti. Dunque, Piacenza, poi Tortona, Voghera, Bologna! Aaah, Bologna per me è un’ora, una favola. Ѐ la mia mezzanotte, la mia scarpetta di cristallo. Sapevo che era il momento di chiudere tutto e abbandonarmi a quel “materasso”. Cazzo se era scomodo! - Nonno! - Si, si, scusa. Rimini… - Ma hai intenzione di raccontarmi tutta la tratta? - Tu mi hai chiesto di… - Si, ma non credevo… vabbè, continua nonno, continua! - Stringo, ho capito. Ѐ solo che quel treno, INTERCITY NOTTE 757 – 20.20 TORINO P.N. – 8.53 LECCE; car…; PNR… quel treno è 12 anni della mia vita. Andata e ritorno. Dal pub sul ponte ai peschi della pianura padana, dai canestri nelle acque di Ancona ai palazzi abusivi d’Abruzzo, dai panni appesi a Monopoli agli ulivi, gli ulivi…su quei binari è passata una vita. 12 anni di viaggi e quante storie in quelle cuccette C4 COMFORT PROMISCUO… - Storie, storie, sempre storie. Nonno parli come se questa vita fosse un libro di racconti. - Lo è. Un volume unico. Era il titolo di una canzone che amavo tanto. - Cosa? - Nulla, nulla. La nostra conversazione aiuta a ricordare vecchie canzoni, vecchi libri. - Tipo? - Hai mai letto “La vita è un treno per Torino”? - No. Mai sentito. - Ѐ narrativa moderna. Ѐ nella mia libreria: lo cercherò per regalartelo. Ѐ la storia dell’autore, Bruno Panebarco, ma è un po’ anche la mia storia. Sai, mi piacciono i treni... - Si era capito! E allora? - (Sospira) Allora scrivo, registro, appunto. Almeno lo facevo. Scrivevo con gli occhi su quel treno. Osservavo e portavo a casa in valigia. Segnavo luoghi, visi, nomi. Associavo la mia vita alla loro. - Credo di non capire. - Ora ti faccio un esempio. Antonio e Rosanna. Mamma e papà. Te ne parlavo poco fa. - Eh… - Credo di averli incontrati più di una volta su quel treno. - Ma come? - Era il 2016. O il 2017. Bah, vabbè, è uguale. Ricordo ancora quella canzone…   ‘...siamo la fine di maggio, l’inverno subito dopo, l’inevitabile uscita di scena e gli occhi chiusi in una foto. E adesso un altro trasloco, e forse un’altra città, un’altra strada da fare, un altro mare da guardare, un’altra vita da inventare…e arrivederci allora, arrivederci amore mio, in questo giorno che sembra Dicembre, tra gli alberi. E arrivederci allora, io non riesco a dire addio, in questo giorno che sfugge di mano, tra gli alberi. Ma ci possiamo fidare di noi, scrivimi quando vuoi…’ (Arrivederci allora, Maldestro)   Scrivevo, mentre guardavo le montagne scorrere sullo sfondo attraverso un vetro sporco e un altro tramonto. Scrivevo, sorridevo impacciato nello scompartimento, origliando discorsi, litigi, letture. Mentre andava una sola canzone in un solo auricolare, io scrivevo. Poi spesso una domanda scontata rompeva il ghiaccio: “Tu cosa fai a Torino? Studi o lavori?” “Studio, signora.” “Ah, e cosa?” “Ingegneria.” “Quale?” Era faticoso uscire dal proprio silenzio. - Nonno? - Cosa c’è? - I tuoi genitori. - Hai ragione, hai ragione. Era il 2017, dicevo. Ricordo quella canzone, quel viaggio più di molti altri. Ricordo io e i miei bagagli già disposti per essere scesi. “Siamo in arrivo a…Lecce”. Guardo i sedili difronte e ancora sorrido, li immagino lì, seduti sereni a scambiarsi sguardi d’approvazione e d’amore. - Ma chi? - Due cari signori: avevano giusto la mia età oggi. Antonio e Signora. Mi piace pensare fosse una Rosa, Rosaria, Rosanna, per credere che lui si chiamasse come papà e lei come mamma. - Erano simpatici? - Molto. Antonio, 70 anni appena compiuti in una festa con 42 amici invitati, faceva