Recensione Film_FIRST MAN

Alessandro Arcadi

Titolo originale: FIRST MAN

Regia: Damien Chazelle

Interpreti: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal, Pablo Schreiber, Kyle Chandler, Jason Clarke, Corey Stoll, Patrick Fugit, Lukas Haas

Distribuzione: Universal

Durata: 141′

Origine: Usa 2018

«SCEGLIAMO DI ANDARE SULLA LUNA ENTRO 10 ANNI NON PERCHÉ SIA FACILE MA PERCHÉ È DIFFICILE E PERCHÉ UNA META DEL GENERE CI AIUTERÀ AD ORGANIZZARE E METTERE IN CAMPO IL MEGLIO DELLE NOSTRE ENERGIE E ABILITÀ».

First man, il nuovo film Damien Chazelle, è tutto qua: riassunto nel discorso di J.F. Kennedy del 1962.

La parabola di un’umanità spaccata e non pronta a fare un grande passo per la sua Storia, ma viva e convinta nel continuare a sognarlo.

Il viaggio di Neil Amstrong, un uomo sofferente, a tratti costipato (anche nell’interpretazione dell’attore Ryan Gosling), ma deciso a portare se stesso e la sua famiglia lì dove aveva promesso, sulla Luna.

Un regista consacrato al genere musical che si avventura in un Biopic non epico, non storico, a momenti piatto e prevedibile, ma non per questo incapace di raccontare e emozionare con una regia egregia e sobria.

 

Chazelle porta sullo schermo una spettacolarità limitata che però trascina lo spettatore attraverso la contrapposizione tra la claustrofobia dei luoghi e l’immensità dello spazio, tra la vita bucolica e l’interiorità capovolta, tra il rumore alienante di allarmi, bottoni, cerniere e il silenzio, i respiri, le preghiere.

 

Neil Amstrong, ingegnere e pilota, è il primo civile a raggiungere lo spazio. “Ho scelto lui perché era un uomo stabile”, afferma Jane Shearon, tormentata moglie dell’astronauta, splendida nell’interpretazione di Claire Foy. E stabile si rivelerà Neil negli anni che lo porteranno dalla prematura scomparsa della figlia al primo passo sulla luna; stabile nel lutto, nella perdita di colleghi amici, come nel giocare coi suoi bambini. La sua bimba Karen tornerà nel viaggio per tenerlo a Terra e allo stesso tempo per condurlo dove nessun uomo è mai stato. Lui supererà tutti i limiti della propria emotività, del proprio corpo, anche di una NASA “cattiva e scricchiolante”, e raggiungerà quel satellite che ha lungamente osservato col cannocchiale. Ha una missione, lo sa, e la porterà a termine con la compostezza, la morale e il lavoro duro.

 

First man si inserisce silenziosamente nell’epica cinematografica dell’esplorazione spaziale, è un “film di contrapposizioni”, un compendio di generi che non delude, anche se forse pecca nella volontà di inserire troppi contenuti e punti di vista. Si chiude in un silenzio che sa di fatica, di miglioramento e di liberazione  per l’astronauta, la famiglia, anche per il regista. D’altronde si è scelta questa storia, si è deciso di andare sulla Luna perché è difficile e perché una meta del genere aiuta ad organizzare e mettere in campo il meglio delle nostre energie e abilità.