Piccola inchiesta_LA MAFIA DEGLI ASSORBENTI

Alessandro Arcadi

Devo ammetterlo: quando ho ricevuto la mail del caporedattore che mi chiedeva di scrivere un pezzo su “La mafia degli assorbenti” ho sorriso. Mi sono detto ‘Cosa? Ma davvero?’. La sera l’ho incontrato per un drink e anche lì la domanda è sorta in automatico: ‘perché parlare di una cosa simile?’. E lì ha sorriso anche lui: un po’ per dire che magari la prossima volta potrei degnarmi di presentarmi alle riunioni di redazione, un po’ perché sapeva di avermi messo in difficoltà. Oggi sono comunque orgogliosamente qui che scrivo. E dico orgogliosamente perché, come ogni persona che non conosce bene un argomento (e io colpevolmente non lo conoscevo affatto), mi sono informato e ho notato che nella stragrande maggioranza dei casi chi ne scrive è una mia collega donna. Questo mi ha fatto pensare molto, più di ogni riflessione femminista o complottistica sul tema. Mi ha fatto pensare che se “noi giornalisti uomini”, noi che dovremmo avere la presunzione di informare, consideriamo ancora le mestruazione come “le loro cose”, un argomento scomodo o imbarazzante, figuriamoci cosa pensano i lettori, gli amici del bar, i ragazzi delle medie.

Ho preso dunque coraggio, sono andato a casa di due amiche e ho incominciato a fare domande. Io di spalle annotavo sul mio taccuino ancora leggermente in difficoltà e loro invece ne discutevano serene di assorbenti, come se io non ci fossi. E la cosa mi è piaciuta. Si sono confidate e contraddette. C’è chi li preferisce con le ali, chi predilige i tamponi interni. C’è chi si sente sicura, chi non lo è mai abbastanza. Gli animi si sono scaldati a tratti come per rimarcare che non ci sono e non ci devono essere luoghi comuni sul ciclo, nemmeno tra donna e donna. Ognuna lo vive a modo proprio e questo va rispettato, va capito e parlarne aiuta.

Il giorno dopo sono andato al supermercato e ho percorso la corsia dedicata con fare discreto, guardandomi attorno. Detto sinceramente più per qualche residuo di vergogna che per la riservatezza dell’inchiesta. Comunque, ho fissato lo scaffale degli assorbenti e ho cercato di capirne qualcosa (fidatevi che è dura!). Ho letto le istruzioni su un paio di confezioni, i materiali, i consigli e poi ho iniziato a metter ordine, a capire quante specificità ci sono e quanto poco ne so, quanto poco se ne parli. Ho fatto pressoché la stessa cosa nelle mie ricerche online e ora sono qui che provo a semplificarvi la vita “amici uomini” e non solo.

Le mestruazioni sono un tema di cui si è soliti parlare poco in casa, in tv, sui social, in ogni luogo fisico e non. Un tabù? Certo che fa strano dirlo nel 2018 ma purtroppo è ancora così. Di mestruazioni si soffre, si ride, si guadagna, ma non si parla. Purtroppo così facendo, oltre a non abbattere il pregiudizio, si alimentano falsi miti e si favorisce chi ancora promuove alcuni slogan e alcuni prodotti piuttosto che altri. Parlare di “mafia” sicuramente è eccessivo, ma per chi li usa, come per chi li produce lo stato normale è non avere le mestruazioni: la donna si deve adattare a questa realtà, come se non esistessero. Il ciclo mestruale è una legge naturale che non trova ancora una posizione giusta nella legge sociale e chi ne ha le chiavi si nutre dell’ignoranza e dell’omertà di chi non vuole vedere, di chi fa finta che non esista. Paragoni azzardati a parte, gli assorbenti usa e getta, il prodotto di più largo consumo (apparentemente l’unico sul mercato), sono nati nel 1888 (ma inutilizzati per decenni perché troppo costosi); gli assorbenti come li conosciamo oggi, con la striscia adesiva sul lato esterno, sono comparsi nel 1980 e da quel momento non si sono evoluti molto, anche perché non ne hanno avuto la necessità. Sono cambiati i materiali, le forme, gli spot, ma più per adattarsi al costume e alle leggi giuridiche che a quelle di un mercato sempre fiorente. Diamo qualche numero. In Italia sono circa 20 milioni le donne in età mestruale. Ognuna ha il ciclo per più o meno 30 anni, almeno 12 volte all’anno. Fanno circa 400 volte in una vita: oltre 2.000 giorni di mestruazioni. Nel mondo l’impatto è ancora più impressionante con 3 miliardi di donne come potenziali clienti.

Dal 1980 ad oggi gli assorbenti non sono cambiati perché la domanda è inesauribile e la concorrenza in pratica non esiste, o meglio anche di questo non se ne parla. Quello che non sappiamo (uomini e donne) è che esistono aziende sparse per il mondo, con alcune eccellenze in Africa dove la necessità è in questo caso di grande aiuto, che sono composte e gestite da donne, e da anni lavorano con dedizione per trovare soluzioni innovative ed ecocompatibili. Esistono ormai moltissimi prodotti riutilizzabili per il ciclo che non ci chiedono di rinunciare alla praticità e addirittura danno maggiori garanzie in termini di salute rispetto a tamponi e assorbenti usa e getta. Parlo di assorbenti in cotone biologico, bambù, canapa, lavabili in lavatrice. Esistono perfino corsi “Fai da te!” per cucirli e farlo col proprio, giusto, grado di assorbenza. Parlo di spugne marine. Parlo in particolare di coppette mestruali.