l’operaio. L’ha fatto per 38 anni in fabbrica a Torino. Era arrivato a 14 anni, dal foggiano, per precisione da San Severo. Ogni anno come quella notte faceva ritorno per la festa del paese. [video width="3840" height="2160" mp4="http://thewall.scuolaholden.it/wp-content/uploads/2019/05/TheWall_Treno.mp4"][/video]   Mi raccontò che, arrivato in città alla domenica, al lunedì era già in fabbrica. Qualche mese per ambientarsi e poi la prima sbornia, presa giocando a ‘passerella’. La mattina dopo - mi disse - buttò giù il latte e la convinzione che per godersi la vita gli sarebbe bastato lavorare sodo. In realtà, non gli bastò. Ci aggiunse poche cose: girare il sabato sera per la sua città in macchina di amici, al più una sigaretta al giorno, tassativamente sul suo balcone, e ovviamente la sua moglie meravigliosa. - Rosa? - Rosa era una donna meravigliosa, piena di vita. Lei non stava ferma un attimo, andava ovunque. O meglio andavano: lei e la sua auto. Ha lavorato per 41 anni, 8 ore al giorno, girando a folle in città. Ricordo le sue parole perfettamente: “Oggi inizio ad avere paura di andare.” Lui la interrompe: “Sta tranquilla” (con un tono tra il premuroso e il necessario). Rosa era una donna alta e risoluta, originale nella sua bellezza consumata dagli anni, forse dal non aver avuto figli. Consumata dalla dialisi, da quelle 3 ore giornaliere che sottraeva alla sua vita e al marito. La dialisi che la fermava e in parte fermava i loro sogni. In parte, non del tutto. Dopo tanti, duri, ma soddisfacenti anni di lavoro e niente figli, nipoti lontani, si erano ripromessi che con 2 pensioni sarebbero partiti, sempre e ovunque, loro due assieme.

    (Alcuni secondi in silenzio)

    - E li hai mai cercati? Li hai mai rivisti, nonno? - No, in quella decina di anni ho fatto centinaia di viaggi, ho incontrato centinaia di persone. La maggior parte di loro non li ho mai più rivisti. Ma ho conservato il ricordo di alcuni momenti intensi. Mi piacciono i treni, dicevo, mi sono sempre piaciuti. In treno le persone, forse perché sanno che non ti rivedranno mai più, non hanno paura a essere se stessi. Si raccontano. E, come vedi, io racconto ancora le loro storie. - Sì… - Cosa avevamo in comune? Probabilmente solo il punto di partenza e quello di arrivo. Spesso nemmeno quelli. Ma per piacere o per interesse - far trascorrere più in fretta 13 ore di bonaccia - si è disponibili a contatti più facili e spontanei. Antonio e Rosa per me sono ancora in viaggio. Chissà dove. Magari tornano a San Severo per la festa, magari sono ancora a ridere su quel treno. - Gran bella storia nonno. Grazie. Ma ora dimmi… perché lo hai comprato? - Perché? 12 carrozze, cabine ampie e confortevoli. Porta abiti, prese di corrente e un lavabo con acqua calda e fredda. Ore e ore di ritardo. Articoli da toilette, snack a scelta e quotidiano al risveglio. 25 ml di acqua in una confezione inutilizzabile e tante, tante storie. - Sì, ma… - E ora, guarda, è mio.

    (Rumore di ferraglia)

    - Oh, scusa nonno! Scusa! Mi è caduto! Solo che tu mi chiedi di guardare in un finestrino di 1 cm x 1 cm. - Tranquillo, Antonio! Non l’ho comprato per fargli prendere la polvere. E poi, su quella linea, gli incidenti non sono mai mancati.  

    Alessandro sorride, mentre si alza dalla poltrona e si avvicina alla libreria. Cerca il libro promesso al nipote.

  • «L’Italia? Prima di partire non ne sapevo nulla. Cosa mi aspettavo? Tutto quello che c’è adesso».

    Rodrigue Kossi, 23 anni, togolese.
