FRAMMENTI_INTERVISTA NARRATIVA a Silvia Minutolo

Alessandro Arcadi

«Mio padre è un ingegnere, mia mamma è una maestra di scuola elementare. Da bambina ho vissuto con una certa ansia di crescere, di essere indipendente, per mettermi al pari e poter fare le mie cose».

Silvia Minutolo, architetto associato dello studio torinese Archisbang, sorride mentre si racconta. Alle spalle ha il suo ufficio, i suoi colleghi, il suo compagno di vita, tutto quello che lei è oggi. Nel suo percorso ha sempre amato poter immaginare e proiettarsi in avanti: perché non farlo con le scuole? Quale luogo migliore da cui ripartire?

«Ti sei mai sentita un ricostruttore?», le chiedo. «Non ci avevo mai pensato, ma quando ho letto quel termine l’ho sentito mio». Ed è la sensazione che ho anche io, che le appartenga, in un gesto forse inconsapevole ma che ripete da sempre. Lei argomenta, mi spiega che ricostruire è un continuo insistere, rimettere i pezzi a posto, far funzionare questa “cosa”, qui e ora.

Oggi abbiamo un paesaggio devastato da quello che è stato il boom degli anni ‘60: l’edilizia ha preso il sopravvento sulla concezione architettonica giungendo a uno svilimento della disciplina. Anche l’architettura spontanea, dei borghi, quella cultura tradizionale che aveva un grandissimo legame col territorio, è andata perdendosi. Ma il settore può ripartire: «deve lavorare come fosse un setaccio», mi dice. «Crediamo che quello che deve rimanere alla fine è ostinazione nella qualità, nella ricerca di correttezza, è presenza costante in un lavoro accurato, quotidiano, artigianale».

 

L’emergenza strutturale crea in qualche modo, anche in un contesto così timido e spento, delle occasioni per metterci le mani: Archisbang ha vinto nel 2017 il bando di concorso “Torino fa Scuola”, aggiudicandosi la ristrutturazione della scuola media Pascoli. Il progetto nasce dall’intento di rispondere con il lavoro architettonico alle accurate esigenze programmatiche della comunità scolastica. Attraverso un processo supportato e facilitato da una coerente concezione spaziale si mira a un’idea più dinamica di scuola e all’apertura al territorio. La progettazione architettonica funge così da strumento per il superamento della lezione frontale e della didattica curricolare. L’obiettivo è quello di rendere abitabili gli ambienti distributivi, utilizzare lo spazio oltre la funzione stessa, in orari e con modalità differenti da quelli previsti.

A volte si immagina qualcosa che non può esistere, ma se si ragiona su quanto si sfrutta quello spazio nella quotidianità, su cosa può essere di altro, anche solo un terrazzo, un atrio, può restituire ai bambini un luogo loro, all’aperto, in cui giocare o semplicemente aspettare di entrare a scuola.

«Oggi occorre ripensare lo spazio pubblico, lo spazio di relazione, c’è una necessità incredibile di cura».

E la scuola è il punto di partenza per gettare le basi della cittadinanza di domani, per dare nuovo valore alla promozione sociale, all’educazione, alla ricerca.

Oggi immaginare un progetto architettonico non come “cosmetica”, ma come reale incidenza sul tessuto sociale e sulla città, vuol dire coinvolgere la comunità, gli altri settori, e avere la possibilità di portare avanti progetti artistici, opportunità di comunicazione, eventi correlati. La bellezza di un contenitore finisce se non è alimentata, se non è diffusa.

D’altra parte l’architettura è tipologia, è comunque una scienza e porta in sé questa necessità di non essere fine a se stessa, ma collegata con un uso reale, con un contesto specifico.

 

«Noi puntiamo a restare sempre aperti. Molto piccoli ma molto flessibili, ci rendiamo disponibili a creare e collaborare. Abbiamo immaginato di essere un polmone che si dilata e di diventare fondamentali rispetto a un meccanismo molto più vasto che si mette in piedi». In una realtà italiana, fatta di piccolissimi studi che conservano tutti un’intrinseca gelosia della propria aura artistica, è molto difficile crescere. Lavorare per raggruppamenti temporanei consente però di prendere incarichi più consistenti. «I progetti come “Torino fa scuola” sono sostenibili solo grazie a una collaborazione nata con uno studio più grande. Non si può che fare rete. È l’unica chance».

La burocrazia è ostile, il contesto economico è ostile, ma la differenza la fanno ancora le persone. Conta quanto ti impegni: si lotta controcorrente, ma lo si fa. «Archisbang è ciò che rimane del nostro provare. Noi ci crediamo da sempre. E crediamo che nel nostro piccolo qualcosa siamo riusciti a farla cercando quotidianamente di spingere l’asticella più in alto. Questo è il nostro modo, anche rispetto alla nostra generazione, per dire Noi ci siamo».