L’integrazione si fa_INTERVISTA NARRATIVA a Rodrigue Kossi

Alessandro Arcadi

«L’Italia? Prima di partire non ne sapevo nulla. Cosa mi aspettavo? Tutto quello che c’è adesso».

Rodrigue Kossi, 23 anni, togolese.

Un diciasettenne togolese non sa granché dell’Italia. L’ha conosciuta a scuola per la sua Storia, per le guerre, l’Impero Romano, ma della società italiana un diciasettenne togolese non sa nulla. Sa magari la sua posizione geografica, che è un paese “di moda”, con una cultura ricca, ma non sa nulla sul vostro modo di pensare. Prima di partire nessuno mi aveva mai raccontato nulla. Tramite la televisione, i social, sappiamo che l’Europa è un piccolo paradiso, che ci sono cose belle, c’è possibilità di viaggiare e le strade sono in buone condizioni. Sappiamo che c’è democrazia, poca violenza e il tasso di criminalità è basso. Che c’è lavoro. Questo è quello che sappiamo. Io mi sono interessato a questo Paese perché ci viveva mio zio, perché sapevo che il livello di istruzione era molto più alto. Oltretutto, non chiedermi perché, ma ci sono delle scuole italiane giù in Togo, sponsorizzate dall’ambasciata, che insegnano la lingua italiana e che danno dei visti agli studenti togolesi per venire qui in Italia. Io sono venuto per conto mio, ma sappi che ci sono.

La prima motivazione, la prima cosa, era dunque studiare.

Cosa mi aspettavo? Mi aspettavo tutto quello che c’è adesso. Sì, forse immaginavo delle condizioni migliori a partire dall’educazione; mi aspettavo un livello di formazione più avanzato e tante altre cose, ma in fondo tutto quello che vedo oggi me lo aspettavo. Sono venuto in Italia per studiare, per avere un futuro migliore rispetto a quello che spetta a un ragazzo come me che è rimasto in Togo. Non so se sono riuscito a spiegarmi come volevo.

Comunque il mio processo di adattamento qui è stato difficile e oggi dopo 5 anni non è ancora completato. L’integrazione in Italia è lenta, difficoltosa. Spesso si incontrano persone che non vorrei definire chiuse ma che sicuramente non sono tanto a conoscenza della cultura africana, soprattutto dell’Africa centrale, e non se ne interessano. La mia prima esperienza di convivenza è stata spiacevole: il mio coinquilino era poco disponibile, poco simpatico e non vedeva il mondo come lo vedevo io. L’anno successivo ho cambiato appartamento e ho incontrato persone interessate a me e aperte al confronto. Tornando al mio processo di adattamento ribadisco che è stato difficile. L’integrazione è difficile. In Italia non c’è una società che definirei accogliente. Il Paese è accogliente. La Legge è accogliente: arrivano i migranti e si offre loro del cibo e un posto dove stare. Ma la società, le persone, non sono accoglienti. Come ti ho detto nessuno mi aveva raccontato nulla dell’Italia. Io sapevo solo che le condizioni erano migliori rispetto a casa mia. Non pensavo mai di incontrare persone chiuse, tanto meno razziste. Sono poche quelle che vanno incontro alle culture straniere. La maggior parte basano le loro idee su pregiudizi. Magari si credono “autosufficienti” e non imparano. Non lo so! So che quando ero bambino e venivano in Africa ragazzi bianchi, ragazzi europei che facevano parte di Ong, aiutavano i bambini, giocavano con loro, insegnavano il francese, l’inglese, ed erano molto più apprezzabili. Magari qui non ci vogliono.

 

 

 

 

La società italiana è tra le più ricche di cultura nel mondo e agli occhi di uno straniero è molto interessante. Interessante nel senso che ha delle particolarità, che come moda, come cibo, come modo di vivere desta interesse, tendenza. Allo stesso tempo penso però che è da tempo una società chiusa su se stessa, che guarda alla sua fetta di mondo. Per esempio, quanti parlano anche solo un’altra lingua?

E sull’immigrazione torno a dire che la Legge è accogliente, le persone meno. È difficile che i ragazzi immigrati trovino un lavoro, un posto in cui vivere, dopo che l’aiuto da parte dello Stato è stato sospeso. E sono quelle le cose di cui hanno bisogno. E la mancanza di quelle spesso li obbliga a fare cose non belle, sicuramente spiacevoli. Comunque l’integrazione è difficile, ma si fa.

 

Se ho subito discriminazioni? Da studente straniero non credo, ma da straniero sì. Cioè all’interno del nostro ambito di studio, del Politecnico, non ho mai subito alcuna discriminazione né dai professori né dagli studenti. Certo, a volte qualcuno mi ha detto “Tu fai questo perché sei nero”. O anche i miei compagni nei gruppi di lavoro non erano tanto pazienti perché magari io avevo difficoltà a capire le cose, magari per difetto nella lingua o magari per difetto di comprensione in quella materia. A volte finiva che si organizzavano per conto loro e mi tagliavano fuori. Tu più che altro non partecipi tanto. Però in quei casi non voglio dire che si comportavano così perché sono straniero, ma solo per i miei difetti con la lingua o con la comprensione. Posso dire dunque che da studente non ne ho mai subite, ma da straniero sì, viste e subite. Magari per strada uno che ti manda a f*****o, uno che ti grida “Tornate a casa vostra!”. Per fortuna io non ho vissuto esperienze particolarmente brutte. Semplicemente a volte capisci che uno non ti vuole tanto bene e allora niente, io mi allontano. Infondo siamo umani: c’è a chi piace come sei fatto, c’è a chi no.