    Un diciasettenne togolese non sa granché dell’Italia. L’ha conosciuta a scuola per la sua Storia, per le guerre, l’Impero Romano, ma della società italiana un diciasettenne togolese non sa nulla. Sa magari la sua posizione geografica, che è un paese “di moda”, con una cultura ricca, ma non sa nulla sul vostro modo di pensare. Prima di partire nessuno mi aveva mai raccontato nulla. Tramite la televisione, i social, sappiamo che l’Europa è un piccolo paradiso, che ci sono cose belle, c’è possibilità di viaggiare e le strade sono in buone condizioni. Sappiamo che c’è democrazia, poca violenza e il tasso di criminalità è basso. Che c’è lavoro. Questo è quello che sappiamo. Io mi sono interessato a questo Paese perché ci viveva mio zio, perché sapevo che il livello di istruzione era molto più alto. Oltretutto, non chiedermi perché, ma ci sono delle scuole italiane giù in Togo, sponsorizzate dall’ambasciata, che insegnano la lingua italiana e che danno dei visti agli studenti togolesi per venire qui in Italia. Io sono venuto per conto mio, ma sappi che ci sono. La prima motivazione, la prima cosa, era dunque studiare. Cosa mi aspettavo? Mi aspettavo tutto quello che c’è adesso. Sì, forse immaginavo delle condizioni migliori a partire dall’educazione; mi aspettavo un livello di formazione più avanzato e tante altre cose, ma in fondo tutto quello che vedo oggi me lo aspettavo. Sono venuto in Italia per studiare, per avere un futuro migliore rispetto a quello che spetta a un ragazzo come me che è rimasto in Togo. Non so se sono riuscito a spiegarmi come volevo. Comunque il mio processo di adattamento qui è stato difficile e oggi dopo 5 anni non è ancora completato. L’integrazione in Italia è lenta, difficoltosa. Spesso si incontrano persone che non vorrei definire chiuse ma che sicuramente non sono tanto a conoscenza della cultura africana, soprattutto dell’Africa centrale, e non se ne interessano. La mia prima esperienza di convivenza è stata spiacevole: il mio coinquilino era poco disponibile, poco simpatico e non vedeva il mondo come lo vedevo io. L’anno successivo ho cambiato appartamento e ho incontrato persone interessate a me e aperte al confronto. Tornando al mio processo di adattamento ribadisco che è stato difficile. L’integrazione è difficile. In Italia non c’è una società che definirei accogliente. Il Paese è accogliente. La Legge è accogliente: arrivano i migranti e si offre loro del cibo e un posto dove stare. Ma la società, le persone, non sono accoglienti. Come ti ho detto nessuno mi aveva raccontato nulla dell’Italia. Io sapevo solo che le condizioni erano migliori rispetto a casa mia. Non pensavo mai di incontrare persone chiuse, tanto meno razziste. Sono poche quelle che vanno incontro alle culture straniere. La maggior parte basano le loro idee su pregiudizi. Magari si credono “autosufficienti” e non imparano. Non lo so! So che quando ero bambino e venivano in Africa ragazzi bianchi, ragazzi europei che facevano parte di Ong, aiutavano i bambini, giocavano con loro, insegnavano il francese, l’inglese, ed erano molto più apprezzabili. Magari qui non ci vogliono.         La società italiana è tra le più ricche di cultura nel mondo e agli occhi di uno straniero è molto interessante. Interessante nel senso che ha delle particolarità, che come moda, come cibo, come modo di vivere desta interesse, tendenza. Allo stesso tempo penso però che è da tempo una società chiusa su se stessa, che guarda alla sua fetta di mondo. Per esempio, quanti parlano anche solo un’altra lingua? E sull’immigrazione torno a dire che la Legge è accogliente, le persone meno. È difficile che i ragazzi immigrati trovino un lavoro, un posto in cui vivere, dopo che l’aiuto da parte dello Stato è stato sospeso. E sono quelle le cose di cui hanno bisogno. E la mancanza di quelle spesso li obbliga a fare cose non belle, sicuramente spiacevoli. Comunque l’integrazione è difficile, ma si fa.   Se ho subito discriminazioni? Da studente straniero non credo, ma da straniero sì. Cioè all’interno del nostro ambito di studio, del Politecnico, non ho mai subito alcuna discriminazione né dai professori né dagli studenti. Certo, a volte qualcuno mi ha detto “Tu fai questo perché sei nero”. O anche i miei compagni nei gruppi di lavoro non erano tanto pazienti perché magari io avevo difficoltà a capire le cose, magari per difetto nella lingua o magari per difetto di comprensione in quella materia. A volte finiva che si organizzavano per conto loro e mi tagliavano fuori. Tu più che altro non partecipi tanto. Però in quei casi non voglio dire che si comportavano così perché sono straniero, ma solo per i miei difetti con la lingua o con la comprensione. Posso dire dunque che da studente non ne ho mai subite, ma da straniero sì, viste e subite. Magari per strada uno che ti manda a f*****o, uno che ti grida “Tornate a casa vostra!”