SCENARI FUTURI_Turismo di massa

Alessandro Arcadi

ALBANIA: Valona, la crisi silenziosa della cultura turistica

L’ambizioso progetto del lungomare divenuto sede di movimenti anti-turistici

3 settembre 2023, Internazionale

“Il viaggiatore di un tempo era una persona che andava in cerca della conoscenza, e a cui gli indigeni erano fieri di mostrare e raccontare le cose interessanti del posto. Questo atteggiamento di reciproco interesse è svanito da un pezzo.” Così scriveva Robert Byron (1905-1941), eccentrico scrittore inglese, nel suo libro La via per l’Oxiana. Ora che siedo qui sul lungomare di Valona, ho l’impressione che avesse ragione.

Quando agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso si iniziò a parlare di turismo popolare, turismo sociale, turismo per tutti, probabilmente Robert Byron non aveva neppure immaginato quel viaggio tra Persia e Afghanistan, oggetto del suo capolavoro. Negli stessi anni in Albania si festeggiava ancora tra fucili, bandiere e bianchi cappelli. Si celebrava il 3 settembre 1920 il ritiro delle truppe liberal-imperialiste italiane, volava alta l’aquila bicipite del Principato (1914-1925).

Dopo aver buttato giù costruzioni abusive, hotel e ristoranti non in regola, tra alte palme, stralci di mare e cultura, cento anni dopo sventolano ancora le bandiere, vola l’aquila, con uno stile più sobrio ed accogliente. Fiera si accompagna al vento di Libeccio, alle grida di chi pretende una nuova, l’ennesima, liberazione.

La stagione turistica è quasi conclusa, l’estate si prepara a fare i bagagli e il Paese ha già registrato il record di presenze per la nona volta consecutiva. Nonostante questo non si arrestano le manifestazioni ‘anti-turistiche’. Non basta l’aumento del numero dei visitatori stimato circa al 12% in più rispetto all’anno precedente; non basta che siano stati risolti i problemi edilizi, la mancanza di energia elettrica in alcune zone, la fornitura di acqua potabile e la pulizia delle spiagge; non basta lo sviluppo costante del turismo nautico, sebbene attualmente le infrastrutture siano ancora deficitarie o gestite da aziende italiane.

Tutto questo non è sufficiente. I cittadini parlano di una città assediata dal traffico, di forme di divertimento chiassoso e molesto, di inciviltà sulla costa, scarsa attenzione alla cultura locale, sovraffollamento degli spazi pubblici e aumento del costo della vita. E così sull’onda del sentimento d’intolleranza verso gli eccessi del turismo di massa non si fermano le pubbliche rimostranze. “Valona non è in vendita!”, urlano centinaia di manifestanti. “My home is not your home” (La mia casa non è la tua), recita un sempre verde slogan, verde come il lungomare di Valona.

Mentre siedo tra stabilimenti e banchi di souvenir, i residenti marciano e protestano. I turisti sono andati via e qui restano solo campi da gioco semivuoti, pini marittimi, una donna che lamenta la mancanza di appartamenti disponibili per affitti a lungo termine. C’è chi condanna l’impatto ambientale su spiagge e spazi verdi, chi parla di sovraffollamento, di gentrificazione delle zone periferiche. Ci sono due anziani artigiani che raccontano le loro precarie condizioni lavorative e la distruzione del modello economico tradizionale. A coloro che hanno sempre creduto nella parabola del turismo apportatore di soli benefici economici sembrerà strano, ma la realtà non è assolutamente quella che gli abitanti del luogo avevano immaginato quando il ministero dello Sviluppo Urbano e del Turismo albanese aveva presentato il progetto di attuazione Lungomare Skelë – Tunel (2014).

Mentre percorro lentamente la larga passeggiata che fiancheggia il mare, scivolo un passo dopo l’altro lungo l’arco discendente di quella parabola. Cammino fianco a fianco con chi ha conosciuto l’idillio nella rinascita e nell’accoglienza e ora, difronte all’altra faccia del sistema, vive la separazione nella non collaborazione e nella protesta.

Se le “colpe” del turista sono l’indifferenza per la cultura ospitante, l’imposizione delle proprie abitudini, il livellamento delle diversità, la “vera colpa” è di una società che non educa. E se per l’Albania si può parlare di una cultura turistica assente, o quantomeno “rudimentale” sino a dieci anni fa, sembra che sia l’Unione Europea a non aver ancora risolto la sua carenza legislativa in materia. Difatti, un reale intervento comunitario non c’è stato.

“Il turismo è fonte di ricchezza economica e culturale, sprone alla convivenza e contributo all’Europa dei cittadini e, dunque, alla costruzione europea”, si leggeva nell’approfondimento della “Politica turistica nell’Unione allargata”. Non si era a Valona, ma a Katowice (Polonia). Non era il settembre del 2023, ma l’aprile del 2005, e sembrava evidente che si fosse di fronte a un fenomeno la cui crescita non dovesse essere lasciata all’improvvisazione ma gestita in maniera specifica e professionale. Si parlava dell’esigenza di un ruolo guida nell’evoluzione della società contemporanea, di un settore trasversale che avrebbe dovuto rafforzare le identità territoriali, da cui le istituzioni stesse traggono fondamento. Invece si è assistito alla sempre più marcata spettacolarizzazione di un prodotto.

“Quando crei un mondo per turisti crei un falso, una coperta patchwork fatta di stracci, diceva Mary Lee Settle, nota scrittrice americana. Si genera uno spazio turistico “post-moderno”, una coperta fatta di immagini e di icone, di assenza di relazioni, di riferimenti al racconto del luogo più che al luogo stesso. Si costruisce un mondo “esaustivo”, una riproduzione infedele, fatta di schemi e linguaggi del passato, in cui il turista si muove facilmente e testimonia di averlo fatto. Si crea una coperta cucita apposta per chi vuol vedere senza guardare.

Quando nell’estate 2014 a Valona si valutava la realizzazione di quello che sarebbe diventato il tratto più rappresentativo della città, a Gallipoli un corteo di abitanti animava la protesta contro il turismo di massa. E io, poco più che ventenne, assistevo attonito. Mi sembra ieri quando, affacciato sul mare dai bastioni del castello di Otranto, distinguevo chiaramente un camioncino muoversi ondeggiando tra i tornanti del monte Maja e Këndrevicës (Sud Albania). Quando il vento spazzava la bruma, amavo osservare al di là delle navi, oltre le onde. Dentro il contorno di quelle cime accennate dipingevo un mondo bucolico da cui arrivava ancora l’eco di una ricostruzione.

Oltre le onde, al di là delle navi, ora che siedo qui sul lungomare di Valona, distinguo ancora quell’eco e ho l’impressione che avessi ragione.