La coppetta mestruale esiste dal 1920 eppure è il prodotto più moderno per l’igiene intima femminile. Facile da usare, rispetta l’ambienta e utilizzandola correttamente ha una durata fino a 15 anni. Costa 30 euro, a fronte dei circa 3.000 euro che si spendono per i 12.000 assorbenti usati in media durante la vita riproduttiva, ma nonostante ciò il suo utilizzo è ridottissimo. Purtroppo i pochi acquisti ne fanno un modello di business “debole”: i ristretti margini costringono le aziende che le producono a non investire in pubblicità. C’è da dire che il basso consumo è giustificato anche da motivazioni pratiche: l’inserimento manuale nella vagina è un gesto di familiarità col proprio corpo tutt’altro che banale, soprattutto se ci si avvicina in età più adulta. Ma vabbè, un primo bilancio fa comunque pendere l’ago dal lato della coppetta mestruale eppure, anche se questo strumento fa bene alle donne e all’ambiente, diffonderne l’uso sinora non è stato di interesse pubblico.

Come mai? Beh, occorre fare i conti con “la mafia, la lobby degli assorbenti”: avete idea del business che gira intorno all’acquisto di 200 milioni di assorbenti al mese?

Inoltre, se le mestruazioni non occupano una posizione degna nella legge sociale, di certo non se la passano meglio a livello giuridico. In Italia infatti gli assorbenti hanno un’Iva del 22%, simile a quella sui ben di lusso, e purtroppo, lo sappiamo, quando ci sono dei ricavi (consiglio di dare un’occhiata a questo video autorevole – https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/iva-assorbenti-in-italia/f12ec14a-424d-11e8-9398-f8876b79369b-va.shtml), per quanto illusori nelle finanze di uno Stato, è sempre difficile farne a meno. La proposta di legge per ridurre l’imposta risale ormai al 2016 e da allora nulla è cambiato. Parliamo di aliquote applicate a mobili, trattamenti di bellezza, apparecchi informatici, abbigliamento, acqua minerale in bottiglia ed elettrodomestici, oltre a carta igienica e pannolini per bambini (anche qui ci sarebbe da discutere!).

 

E l’ambiente? Abbiamo pensato all’ambiente? Macché. Gli assorbenti non sono dei rifiuti comuni: 3 miliardi di donne sanguinano per quasi 40 anni con una media di 25 pezzi al mese. Potete intuire le dimensioni del fenomeno e quanto costi smaltire un tale quantitativo di prodotti a fine vita (breve vita) con tempi lunghissimi (500-800 anni in discarica). Senza contare i residui di sostanze chimiche, gli strati di materiale sintetico, bustine in plastica e applicatori che finiscono in mare. Senza contare la spesa per produrre un assorbente usa e getta che necessita di ingenti quantità di polpa di legno, plastica e di processi chimici per garantire il massimo grado di assorbenza. Ecco che non stupisce se essi rientrano tra quei numerosi prodotti di plastica usa e getta che la Commissione Europea vorrebbe tassare per ridurne il consumo e salvaguardare l’ambiente. Tassa che ricadrebbe ovviamente sulle donne, che in molti paesi dell’Unione Europea, non solo in Italia, su questi prodotti di prima necessità pagano già l’aliquota massima appunto. In questo caso, viene da ridere a dirlo, ma fortunatamente il tabù aiuta. Infatti, «nessun membro del Parlamento vorrebbe essere ricordato per il suo voto a favore di una tassa sugli assorbenti», ha recentemente commentato Ariadna Rodrigo di Greenpeace. Per cui probabilmente nessuna tassazione, ok, ma perché non produrre delle campagne di educazione al consumo per prodotti riutilizzabili (come le coppette mestruali) o di informazione sul corretto smaltimento di tamponi e assorbenti monouso? Vedremo.

Per inciso, se la proposta sulla riduzione delle imposte avrebbe potuto toccare gli interessi di qualcuno, che dire di quella sul congedo mestruale? Anche qui, ancora nessun riscontro, come a testimoniare che ci sia sempre più bisogno di una sensibilizzazione che tocchi tutti, in ogni strato sociale. Non si tratta di “quote rosa”, né di un trattamento speciale per il “sesso debole”, ma di prendere atto delle diversità senza negarle, rendersi conto che la salute viene prima della produttività (che poi bisognerebbe effettivamente valutare cosa rende di più).

Infine, ma di certo non per importanza, la realizzazione degli assorbenti tra l’altro non sempre prende in considerazione i rischi per la salute delle donne. Quali materiali si adoperano, quali processi chimici intervengono nel processo di realizzazione, in che condizioni si producono e lavorano le persone impiegate in questo settore? Molto spesso non si sa. E non lo si vuole far sapere. Tra le marche di assorbenti industriali è d’uso comune rendere noti soltanto alcuni materiali quali la cellulosa, il polietilene (una delle plastiche più comuni), carta siliconata, cotone, poliestere, polipropilene (tela di plastica non intessuta), polpa di carta sbiancata e aromatizzata. A volte nemmeno questi. Vi invito a verificare di persona: le donne a casa propria, gli uomini facciano come me un giro nell’apposita corsia al supermercato senza vergognarsene. E se qualcuno chiede, rispondete che state verificando il prezzo di essere donna, madre, figlia, perfino Terra. Parlatene e spiegate che non farlo è un rischio per la loro salute, per le loro tasche e per il pianeta, oltre che una evidente discriminazione di genere.