. Per fortuna io non ho vissuto esperienze particolarmente brutte. Semplicemente a volte capisci che uno non ti vuole tanto bene e allora niente, io mi allontano. Infondo siamo umani: c’è a chi piace come sei fatto, c’è a chi no. Una persona che viene qui e resta tre o quattro anni lontano dai suoi genitori, dai suoi amici, può anche essere diffidente o anaffettiva, ma fidati che soffre. Soffre nel non trovare persone che gli vogliono bene. Soffre di non sentirsi apprezzato come persona e come singolo. E poi quando torna giù in Africa rientrare qui diventa ancora più difficile. Ti dici “C***o! Qui ho i miei genitori, ho da mangiare, ho chi mi vuole bene. Perché tornare?”. Anche tu infondo sei venuto qui a Torino da un’altra parte di Italia e quando vai via già per te è difficile tornare qua. Ovviamente è diverso, è anche una questione personale e di mentalità. Infine vorrei dire che nonostante tutto è stato un passo avanti per me perché le opportunità che ho qui a casa mia probabilmente non le avrei mai avute. E non parlo solo di opportunità finanziarie, parlo della possibilità di seguire delle lezioni in buone condizioni, parlo di avere libri, avere internet, avere tante cose che mi aiutano a studiare e ad approfondire le mie conoscenze. Tutte opportunità che in Togo magari non avrei avuto. È stata una bella esperienza venire qui in Italia, conoscere persone, imparare una nuova lingua, una lingua particolare come l’italiano che, anche se parlata solo dagli italiani, ha il suo fascino ed è una lingua “pesante”, che ti apre tante porte. Poi vorrei dire che al mio arrivo in Italia avevo solo 18 anni e ovviamente sono maturato molto qui: è cambiato il mio modo di vedere il mondo e ho capito come poter partecipare alla crescita del mio continente, del mio Paese se un giorno decidessi di tornare. È proprio vero che da fuori si vede meglio di quando si è dentro. Tornando indietro avrei studiato di più. Per laurearmi in tempo. Ma vabbè, è la vita. Non serve focalizzarsi su quello che non abbiamo potuto fare. Ci focalizziamo su quello che abbiamo ancora da fare. La vita ce l’abbiamo ancora tutta davanti e occorre stare concentrati sul futuro. Parlando di persone, anche se non sono proprio “amici-amici”, ho avuto tanti bellissimi rapporti con dei ragazzi italiani. Sono stati sinceri, ho potuto raccontare loro i miei problemi e mi hanno aiutato a imparare la lingua, ad integrarmi. Io continuerò a mostrarmi aperto a tutti, aperto fino a un certo punto perché ci sono cose che non vanno raccontate mai. Il mio carattere forse mi ha aiutato ad avere delle buone relazioni e anche se ci sono state, ci sono, delle persone che ti trattano male, ti mettono a disagio, noi non dobbiamo focalizzarci sui momenti brutti, ma prendere sempre i lati positivi. Rodrigue
    Rodrigo (si è presentato così la prima volta, se vogliamo “già italianizzato”) è un Amico. Per chi non lo sapesse è nato di domenica come indica il suo secondo nome (Kossi) e per me è stato davvero una benedizione. Ha ragione nel dire che un po’ lo capisco: quando sono arrivato a Torino nel 2013 anche io mi sentivo uno straniero. Ero lontano 1200 km da casa, sentivo la mancanza dei miei genitori e vivevo in una piccola stanza in un collegio per preti, avevo un letto in ferro degli anni ’30 e una cappella di preghiera come stanza accanto. Ero nervoso, mi isolavo nella musica e nel cibo, in aula al Politecnico ero sempre seduto in ultima fila. Mi sentivo spaesato tra questi palazzoni e vedevo un po’ tutto grigio (non che mi sbagliassi). Quello che non racconto è che io vivevo comunque in una città “del meridione”, vivevo con mio fratello, avevo qui la mia ragazza e un gruppo di amici del liceo. Lui era solo. Aveva uno zio prete che abitava in un paesino a 30 km ma lo vedeva di rado. Nonostante questo ogni giorno aveva un gran sorriso ed era sempre vestito bene. Vedevo la sua testa rasata seduta davanti a me, poi la vedevo sbucare tra la gente sul tram e infine sull’altro lato del viale che portava a casa. Camminavamo accanto a distanza di 50 metri, abitavamo a un isolato l’uno dall’altro. Io ero un po’ chiuso nel mio mondo. Lui contrariamente a come dice era timido, un po’ diffidente, ma nonostante questo dopo poco tempo fu il primo a presentarsi. Ovviamente è stata dura all’inizio: io cercavo di capire qualcosa e rispondevo in un francese maccheronico, lui mi chiedeva di ripetere in italiano, mi guardava e non spiccicava una parola. Dice di aver imparato tanto qui, da noi, ma in realtà credo di avere appreso molto più io da lui (certamente non il francese) e penso che possa dare lezioni di umiltà e tolleranza a chiunque.