Una persona che viene qui e resta tre o quattro anni lontano dai suoi genitori, dai suoi amici, può anche essere diffidente o anaffettiva, ma fidati che soffre. Soffre nel non trovare persone che gli vogliono bene. Soffre di non sentirsi apprezzato come persona e come singolo. E poi quando torna giù in Africa rientrare qui diventa ancora più difficile. Ti dici “C***o! Qui ho i miei genitori, ho da mangiare, ho chi mi vuole bene. Perché tornare?”. Anche tu infondo sei venuto qui a Torino da un’altra parte di Italia e quando vai via già per te è difficile tornare qua. Ovviamente è diverso, è anche una questione personale e di mentalità.

Infine vorrei dire che nonostante tutto è stato un passo avanti per me perché le opportunità che ho qui a casa mia probabilmente non le avrei mai avute. E non parlo solo di opportunità finanziarie, parlo della possibilità di seguire delle lezioni in buone condizioni, parlo di avere libri, avere internet, avere tante cose che mi aiutano a studiare e ad approfondire le mie conoscenze. Tutte opportunità che in Togo magari non avrei avuto. È stata una bella esperienza venire qui in Italia, conoscere persone, imparare una nuova lingua, una lingua particolare come l’italiano che, anche se parlata solo dagli italiani, ha il suo fascino ed è una lingua “pesante”, che ti apre tante porte. Poi vorrei dire che al mio arrivo in Italia avevo solo 18 anni e ovviamente sono maturato molto qui: è cambiato il mio modo di vedere il mondo e ho capito come poter partecipare alla crescita del mio continente, del mio Paese se un giorno decidessi di tornare. È proprio vero che da fuori si vede meglio di quando si è dentro.

Tornando indietro avrei studiato di più. Per laurearmi in tempo. Ma vabbè, è la vita. Non serve focalizzarsi su quello che non abbiamo potuto fare. Ci focalizziamo su quello che abbiamo ancora da fare. La vita ce l’abbiamo ancora tutta davanti e occorre stare concentrati sul futuro. Parlando di persone, anche se non sono proprio “amici-amici”, ho avuto tanti bellissimi rapporti con dei ragazzi italiani. Sono stati sinceri, ho potuto raccontare loro i miei problemi e mi hanno aiutato a imparare la lingua, ad integrarmi. Io continuerò a mostrarmi aperto a tutti, aperto fino a un certo punto perché ci sono cose che non vanno raccontate mai. Il mio carattere forse mi ha aiutato ad avere delle buone relazioni e anche se ci sono state, ci sono, delle persone che ti trattano male, ti mettono a disagio, noi non dobbiamo focalizzarci sui momenti brutti, ma prendere sempre i lati positivi.

Rodrigue

Rodrigo (si è presentato così la prima volta, se vogliamo “già italianizzato”) è un Amico. Per chi non lo sapesse è nato di domenica come indica il suo secondo nome (Kossi) e per me è stato davvero una benedizione. Ha ragione nel dire che un po’ lo capisco: quando sono arrivato a Torino nel 2013 anche io mi sentivo uno straniero. Ero lontano 1200 km da casa, sentivo la mancanza dei miei genitori e vivevo in una piccola stanza in un collegio per preti, avevo un letto in ferro degli anni ’30 e una cappella di preghiera come stanza accanto. Ero nervoso, mi isolavo nella musica e nel cibo, in aula al Politecnico ero sempre seduto in ultima fila. Mi sentivo spaesato tra questi palazzoni e vedevo un po’ tutto grigio (non che mi sbagliassi). Quello che non racconto è che io vivevo comunque in una città “del meridione”, vivevo con mio fratello, avevo qui la mia ragazza e un gruppo di amici del liceo. Lui era solo. Aveva uno zio prete che abitava in un paesino a 30 km ma lo vedeva di rado. Nonostante questo ogni giorno aveva un gran sorriso ed era sempre vestito bene. Vedevo la sua testa rasata seduta davanti a me, poi la vedevo sbucare tra la gente sul tram e infine sull’altro lato del viale che portava a casa. Camminavamo accanto a distanza di 50 metri, abitavamo a un isolato l’uno dall’altro. Io ero un po’ chiuso nel mio mondo. Lui contrariamente a come dice era timido, un po’ diffidente, ma nonostante questo dopo poco tempo fu il primo a presentarsi. Ovviamente è stata dura all’inizio: io cercavo di capire qualcosa e rispondevo in un francese maccheronico, lui mi chiedeva di ripetere in italiano, mi guardava e non spiccicava una parola. Dice di aver imparato tanto qui, da noi, ma in realtà credo di avere appreso molto più io da lui (certamente non il francese) e penso che possa dare lezioni di umiltà e tolleranza a chiunque.
Alessandro