    Alessandro
  • «Mio padre è un ingegnere, mia mamma è una maestra di scuola elementare. Da bambina ho vissuto con una certa ansia di crescere, di essere indipendente, per mettermi al pari e poter fare le mie cose». Silvia Minutolo, architetto associato dello studio torinese Archisbang, sorride mentre si racconta. Alle spalle ha il suo ufficio, i suoi colleghi, il suo compagno di vita, tutto quello che lei è oggi. Nel suo percorso ha sempre amato poter immaginare e proiettarsi in avanti: perché non farlo con le scuole? Quale luogo migliore da cui ripartire? «Ti sei mai sentita un ricostruttore?», le chiedo. «Non ci avevo mai pensato, ma quando ho letto quel termine l’ho sentito mio». Ed è la sensazione che ho anche io, che le appartenga, in un gesto forse inconsapevole ma che ripete da sempre. Lei argomenta, mi spiega che ricostruire è un continuo insistere, rimettere i pezzi a posto, far funzionare questa “cosa”, qui e ora. Oggi abbiamo un paesaggio devastato da quello che è stato il boom degli anni ‘60: l’edilizia ha preso il sopravvento sulla concezione architettonica giungendo a uno svilimento della disciplina. Anche l’architettura spontanea, dei borghi, quella cultura tradizionale che aveva un grandissimo legame col territorio, è andata perdendosi. Ma il settore può ripartire: «deve lavorare come fosse un setaccio», mi dice. «Crediamo che quello che deve rimanere alla fine è ostinazione nella qualità, nella ricerca di correttezza, è presenza costante in un lavoro accurato, quotidiano, artigianale».   L’emergenza strutturale crea in qualche modo, anche in un contesto così timido e spento, delle occasioni per metterci le mani: Archisbang ha vinto nel 2017 il bando di concorso “Torino fa Scuola”, aggiudicandosi la ristrutturazione della scuola media Pascoli. Il progetto nasce dall’intento di rispondere con il lavoro architettonico alle accurate esigenze programmatiche della comunità scolastica. Attraverso un processo supportato e facilitato da una coerente concezione spaziale si mira a un’idea più dinamica di scuola e all’apertura al territorio. La progettazione architettonica funge così da strumento per il superamento della lezione frontale e della didattica curricolare. L’obiettivo è quello di rendere abitabili gli ambienti distributivi, utilizzare lo spazio oltre la funzione stessa, in orari e con modalità differenti da quelli previsti. A volte si immagina qualcosa che non può esistere, ma se si ragiona su quanto si sfrutta quello spazio nella quotidianità, su cosa può essere di altro, anche solo un terrazzo, un atrio, può restituire ai bambini un luogo loro, all’aperto, in cui giocare o semplicemente aspettare di entrare a scuola. «Oggi occorre ripensare lo spazio pubblico, lo spazio di relazione, c’è una necessità incredibile di cura». E la scuola è il punto di partenza per gettare le basi della cittadinanza di domani, per dare nuovo valore alla promozione sociale, all’educazione, alla ricerca. Oggi immaginare un progetto architettonico non come “cosmetica”, ma come reale incidenza sul tessuto sociale e sulla città, vuol dire coinvolgere la comunità, gli altri settori, e avere la possibilità di portare avanti progetti artistici, opportunità di comunicazione, eventi correlati. La bellezza di un contenitore finisce se non è alimentata, se non è diffusa. D’altra parte l’architettura è tipologia, è comunque una scienza e porta in sé questa necessità di non essere fine a se stessa, ma collegata con un uso reale, con un contesto specifico.   «Noi puntiamo a restare sempre aperti. Molto piccoli ma molto flessibili, ci rendiamo disponibili a creare e collaborare. Abbiamo immaginato di essere un polmone che si dilata e di diventare fondamentali rispetto a un meccanismo molto più vasto che si mette in piedi». In una realtà italiana, fatta di piccolissimi studi che conservano tutti un’intrinseca gelosia della propria aura artistica, è molto difficile crescere. Lavorare per raggruppamenti temporanei consente però di prendere incarichi più consistenti. «I progetti come “Torino fa scuola” sono sostenibili solo grazie a una collaborazione nata con uno studio più grande. Non si può che fare rete. È l’unica chance». La burocrazia è ostile, il contesto economico è ostile, ma la differenza la fanno ancora le persone. Conta quanto ti impegni: si lotta controcorrente, ma lo si fa. «Archisbang è ciò che rimane del nostro provare. Noi ci crediamo da sempre. E crediamo che nel nostro piccolo qualcosa siamo riusciti a farla cercando quotidianamente di spingere l’asticella più in alto. Questo è il nostro modo, anche rispetto alla nostra generazione, per dire Noi ci siamo».
  • Io sono imbarazzato quando mi chiedono: «In inverno cosa fate? Mangiate?». Si viene in Salento, si immagina la gente serena, e ci si aspetta 20 Apecar che passano uno dietro l’altro. Carichi di cani, patate, secchi vuoti. Ok, forse esagero, ma non accetto più di non trovare parole giuste per rispondere a chi chiede: «Cosa c’è da te?». C’è un modo di vivere l’estate e un modo di vivere l’inverno. Un modo di vivere i piccoli paesi d’estate e il mare d’inverno. È un gioco d’opposti: frenesia e pace. Voglia di fare, guadagnare, correre, ballare, contro voglia di fermarsi, osservare, assaporare. Per chi come noi è nato vicino al mare c’è un inevitabile richiamo. C’è una prima onda e poi una seconda, una terza, finché non le distingui più. È il premio dopo una settimana di lavoro. È l’antidoto per ogni male. Io ho piacere a prendere la bicicletta in inverno e ad andare a leggere un libro sugli scogli, su dei gradini in un vicolo del centro storico, su una panchina in piazza. E poco importa se sono l’unico, se sono solo. Qui hai ancora la percezione che sia tutto tuo. Tutto tuo. O forse sei tu che appartieni a questo posto. A chi ha questo desiderio di rallentare, di uscire fuori dal tempo, consiglio un itinerario in bici nelle serre salentine. Non sono luoghi turistici: hanno un grande valore storico, naturale e culturale, ma non lo dimostrano facilmente se non a occhi attenti. Gli occhi dell’architetto, dello storico, del curioso e del romantico. Sono i luoghi del cuore di un salentino a cui evoca bellezza l’insalata, i pomodori, i fichi d’india, un muro a secco e poi il mare. La costa come la vivevano i nostri bisnonni. La meraviglia di quei posti che uno non vede se non perdendosi. Ci sono piccoli episodi da far succedere all’interno della propria esperienza di visita, raggruppati in alcune “esperienze-tipo” che invece varrebbe la pena fare in ogni viaggio che si intraprende. Non vi resta che prendere una bici (a noleggio), controllare che sia tutto apposto e pedalare. Itinerario meditativo: lungomare. Si parte da Racale. Meglio se al mattino. Via Regina Margherita diventa Via Fiumi Marina, la via te mare. Una volta superata la serra, si corre sfruttando la pendenza verso la marina di Torre Suda. Alla rotatoria d’ingresso imboccate la pista ciclabile a destra e seguite il percorso blu: costeggerete ville storiche con giardini e boschetti privati, ma anche vecchie-nuove case di villeggiatura. Troverete l’insenatura detta ‘canale ta urpe’, canale della volpe, incapperete nel piccolo porto detto 'Puzzacchio' e nella colorata villa in stile moresco. Raggiungerete poi il Giardino Costiero, un progetto di giardino autosufficiente tutto l’anno, con essenze della macchia mediterranea integrate ad altre piante sempre verdi o proprie dell’habitat. Lì, dove d’estate girano le giostre e si sfregano spalle sudate, d’inverno su un vecchio casale abbandonato, tra intonaco cadente, cicche, sterpaglie e graffiti, si ritrovano amici a chiacchierare. Quando soffia il vento di tramontana è difficile sentirsi a pochi passi. Mi chiedo come facciano i pescatori, disposti a intervalli regolari di 10 m uno dall’altro, a parlarsi, a fare sì che il vento non attorcigli fili ed ami. La torre di avvistamento si chiama Torre Suda perché l’umidità di risalita che la caratterizzava un tempo la faceva sembrare sudata. Questo è un aneddoto popolare ma la sua altezza nascondeva davvero una cisterna e l’acqua immagazzinata, un tempo, era pronta per essere lanciata contro eventuali avventori. Proseguite sul lungomare fino a raggiungere Capilungo. Intercettate l’inizio della passeggiata in terra battuta e proseguite tra crolli e smottamenti sino alla grotta carsica. Fate caso ai nomi delle località: tutti toponimi locali. Questo percorso è un piccolo riscatto naturalistico: una infrastruttura, ma in totale armonia con il paesaggio. In passato i lungomare venivano totalmente lastricati in modo che fossero a servizio delle attività commerciali affacciate su quello che poi diventava “il corso”. A Capilungo, invece, quest’opera, sia ciclabile che pedonale, è un intervento architettonico di valorizzazione della costa non invasivo. Con un andamento irregolare tra scogli e macchia mediterranea, è un luogo con una centralità lineare. È una piazza con vista mare che si articola per km: il tramonto, gli schizzi d’acqua, le insenature, i pescatori, i passanti con gli outfit più disparati, la coppia che si bacia sul cordolo di cemento, quello che legge. È un luogo di aggregazione. Dopo la fine del percorso, immettetevi di nuovo sulla litoranea e raggiungete Torre San Giovanni. Il consiglio è di entrare nella pescheria del porto per sentire il profumo del pesce, poi godetevi un caffè: l’itinerario finisce qui. Itinerario romantico: episodi. Si parte sempre da Racale. In mattinata è preferibile, ma il centro storico di Felline è bellissimo anche di sera. Imboccate la storica Via Sallentina e pedalate. Perdetevi in questo borgo dall’identità rurale intatta. I cani che incontrerete nelle viuzze sono cani di quartiere. Cercate la loro confidenza e magari riuscirete a farvi fare compagnia nella passeggiata. Visitate il giardino del castello. Godetevi i visi e i gesti degli anziani. Qui si respira ancora l’aria degli anni ’50. È un paese fermo. Fermo alla produzione agricola, alle patate, all’olio. Non che si sia fermato: l’orologio va avanti e le provenienze si mescolano, ma il tempo storico è fermo a quegli anni lì. Nel pomeriggio allungate il vostro percorso fino alla Madonna dell’Alto Mare. Passerete in mezzo a uliveti, strade rurali e vecchi tratturi. Una volta arrivati, dovrete caricare la bici in spalla o trascinarla su per circa 120 gradini: è il punto più alto della Serra in quest’area. Se invece doveste scegliere di andare a nord suggerisco di affondare i piedi nella sabbia del Parco Punta del Pizzo e di raggiungere poi il centro storico di Gallipoli. Assopitevi qualche minuto sulla spiaggia della Purità, se il vento lo permette, e poi cercate un posto dove mangiare pesce di stagione. Non di rado il Castello offre mostre e eventi culturali. Itinerario edonistico: vicoli. Da Racale in bici o in treno (è necessario fissare un passaggio in auto se si ha intenzione di trattenersi sino a tarda sera). Si va in piazza ad Alliste per una colazione fuori dal comune. C’è un bar di riferimento: quello dei Napoli. Il pasticciere è Giovanni Venneri, “il re del pasticciotto salentino”. Di mattina c’è un via vai di gente tra gli uffici e i bar. Nella piazza ci sono specchi deformanti e dei tubi per comunicare da un lato all’altro. Un leccio al centro, un info-point per turisti. In quel luogo nessuno è mai da solo. Risalite in sella e proseguite sino a Matino. Passeggiate e perdetevi sino al crepuscolo nelle nodose stradine del centro storico, terra di monaci e marchesi. Sulle sue mura si legge il Regno di Napoli, si legge l’identità del borgo terra infiltrato di fantasiosa e modesta edilizia degli ultimi 60 anni. È un dedalo di viuzze, case che si aggiungono ad altre. Il palazzo dei Marchesi del Tufo è una perla in una grande rassegna di architetture documentarie, ospita una mostra di arte contemporanea e le scuderie sono affrescate. Lasciatevi incantare e alla fine concedetevi un’ora di relax da Foscolo, un ambiente “speak easy”, un cocktail bar in stile proibizionista. Se non siete tipi da aperitivo, salite le scale e al primo piano ecco un ristorante lussuoso per una cena edonistica, una cena “di forma”. Come ce la godiamo. Innanzitutto c’è da fare una precisazione: d’inverno c’è poco da godere. È insopportabilmente umido e anche se ci sono 13 gradi ti senti immerso nei mari del Nord. Infatti, si organizzano le ‘fòcare’ e ‘si arrostisce da lana’ (interiora di agnello cotte al fuoco). Ma se il sole è alto e non c’è vento, e se sei un po’ coraggioso, si può tranquillamente fare il bagno su spiagge deserte. L’acqua limpidissima, nuove alghe e il profumo del sale: un’esperienza mistica e selvaggia. Per i meno coraggiosi c’è sempre il piacere di un caffè, di un gelato, con vista mare. Col fidanzato o con la famiglia. Dopo il tramonto torni in paese, magari passando a prendere un rustico o un calzone fritto. Meglio se si va a cena da amici.  Da noi è più facile vivere. Per questo consiglio il Salento d’inverno: c’è una comunità ambiziosa che sicuramente sta pensando alla stagione estiva successiva, ma nel mentre fa mille cose, ha mille progetti. Aiuta qualcuno e non ha bisogno di grandissime cose; vive con elasticità e lentezza, anche negli imprevisti. Hai la sensazione che è tutto tuo: la strada che fai per tornare a casa la sera, il mare, il sole che fa capolino tra gli ulivi. Puoi dedicarti a te stesso. Il Salento è una fuga, quotidiana. In Salento d’inverno si rallenta sino ai ritmi della natura.  
  • Siamo giovani aspiranti giornalisti e giornaliste provenienti da tutta Italia, confluiti a Torino da percorsi diversi. Siamo parte di una generazione abituata a pensare che il lavoro sia per forza precario, che la politica sia una farsa, che esista solo un oggi e che si stava sempre inevitabilmente meglio prima: ormai, ci hanno detto, si può solo salvare il salvabile. Eppure in questo panorama accartocciato su se stesso, scorgiamo tra le macerie del presente qualcosa di diverso. Persone, singole realtà, luoghi in cui si sta delineando un futuro possibile, una visione che va al di là del qui e adesso, del tutto e subito, una progettualità mossa da impegno e lungimiranza, non da un mero fine individuale. Vogliamo raccontare questa ricostruzione e i suoi protagonisti, proporci come connessione tra loro e offrire uno spazio di riflessione e condivisione di idee che possano dare, al momento in cui viviamo, una prospettiva differente. A partire da Torino andiamo alla ricerca di quelle personalità che ci piace definire “ricostruttori”, coloro che mettono il loro sapere, il loro lavoro, la loro fatica al servizio di un progetto di città e di comunità nuovo. Torino è stata la città più bombardata d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale: ha vissuto l’anno zero della nostra storia. Ovunque palazzi sventrati, una povertà senza precedenti, un’economia totalmente da reinventare e un popolo diviso da vent’anni di fascismo. Proprio da qui, dal Piemonte, proprio dalle macerie del 1945, sarebbero nate le fondamenta del Paese che oggi conosciamo. Torino è stata lo snodo decisivo per la ricostruzione degli anni ‘50. Ciò è stato possibile grazie a una generazione caparbia che in ogni ambito riuscì a ripensare il presente e farsi rappresentante di uno spirito culturale trasversale. Intellettuali come Einaudi hanno cambiato il mercato editoriale, Rita Levi Montalcini ha rivoluzionato la medicina, Adriano Olivetti ha dato vita a un modello industriale innovativo, Bobbio ha fatto dialogare le idee politiche del tempo. Personalità per molti versi distanti ma accomunate da una città e dal coraggio di guardare oltre. La stessa Torino, la capitale economica che fu, si ritrova oggi da sola con i fantasmi delle sue fabbriche, a fare i conti con la deindustrializzazione e la necessità di dover ripartire. Evidentemente le macerie di ieri non sono quelle attuali. Nel ’45 era molto chiaro ciò che mancava e si attingeva a una consapevolezza profondamente radicata dell’immediato passato e delle sue tragedie. Oggi, pur non conoscendo la devastazione della guerra, dobbiamo ritrovare il coraggio di ricostruire e non accontentarsi di vivere sospesi in una realtà nella quale gli elementi di fondo non cambiano mai, sembrano soltanto invecchiare. Le macerie non sono quelle lasciate dalle bombe ma dall’incuria, dalla superficialità, dalla mancanza di progettualità. L’Aquila, Amatrice, il ponte Morandi fanno luce su una società inerte in cui sembra essere venuto meno un senso comune di appartenenza; sono corpi di reato che celano una struttura sociale in disgregazione. Per proporre un’alternativa, bisogna raccontare le persone che in concreto partecipano a questa ricostruzione e metterle nella condizione di potersi confrontare. Significa lasciare direttamente la parola a loro, e grazie alle loro testimonianze e idee, restituire dei punti di vista inediti sul nostro presente, avvicinandosi il più possibile a una visione d’insieme delle possibilità che abbiamo davanti. 1. Per ricostruire non bisogna attendere una distruzione; 2. La ricostruzione è un moto culturale che deve avere un fine collettivo; 3. Il presupposto di qualunque rinnovamento è la presa di responsabilità individuale; 4. La chiave per ricostruire è fare rete, tra persone e tra saperi; 5. La ricostruzione richiede fatica: una progettualità, degli obiettivi, una preparazione; 6. Ricostruire non vuol dire riprodurre modelli del passato, vuol dire partire da essi per inventare qualcosa di nuovo; 7. La ricostruzione se non è strutturale non è; 8. La ricostruzione deve essere sostenibile; 9. La ricostruzione non è solo materiale, significa creare dei nuovi paradigmi; 10. Ricostruire significa pensare ai prossimi decenni, non alla fine del mese. Gli studenti del secondo anno del college di Reporting, biennio 2017/19.   FRAMMENTI - Interviste